Istruzione e ricerca: oltre l’ansia dei tavoli

La trattativa sul CCNL 2025/2027 dopo il recente accordo separato, le decisioni dell’Assemblea generale FLC-CGIL, le preoccupazioni dell’Area ‘Le Radici del Sindacato’ in categoria, la necessità di tenere l’iniziativa rivendicativa

Mercoledì 11 marzo 2026, all’ARAN, si è aperta la trattativa per il rinnovo del CCNL Istruzione e ricerca del triennio 2025/2027. Un avvio con due aspetti inediti: da una parte, prima ancora che gli altri contratti pubblici siano siglati (Funzioni centrali, Enti locali e Sanità), anzi quando le loro trattative appaiono ancora molto aperte o nemmeno iniziate; dall’altra, nel triennio di vigenza, quando gli ultimi dieci anni ci avevano abituati a contratti rinnovati dopo la scadenza. L’ultimo, ad esempio, è stato sottoscritto solo il 23 dicembre 2025: meno di tre mesi fa, un anno dopo il suo termine. Quel rinnovo, 2022/24, si è focalizzato sulla componente economica: nel triennio della grande inflazione, si è avuto un aumento del 6%, con una perdita salariale di circa il 10%. Questo risultato, che si riversa su stipendi già particolarmente bassi sia rispetto gli altri settori pubblici, sia rispetto agli altri paese europei, rischia di determinare una divaricazione strutturale rispetto altri settori, che in questi anni hanno conquistato una tenuta o comunque significative quote di recupero salariale (dai bancari ai metalmeccanici). La FLC non ha firmato quel rinnovo, rifiutando di accodarsi alle altre organizzazioni (CISL, UIL, SNALS, GILDA, ANIEF), segnando come negli altri comparti pubblici un accordo separato che l’ha esclusa dalla contrattazione integrativa (gli accordi di secondo livello in scuole e università, a cui sono comunque presenti le RSU; gli accordi integrativi nazionali della scuola e, incredibilmente, anche degli Enti di ricerca nazionali, a cui sono presenti solo le organizzazioni sindacali e non rappresentanze elette dai lavoratori e dalle lavoratrici o comunque loro espressione).

L’Aran ha prospettato un contratto a tappe: una rapida trattativa economica (tabellare e componenti fisse), una successiva definizione normativa, in tempi indefiniti. La FLC, nel primo giro di tavolo, ha sottolineato la priorità assoluta della piena tutela delle retribuzioni, chiedendo che tutte le risorse disponibili siano destinate agli incrementi tabellari ed investimenti aggiuntivi per colmare il differenziale stipendiale che separa il nostro comparto dal resto della Pubblica Amministrazione e dai parametri europei, verificando anche a fine vigenza (31 dicembre 2027) il possibile scostamento tra inflazione prevista e inflazione reale.

La posizione espressa è stata il risultato di un recente confronto nell’Assemblea generale FLC CGIL (26 febbraio 2026) e di uno specifico ordine del giorno approvato in quell’occasione. Nel quadro delle risorse stanziate (incremento delle retribuzioni pari al 5,4%, più o meno l’inflazione programmata per il triennio), si è ribadito la valutazione negativa del precedente rinnovo ed affermata la necessità di salvaguardare il potere d’acquisto, ribadendo la rivendicazione di colmare il differenziale stipendiale che si è determinato per la dinamica inflattiva; ma si è sottolineata anche la necessità di garantire il pieno ripristino di tutte le prerogative in materia di contrattazione per le organizzazioni sindacali, nel quadro delle regole già definite dalla legge e dalla contrattazione nazionale.

Radici del Sindacato ha espresso una sostanziale perplessità su questa impostazione, decidendo di astenersi sull’ordine del giorno, con una mia dichiarazione di voto. Abbiamo in realtà apprezzato l’insieme del ragionamento politico proposto dalla segretaria, in particolare rispetto la svolta autoritaria in corso, che si è concretizzato nelle scelte di confermare la partecipazione all’annuale sciopero transfemminista promosso da Non Una Di Meno, quest’anno il 9 marzo, e alla manifestazione Together del 28 marzo, avviata dalla rete NoKings. Ed abbiamo al contempo apprezzato la conferma del giudizio negativo sul precedente contratto e, soprattutto, la conferma della rivendicazione di un necessario aumento salariale ulteriore rispetto le risorse stanziate, in grado di colmare il differenziale rispetto all’inflazione di questi anni. Ma abbiamo ritenuto sbagliato, ai piedi di partenza della trattativa, sottolineare la prospettiva di un rientro nei tavoli di contrattazione nel quadro delle attuali regole, cioè attraverso l’eventuale sottoscrizione del nuovo contratto.

