Usa-Venezuela: alla ricerca di un perché
Narcotraffico? Petrolio? Ripristino della “democrazia”? Nessuna tesi risulta pienamente convincente
Il raid ordinato dal presidente Usa Trump in Venezuela – e che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie, la ‘primera combatiente’ Cilia Flores, nel corso di una rapida e violenta operazione militare lo scorso 3 gennaio – ha indotto la stragrande maggioranza dei media nostrani a ricostruire la vicenda senza lasciar spazio a dubbi: ancora l’11 gennaio – ad otto giorni dai fatti – l’edizione online del ‘Corsera’ ha descritto il Paese chavista come ostaggio dell’Amministrazione statunitense, per effetto “della gracilità dell’Era Rodríguez” (dal cognome dei due fratelli chiamati a gestire la ‘transizione’, la vicepresidente Delcy e il presidente dell’Assemblea generale Jorge); “gracilità” esemplificata dalle “spacconate” del ministro dell’Interno venezuelano Cabello “con i suoi sgherri per la strade di Caracas”, le cui scorribande rappresenterebbero una prova di debolezza e non di forza. La tesi avanzata dall’ex ‘Corrierone’ dovrebbe risultare piuttosto rassicurante per il lettore medio (indotto a ritenere che vada ripristinato quanto prima il primato della ‘civiltà occidentale’), ma non lo aiuta a comprendere che cosa stia accadendo nelle attuali relazioni tra Usa e Venezuela, ovvero tra “mondo libero” (ancorché imprevedibile e non proprio democratico) e “dittature”.
Proprio nella notte tra il 10 e l’11 gennaio, il Dipartimento di Stato americano ha infatti esortato i cittadini Usa in Venezuela a lasciare il Paese “immediatamente”, come riporta un dispaccio Ansa: dunque la notizia secondo cui “la situazione della sicurezza rimane instabile”, come dichiarato esplicitamente dal governo Usa, dev’essere sfuggita al ‘Corriere’. O forse, più semplicemente, ne avrebbe complicato la narrazione un po’ troppo lineare. “Ora che i voli internazionali sono ripresi, i cittadini Usa dovrebbero lasciare subito il Paese”, si legge ancora nell’avviso, che mette in guardia dalle milizie armate chiamate “colectivos” (i gracili ‘sgherri’ di cui sopra, manovrati dal ministro venezuelano Cabello) che “perquisiscono le auto alla ricerca di americani o di prove di sostegno agli Usa”.
Al di là delle interpretazioni più o meno fantasiose o inutilmente rassicuranti, sarebbe più utile provare a comprendere la ‘ratio’ del raid ordinato da Trump il 3 gennaio. E si fa fatica a trovarla, come se le principali declinazioni della dottrina neoliberale di cui il mondo occidentale fa continuo sfoggio – da contrapporre agli ‘Stati canaglia’ guidati dalla Cina o variamente collusi con essa – fossero impazzite una dopo l’altra come la maionese andata a male. A condurci cautamente su questa strada non è l’ultimo dei chavisti arroccati nella sede del Ministero della Difesa a Caracas, bensì un giornalista libero come Sebastiano Barisoni, ancorché vicedirettore di Radio24, emittente controllata da Confindustria, che ha affidato ai social network la sua opinione sulla vicenda venezuelana, la quale merita di essere riportata quasi integralmente.
“Io non è che abbia capito benissimo la razionalità di tutta l’operazione. All’inizio – ha spiegato Barisoni – sembrava che l’operazione fosse dettata dall’arresto di un pericoloso narcotrafficante (Maduro) al centro di un cartello. Poi, no, non è per il narcotraffico, perché è stato cambiato anche il capo d’imputazione, e poi avresti dovuto fare la stessa cosa in Colombia, il Fentanil viene lavorato in Messico, e poi c’è l’Ecuador come grande Paese di smercio, e anche la Bolivia. Quindi, no, non era tanto per il narcotraffico, era per il petrolio. Quindi l’intera operazione è stata fatta sì per arrestare Maduro ma anche per assicurarsi il petrolio venezuelano. No, forse neanche questo. Perché è vero che il Venezuela ha tante riserve ma va estratto! Sono necessari circa 100mld di dollari di investimenti. Le compagnie petrolifere – la Chevron già poteva importarne quanto ne voleva – non sembrano così entusiaste in un periodo in cui l’America produce più petrolio di quanto ne consumi e il prezzo resta fermo intorno ai 60 dollari al barile e quindi, anche lì, storcono la bocca. Quindi non è il narcotraffico, non è il petrolio, allora forse è il tema di esportare la democrazia cacciando un dittatore. Ma mica tanto. Perché hai tenuto Delcy Rodriguez, la vice di Maduro. Hai, sostanzialmente, segato le gambe alla Machado, dicendo che non ha consenso interno, che è una brava persona ma che non potrebbe governare. Allora, non è per il narcotraffico, non è per il petrolio, non è per la democrazia! Per cos’è ‘st’operazione in Venezuela??? Per