Giustizia, una ‘riforma’ contro la Costituzione
Da quando la Cassazione ha dato il via libera al referendum confermativo della legge costituzionale sulla divisione della Magistratura (altro che separazione delle carriere… che è un argomento usato per confondere il vero obiettivo), dai primi sondaggi agli ultimi di questi giorni, le intenzioni di voto contrario sono aumentate di circa 13 punti percentuali, arrivando a ridosso di quelle per il “Sì”, il cui vantaggio si è via via assottigliato. Anzi, in alcuni sondaggi specifici il “No” è dato addirittura in vantaggio.
È evidente che se e quando c’è modo di spiegare per bene come stanno le cose, l’elettorato italiano difficilmente si fa abbindolare da queste scorrerie sulla Costituzione più bella del mondo.
Infatti, al governo volevano fare in fretta, dopo aver approvato seduta stante la legge a maggioranza, senza alcun confronto con le opposizioni. I parlamentari della maggioranza hanno poi raccolto le firme per il referendum confermativo, che avrebbero voluto svolgersi a tempo di record, evitando anche il confronto con i cittadini. Come se il problema fosse soltanto quello di ricevere la conferma dai soli elettori della maggioranza di governo. Ed a convincerli fosse, sostanzialmente, soltanto il soggetto che ha proposto la riforma, cioè il Governo.
Senonché non funziona così. I soggetti sono due: chi ha proposto e votato la riforma e chi si oppone, chi è per il “Sì” (confermativo) e chi è per il “No” (oppositivo). E tutti e due i soggetti devono, in condizioni di parità, rivolgersi ai cittadini, per chiamarli alle urne.
Ecco perché è stata cosa buona e giusta, anzi direi necessaria, la raccolta di firme dei cittadini in aggiunta a quella dei parlamentari.
Il referendum non è mai uno strumento esclusivo delle istituzioni, ma è sempre uno strumento condiviso anche dai cittadini. Tale regola costituzionale è stata forzata dal governo, che ha deciso la data del referendum senza attendere la conclusione della raccolta di firme dei cittadini-elettori, che hanno tempo fino al 31 gennaio per raccogliere le 500.000 firme necessarie (obiettivo che ad oggi è stato abbondantemente superato).
Certo, le date del 22-23 marzo non sono quelle che al Governo avrebbero preferito, visto che, prima dell’ingresso in campo del Comitato per il “No”, era stato addirittura ipotizzato di votare a febbraio… ma ci troviamo sempre di fronte ad una forzatura e ad un’accelerazione incostituzionale, che peraltro non ha alcuna giustificazione ‘logistica’, se non la spudorata necessità di fare in fretta, senza far maturare una ponderata convinzione dei cittadini.
Infatti, in tutti i 77 quesiti referendari della nostra storia, a partire dal primo referendum del 1946 fra Monarchia e Repubblica, non si è mai votato in inverno, né a marzo, bensì sempre a maggio e giugno, salvo qualche eccezione autunnale.
Questo atteggiamento del governo, frettoloso e reticente, rispetto al confronto era anche finalizzato a dare un chiaro messaggio alla opinione pubblica; il messaggio secondo cui questa partita riguarderebbe i politici e i magistrati, non i cittadini, come se non dovessero essere interessati, se non per tifare per gli uni o per gli altri. Invece no, non è così: la ‘riforma’ riguarda la Costituzione e l’equilibrio dei poteri costituzionali, ossia la massima garanzia democratica che riguarda tutta la comunità italiana.
Se si pensa di riformare la Costituzione contro uno dei poteri costituzionali, si sta infatti compiendo un’azione ostile nei confronti della Costituzione. E non si può negare che la riforma sia ‘contro’, visto che i singoli ministri e la presidente del Consiglio usano argomenti di attacco e dileggio nei confronti della magistratura per motivare il “Sì” alla riforma.
Non serve continuare a domandarsi se Meloni s’intesta questa riforma oppure no, come se dipendesse dal suo atteggiamento tattico nella campagna referendaria o dalla sobrietà della sua propaganda: la riforma è stata voluta presentata e firmata dal Governo ed è stata approvata con un testo blindato, senza alcun confronto parlamentare con l’opposizione. Quindi è in testa ed in petto della premier, senza se e senza ma.
