Sotto attacco la rappresentanza sindacale, la democrazia, la Cgil

“Difendere davvero la democrazia nei luoghi di lavoro significa anche avere il coraggio di affrontare quei meccanismi che rischiano di indebolirla”

Nelle ultime settimane, anche al Comune di Milano, si è aperta una vicenda che merita di essere letta con attenzione. Non come un semplice episodio tecnico nelle relazioni sindacali, ma come il segnale di una fase più generale e inedita che riguarda il lavoro pubblico, il ruolo della rappresentanza e, più in profondità, la qualità della nostra democrazia.

Il 5 marzo, durante un incontro con l’Amministrazione, le rappresentanze territoriali di CISL FP, UIL FPL e CSA hanno sollevato la questione della titolarità del tavolo sindacale, richiamando la previsione contrattuale contenuta nell’articolo 7, comma 2, del CCNL. A partire da questa interpretazione hanno deciso di abbandonare il confronto con l’Amministrazione in attesa di una risposta formale.

La questione sollevata è di natura formalmente tecnica, ma le conseguenze che può produrre sono tutt’altro che marginali. Se la rappresentanza sindacale viene letta esclusivamente attraverso una lente procedurale e formalistica, si rischia di mettere in discussione l’equilibrio che negli anni ha consentito di costruire relazioni sindacali stabili e riconosciute all’interno dell’Ente.

Come portavoce della RSU del Comune di Milano ho ritenuto necessario rivolgere un appello a tutte le organizzazioni sindacali affinché si lavori rapidamente alla ricomposizione dell’unitarietà del tavolo di confronto con l’Amministrazione.

Non si tratta di una questione procedurale o di un dettaglio tecnico. È in gioco il senso stesso della rappresentanza.

Le RSU nascono dal voto diretto delle lavoratrici e dei lavoratori e rappresentano uno degli strumenti più avanzati di democrazia nel mondo del lavoro. In esse convivono appartenenze sindacali diverse che trovano una sintesi nel mandato ricevuto dalle lavoratrici e dai lavoratori. Quando il confronto con l’Amministrazione si frammenta o si indebolisce, non si indeboliscono semplicemente alcune sigle: si indebolisce la rappresentanza di tutte e tutti.

In questi anni, anche al Comune di Milano, è stato possibile affrontare passaggi complessi proprio grazie alla capacità di mantenere uno spazio comune di confronto. È un patrimonio costruito nel tempo, fatto di partecipazione, confronto e responsabilità. Disperderlo oggi significherebbe indebolire proprio quello strumento che garantisce alle lavoratrici e ai lavoratori di avere una voce riconosciuta.

Ma ciò che accade non può essere separato dal contesto più generale nel quale ci troviamo. Stiamo attraversando una fase politica e istituzionale che ha pochi precedenti negli ultimi decenni. Assistiamo a una progressiva erosione degli equilibri costituzionali: una produzione crescente di decreti governativi che riduce il ruolo del Parlamento, riforme che puntano a ridimensionare il ruolo della magistratura, interventi sul diritto di sciopero sempre più restrittivi, misure securitarie che comprimono spazi di libertà. Nel lavoro pubblico, mentre l’inflazione erode salari e potere d’acquisto, si rinnovano contratti spesso al ribasso.

Dentro questo quadro si afferma anche un modello diverso di relazioni sindacali. Un sindacato che viene riconosciuto dalle controparti – governi e associazioni datoriali – non tanto sulla base della sua rappresentanza reale tra i lavoratori, ma sulla base della sua disponibilità ad accettare condizioni già definite. Un sindacato che non crea problemi, che firma comunque, che non mette in discussione le scelte.

È un passaggio delicato, perché il rischio è che la rappresentanza venga progressivamente svuotata della sua sostanza democratica. Se il criterio diventa l’acquiescenza e non il mandato delle lavoratrici e dei lavoratori, allora il sistema delle relazioni sindacali cambia natura.

In questo scenario non rischia soltanto la RSU del Comune di Milano. Rischia un modello di rappresentanza costruito negli anni e fondato sul voto delle lavoratrici e dei lavoratori. E rischia anche la CGIL, perché la pressione che si esercita in questa fase non è neutra: spingere verso tavoli ristretti o relazioni sindacali fondate sulla mera disponibilità ad accettare condizioni già scritte significa, di fatto, chiedere alla CGIL di abbandonare la propria impostazione.