la sfera d’influenze nell’area sudamericana, e per la politica di potenza americana. Va bene! Comprensibile! Il Venezuela aveva rapporti strettissimi con Cina, Iran, Hezbollah e anche Russia. Ma se fosse per una logica di sfera d’influenze, non si capisce, però, perché un secondo dopo si attacca l’Europa: Danimarca, Groenlandia. Quest’ultima, la invado? No, la compro. Dimenticando, però, che c’è un accordo del 1951 che permette all’America di aprire tutte le basi militari che vuole proprio in Groenlandia. Accordo figlio della preoccupazione del periodo in cui la Danimarca era invasa dai nazisti, i quali si temeva potessero usarla come trampolino di lancio per invadere gli USA. C’è questo accordo ma non solo. Trump dimentica anche che, nel frattempo, l’America, queste basi, le ha chiuse perché costavano troppo! Quindi, non avrebbe nessun problema: non dovrebbe né invaderla né comprarla. Può usare il trattato che già c’è! Nel frattempo, scimmiotti e prendi in giro Macron ad una convention… Insomma, se questo è il modo di crearsi alleati, io non ho ben capito quale sia la logica. A me sembra un po’ quella dello zio invitato a certi matrimoni. Tutti hanno paura che si ubriachi, che dica cose fuori posto. Tutti hanno paura di bloccarlo, ma poi lo invitano ugualmente perché pensano ci sarebbero ripercussioni peggiori nel caso non lo invitassero. (…) Se ragioniamo di sfere d’influenze allora l’Europa dovrebbe essere dentro la sfera d’influenze americana, non essere presa a calci negli stinchi scimmiottando Macron… A me sembra che l’unica logica sia quella di dire ‘Faccio il pazzo, occhio, perché faccio il pazzo e non sai cosa posso fare’, e allora tutti attenti allo zio che non faccia il pazzo perché sennò ti rovina il matrimonio”.
Al contrario, secondo ‘Repubblica’ (e non soltanto) la strategia di Trump esiste eccome e i petrolieri americani sono pronti a investire nel Paese, con la Presidente ad interim Delcy Rodríguez ai loro piedi. Proprio mentre la CNN ha riferito l’esatto contrario (come ha ricordato sul suo profilo social Roberto Bàrbera, già redattore dell’agenzia Misna, poi direttore del quotidiano online ‘InviatoSpeciale’ e attento osservatore di politica estera): “Il presidente Donald Trump ha cercato di convincere i dirigenti delle grandi compagnie petrolifere della promessa di una nuova e ampia campagna di trivellazioni in Venezuela. Ma almeno per ora l’industria non ci crede”, ha commentato il network televisivo. Perché le major petrolifere “non lo considerano è un investimento”, come ha dichiarato Darren Woods, CEO di ExxonMobil, ai funzionari del Dipartimento di Stato nel corso di una schietta valutazione degli ostacoli che impedirebbero di fare affari in Venezuela: “Ci sono diversi quadri giuridici e commerciali che dovrebbero essere stabiliti anche solo per capire che tipo di rendimento otterremmo dall’investimento”, ha chiosato la CNN.
Peraltro, a proposito della presunta subalternità agli Usa da parte della presidente ad interim venezuelana, i media di Caracas riportano che Delcy Rodriguez non sembra proprio aver assunto una postura servile verso Washington: “Non possiamo fermarci, dobbiamo andare avanti e avanti per la felicità sociale del nostro popolo e per ottenere la liberazione dei nostri ostaggi. Abbiamo un’unica richiesta: la libertà di Nicolás Maduro e Cilia Flores. A una settimana dal loro arresto, siamo costantemente scesi in piazza per chiedere il loro rilascio (…), il popolo venezuelano non avrebbe mai immaginato di essere vittima di un’aggressione di questa natura. Mi rivolgo al popolo degli Stati Uniti: il popolo venezuelano non meritava questa vile e guerrafondaia aggressione da parte di una potenza nucleare (…) Qui nessuno si è arreso, c’è stata una lotta”, chiarendo che le vittime dell’incursione del 3 gennaio, “tra civili e militari, sono state almeno 100”. La stessa presa di posizione è stata ribadita da Rodriguez proprio l’11 gennaio, nel corso delle esequie di Stato di militari e civili uccisi nel corso del raid statunitense.
A quanto pare, dunque, la vicenda russo-ucraina non ci ha insegnato nulla: alla propaganda degli aggressori si contrappone quella degli aggrediti (o viceversa), nella speranza di tranquillizzare il lettore/ascoltatore italico medio, perché alla fine arriverebbero sempre ‘i nostri’ a ripristinare la civiltà occidentale tradita dal variopinto quadro tratteggiato dagli ‘Stati canaglia’, come in un surreale film western 3.0. C’è da dubitare, però, che le elettrici e gli elettori italiani (anche di destra) rimarranno persuasi da una narrazione così stupidamente grottesca.
Paolo Repetto
Pubblicato il 13 Gennaio 2026