Il confronto di questi mesi in categoria è stato segnato dall’ansia di tornare ai tavoli, come sottolineato dal mio intervento e da quello del compagno Lillo Fasciana. Questa ansia è un errore, perché sta portando l’organizzazione a vivere in apnea, in attesa del rinnovo o, come chiesto da qualcuno, di una firma tecnica in tempi celeri. In questo modo non si coglie l’occasione di sviluppo e crescita che ci è offerta proprio da questa stagione, dalla coerenza che abbiamo dimostrato con lavoratori e lavoratrici, dall’evidenza del ruolo subalterno che hanno assunto le altre organizzazioni sindacali. Fiancheggiatrici o silenti non solo sui salari, ma sull’azione del governo e, nella scuola, del Ministro Valditara, a partire da riarmo (il tutt’uno di impresa, università e difesa di Crosetto), revisione nazionalista delle linee guida, repressione dei dibattiti, divieto della commemorazione di Cutro, senza dimenticare le schedature promosse da Azione Giovani. Proprio oggi allora, noi dovremmo dispiegare nelle scuole, nelle università, negli enti di ricerca e nell’Afam una nostra azione rivendicativa, in grado di connettere la diffusa sofferenza salariale, l’iniziativa autoritaria del governo e la scelta degli accordi separati, facendo proprio dell’esclusione dai tavoli la nostra bandiera di una stagione di attivazione e mobilitazione di lavoratori e lavoratrici.

Noi dovremmo, cioè, fare di questa stagione un’occasione di protagonismo proprio delle Rappresentazione Sindacali Unitarie, del loro rapporto diretto e democratico con lavoratori e lavoratrici, impegnandoci nel loro supporto e nello sviluppo della loro autonomia, consapevolezza e capacità contrattuale. Certo, sappiamo che nelle ottomila scuole del paese pesa su delegati e delegate una responsabilità; siamo consapevoli della complessità delle trattative negli atenei che coinvolgono migliaia di lavoratori e lavoratrici con inquadramenti e professionalità diverse; siamo coscienti della stagione di cambiamenti negli Afam, per le recenti e le prossime revisione su concorsi e governance; siamo preoccupati di questa fase negli Enti di ricerca, dove si devono definire importanti partite salariali sul secondo livello e anche una revisione degli inquadramenti, dove per di più le RSU sono escluse dalle trattative di ente (e qui, credo, deve esser avviata quanto prima un’esplicita azione, anche sulla base della recente sentenza della Corte Costituzionale sull’articolo 19, essendo proprio una contrattazione di amministrazione da cui sono escluse le rappresentanze sindacali). Però, proprio in questa stagione, crediamo che possa crescere una nuova generazione di delegati e delegate, capace di fare del loro rapporto con l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori la leva fondamentale della nostra azione sindacale.

Infine, con quest’ansia crediamo non si colga la cifra di questa stagione storica. Io credo sia in corso un attacco profondo proprio all’autorevolezza salariale dei contratti, ai diritti collettivi di lavoratori e lavoratrici, all’unità del mondo del lavoro. Quest’attacco deve allora trovare una risposta nella forza del lavoro, nella sua attivazione e nella sua mobilitazione. La dico così: davvero pensiamo che davanti alla svolta autoritaria in corso, all’iniziativa costituzionale e referendaria del governo, al possibile salto qualitativo di un eventuale secondo esecutivo Meloni, all’autonomia differenziata e una più complessiva destrutturazione dei servizi universali, noi possiamo mantenere un ruolo contrattuale firmando contratti e accendendo ai tavoli? Per esser più chiaro: davvero crediamo che semplicemente ritornando ai tavoli siamo in grado di stare nelle ristette, attivare processi e procedure contrattuali che abbiamo conosciuto nel passato, magari nella stagione della contrattazione decentrata dei primi anni Duemila, o anche solo mantenere un ruolo di presidio delle norme?

Davvero pensiamo che la contrattazione pubblica possa riprendere, mentre viene rimesso in discussione la struttura costituzionale e la regolazione sociale di questo paese, a partire dai DL e dalle leggi sulla sicurezza? Io ho qualche dubbio. Allora, capisco il bilanciamento dell’ordine del giorno, ma non mi convince e non lo condivido. Non ci convince e non lo condividiamo. Ai piedi di partenza di una contrattazione in due tempi, dove magari nel secondo tempo potremmo vedere affondi sul fronte della performance in università ed enti di ricerca, o del middle management nelle scuole, dell’inquadramento negli Enti di ricerca, proprio nel momento in cui si definisce il Documento di Programmazione Economica di marzo e quindi gli assi della prossima legge di bilancio, noi dovremmo allora focalizzarci sulla rivendicazione salariale e, come detto nella stessa relazione, sull’elaborazione di una proposta di ridefinizione dei modelli contrattuali (a partire da bienni economici).  La svolta autoritaria e la rimessa in discussione del ruolo generale e contrattuale del sindacato la possiamo contrastare solo nelle piazze, costruendo una saldatura tra lavoro e movimenti sociali, e nella capacità di reggere gli accordi separati, tenere e sviluppare il ruolo delle nostre RSU, crescere nella nostra rappresentanza e azione nelle scuole, nelle università, negli Enti di ricerca e negli Afam. Oggi è la stagione della resistenza. E, allora, resistiamo.

Luca Scacchi

Assemblea generale FLC-CGIL

Pubblicato il 16 Marzo 2026