Significa spingerla a rinunciare alla propria autonomia, alla propria funzione critica, alla propria idea di sindacato come soggetto che rappresenta il lavoro e non come semplice soggetto che ratifica decisioni altrui.

È qui che la fase diventa davvero delicata.

Perché quando si crea il contesto nel quale si negozia solo con chi accetta tutto, la pressione su chi non accetta diventa inevitabilmente più forte. E quella pressione non si esercita solo verso l’esterno: prova anche a insinuarsi dentro il sindacato, dentro le strutture, dentro i luoghi di rappresentanza.

Per questo oggi serve chiarezza. E serve compattezza.

Ma la compattezza non può significare ignorare i limiti delle regole che oggi disciplinano la rappresentanza nel pubblico impiego. Difendere davvero la democrazia nei luoghi di lavoro significa anche avere il coraggio di affrontare quei meccanismi che rischiano di indebolirla.

Tra questi c’è un punto particolarmente critico: il sistema che, nei fatti, tende ad allontanare dalla contrattazione le organizzazioni sindacali che non firmano il contratto, anche quando sono largamente rappresentative tra le lavoratrici e i lavoratori.

Si tratta di un nodo che riguarda la qualità democratica del sistema di relazioni sindacali. Il voto delle lavoratrici e dei lavoratori nelle elezioni delle RSU dovrebbe essere il criterio fondamentale di legittimazione della rappresentanza. Quando invece si costruiscono meccanismi che, direttamente o indirettamente, penalizzano o marginalizzano chi non sottoscrive un accordo — anche quando quel soggetto rappresenta una parte consistente del lavoro — si introduce un elemento di distorsione democratica.

Il rischio è evidente: la firma del contratto diventa non più l’esito libero di una valutazione sindacale, ma una condizione implicita per poter continuare a esercitare pienamente la rappresentanza.

È una dinamica che può spingere verso un sistema nel quale chi accetta sempre resta dentro il perimetro della contrattazione, mentre chi esprime dissenso rischia progressivamente di esserne escluso. Un sistema di questo tipo non rafforza le relazioni sindacali: le impoverisce e riduce il pluralismo che nasce dal voto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per questo, accanto alla necessaria unità nell’azione sindacale, è importante che la CGIL si impegni anche per modificare quegli aspetti della normativa sulla rappresentatività che oggi rischiano di limitare la piena espressione della democrazia sindacale nel pubblico impiego.

Difendere la rappresentanza significa anche questo: lavorare perché le regole del sistema siano sempre più coerenti con il principio fondamentale su cui si fonda l’esperienza delle RSU, cioè il mandato democratico delle lavoratrici e dei lavoratori.

In un film che racconta una delle battaglie decisive della storia europea, Enemy at the Gates, si ripete più volte una frase semplice e brutale: il nemico è alle porte. Non è una citazione retorica. Serve a ricordare che esistono momenti nei quali il contesto cambia e le divisioni rischiano di indebolire chi deve difendere una posizione comune.

Quando la rappresentanza del lavoro viene messa sotto pressione, la prima risposta deve essere la capacità di fare quadrato.

E questo richiamo oggi riguarda innanzitutto noi, dentro la CGIL. Non per chiuderci in una logica identitaria, ma perché in questa fase la nostra intelligenza collettiva deve trovare le forme per tenere insieme autonomia, presenza nei luoghi di lavoro e capacità di rappresentanza reale.

Come una squadra di rugby. In campo non conta solo la forza del singolo. Conta la squadra. C’è un ruolo per tutti: dal più piccolo al più robusto, dal più basso al più alto, dal più veloce al più massiccio. Ognuno con la propria funzione, ma tutti dentro lo stesso movimento collettivo. È così che si difende la linea, è così che si avanza.

Oggi più che mai la nostra forza sta nella capacità di agire come squadra.

Nel mio ruolo di portavoce della RSU non nascondo che queste posizioni comportano pressioni, anche da parte di altre organizzazioni sindacali. Ma ci sono momenti nella vita sindacale in cui arretrare non è possibile.

Per questo l’appello che ho rivolto alle organizzazioni sindacali del Comune di Milano resta semplice: ricostruire rapidamente uno spazio di confronto unitario e non disperdere il patrimonio democratico costruito nel tempo dalle lavoratrici e dai lavoratori attraverso il voto alle RSU.

Quando si indebolisce la rappresentanza del lavoro non perde solo il sindacato. Perde la democrazia.

Adriano Sgrò

Assemblea generale CGIL

Portavoce RSU Comune di Milano

Pubblicato il 16 Marzo 2026