Adesso che il confronto non può essere evitato – perché c’è un altro soggetto in campo, il Comitato del ‘No’ – la strategia del governo è quella di delegittimare le voci che si esprimono manifestando contrarietà. Lo si evince chiaramente dalle polemiche delle ultime settimane, da quella per il manifesto di cui è stato chiesto il sequestro fino agli scomposti attacchi nei confronti di Alessandro Barbero, contro cui è stata operata una grottesca censura sui social e sulle piattaforme. Come si può censurare l’opinione secondo cui “la riforma mette a rischio l’indipendenza della Magistratura”? Di fronte a tale assunto si può esprimere un’opinione contraria, ma non si può impedire ad un cittadino (tantopiù se autorevole) di sostenerlo. Il governo ha piena facoltà di affermare che le regole fondanti della giustizia italiana non verrebbero intaccate, ma allo stesso modo è pienamente legittimo sostenere che la separazione delle carriere o la divisione in due del CSM, oggi organo unico di governo autonomo della Magistratura, limiterebbe le sue prerogative sotto vari punti di vista. Inoltre, che l’alta corte disciplinare di nuova costituzione non sarebbe più presieduta dal Presidente della Repubblica è scritto nella ‘riforma’; la corte sarebbe infatti presieduta da un membro interno eletto esclusivamente tra i membri laici di nomina esterna e quindi discriminerebbe i membri togati sorteggiati ed abilitati soltanto al voto attivo e non passivo.
Questi organismi inoltre prevedono il sorteggio per i membri togati, che quindi perderebbero titolo a rappresentare, mentre i membri laici sarebbero selezionati dal Parlamento e quindi manterrebbero titolo di rappresentanza politica.
Non ce n’è abbastanza per dire che il governo punta ad indebolire la Magistratura e renderla più condizionabile dalla politica?
Ma c’è scritto ancor di più, nel testo: la lista selezionata dal Parlamento sarà fatta con legge ordinaria. E come si promulga una legge ordinaria? Con la maggioranza che governa e, spesso, addirittura con il voto di fiducia che taglia fuori il confronto di merito con l’opposizione. Quindi non soltanto si rischia lo squilibrio di poteri ed una perdita di autonomia e d’indipendenza della Magistratura rispetto alla politica, ma, peggio ancora, rispetto al Governo di turno.
Come si può dunque sostenere che sia legittimo l’argomento del “Sì”, in quanto la riforma impedirebbe in futuro casi come quello di Garlasco o le ingerenze della Magistratura nella politica del governo, e poi considerare censurabili gli argomenti di Barbero che ha dichiarato il suo voto contrario per evitare le ingerenze della politica nella Magistratura?
Ancora più intollerabile appare l’attacco che viene portato a tutte quelle Organizzazioni che fanno parte del comitato per il “No” ma che non provengono dal modo giuridico e che non dovrebbero quindi impicciarsi di questa materia. Mentre dovrebbe esprimersi autorevolmente sulla materia un personaggio come Fabrizio Corona o, ancora più, il malfamato Palamara. Il governo sostiene la riforma per impedire che accada ancora un caso Palamara e poi ingaggia Palamara per la campagna propagandistica del “Sì”… È come se la Chiesa invitasse alla santa messa il Diavolo e gli affidasse il sermone ai fedeli. L’obiettivo dello scomposto attacco, manco a dirlo, è la CGIL, in quanto una delle principali Organizzazioni promotrici del comitato per il “No”.
Per quanto ci riguarda, siamo fieri della scelta della CGIL, che ha scelto di impegnarsi in prima fila in questa battaglia, perché la posta in gioco è da un lato la Costituzione fondata sul lavoro e dall’altro la difesa di una Magistratura che perderebbe autonomia ed indipendenza. E come potrebbe, se fortemente indebolita, ancora garantire l’autorevolezza necessaria per difendere il diritto del lavoro ed i diritti dei lavoratori e lavoratrici o la sicurezza sul lavoro dai soprusi dei padroni, del sistema capitalistico e dall’uso della forza, della violenza e della guerra come strumento di regolazione delle relazioni sociali?
Pietro Soldini
Pubblicato il 26 Gennaio 2026
