Se l’Europa collabora alla sua distruzione

L’Italia, che ha un’economia di trasformazione ed è fortemente dipendente dall’importazione di petrolio, gas e materie prime, che vedono una folle girandola di rincari, entrerà in recessione, la cui gravità dipenderà anche dalla durata del conflitto, ma le cui conseguenze si protrarranno ben oltre la sua conclusione. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, esiste un “rischio di effetti sul Pil di lunga durata anche dopo fine conflitto e si aprirà comunque una fase di tensioni nei rapporti commerciali e nei mercati delle materie prime, con inevitabili ripercussioni per un’economia fortemente dipendente dall’estero come quella italiana (…). I consumi saranno più deboli per via dell’inflazione che erode il reddito disponibile reale e le condizioni fiscali più stringenti raffredderanno gli investimenti. I prezzi più alti del cibo impatteranno in modo negativo sul potere d’acquisto dei consumatori, soprattutto tra i nuclei a basso reddito – e peseranno sulla domanda interna”. La Cgia di Mestre ha calcolato che la crisi diffusa delle piccole imprese (1.300 solo quelle esportatrici), metterà a rischio, in soli 3 mesi, oltre mezzo milione di posti di lavoro, mentre 10 milioni di cittadini entreranno in povertà assoluta. Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue considerazioni finali, dopo aver ricordato che siamo stati penalizzati dal Covid (e lo saremo dalle successive pandemie in arrivo) e dalla guerra, non ha trovato nulla di meglio che consigliare una riduzione dei salari, evitando di recuperare una inflazione galoppante, perché “la perdita di potere d’acquisto tenderà a contenere la domanda finale, attenuando la pressione sui prezzi”, raffreddando così l’inflazione. È un ragionamento che, oltre a rappresentare un insulto sociale, non sta neppure in piedi economicamente, e qualsiasi studente di economia può facilmente osservare che, a parte l’intollerabile peggioramento delle condizioni di vita, il conseguente declino del mercato interno, con una domanda estera in calo, aggrava ulteriormente la moria delle imprese, fuori mercato per il prezzo insostenibile dell’energia, determinando un collasso dell’economia. In una tale situazione aumenteranno a dismisura anche le delocalizzazioni verso Paesi con un minor costo del lavoro e dell’energia. L’inflazione è la più alta dal 1991 e determina, in termini reali, un taglio delle spese di bilancio per beni e servizi e i trasferimenti alle imprese. L’inflazione si abbatte su una dinamica salariale che vede l’Italia agli ultimi posti in Europa, al di sotto della media europea, come l’unico Paese in cui i salari si sono ridotti negli ultimi 30 anni (-3%), contro una crescita del 31% di quelli francesi e del 34% di quelli tedeschi. Vengono colpiti pesantemente anche i pensionati, che hanno un trattamento fiscale molto più rapace di quello dei dipendenti e la cui mancata rivalutazione sulla perdita di potere d’acquisto è permanente nel tempo e si accumula progressivamente, con una specie di bancomat che riversa soldi nelle tasche dello stato. L’Iva è stata cancellata per l’esportazione di armi ma non per i beni di prima necessità. Il contributo una-tantum di 200 euro per chi guadagna meno di 35 mila sembra una presa in giro, pensando alla riforma Irpef 2021 che ha regalato 7 miliardi ai redditi medio-alti, cioè da 50mila euro all’anno in su. Il carovita ha determinato, in una situazione di riduzione dei redditi, un extragettito fiscale di 40 miliardi. Va poi ricordato che l’inflazione agisce in modo differenziato per due morivi. Incide solo sul reddito consumato, ed ha un preciso segno di classe per cui è inferiore sui redditi elevati che possono risparmiare, mentre può essere addirittura superiore al 100% per chi non risparmia ma va a debito. Incide maggiormente sulle tariffe, gli affitti e i generi alimentari, che sono spese indispensabili e, per i redditi più poveri, lasciano poco o nessuno spazio per le altre spese. Insomma, essere poveri costa caro. Occorre poi riflettere sul record registrato a febbraio di dipendenti precari. Insomma, in Italia la vita è sempre più precaria, per cui i laureati fuggono all’estero e si assiste ad un drammatico calo della natalità: un paese in via d’estinzione. Quattro milioni di famiglie cadranno in povertà energetica, gli sfratti si sono triplicati (senza alcun investimento in alloggi popolari), 4 minori su 10 vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo e sono molti gli anziani che, ogni estate, sono morti per il caldo, non disponendo d’un condizionatore (Draghi aveva sostituito la frase “volete burro o cannoni” con quella “volete la pace o i termosifoni o addirittura l’aria condizionata, cose che in realtà non c’entrano affatto), ma da Bruxelles hanno addirittura consigliato di ridurre le docce. Il governo intanto s’è impegnato con la NATO ad aumentare le spese militari fino al 2% del pil e ad inviare armi all’Ucraina, già zeppa di armi che, se non finiscono alle armate naziste, vengono rivendute, come risulta da una indagine, via internet a mafie, criminali e terroristi. Lo scenario delineato si connette ad un contesto pandemico da Covid-19 sempre molto aleatorio, come si vede dalla recente quarantena cinese, dalla comparsa di sempre nuove varianti e dalla continua esplosione di nuove epidemie, più intense e tre volte più frequenti d’un tempo, che sono zoonosi causate da attività antropiche con un forte impatto ambientale, come il vaiolo delle scimmie, Aids, Ebola e Zika. Tuttavia, a seguito dell’attenuazione del Covid, i forti stimoli monetari, erogati per rilanciare l’economia, avevano fatto prevedere, particolarmente in Italia, una ripresa galoppante della crescita, che avrebbe portato il Pil mondiale a superare il tetto dei 100mila miliardi nel 2022, determinando però nel contempo un’esplosione del debito globale, salito a 226 trilioni di dollari, e una fiammata dei prezzi passata da “temporanea” a “strutturale” e persistente, in una situazione di costante riduzione della crescita, soprattutto a causa delle sanzioni alla Russia. Crisi pandemica e guerra hanno imposto anche una brusca frenata alla transizione ecologica, aumentato gli investimenti in combustibili fossili, compreso il carbone, che è altamente inquinante. Il fondo americano Blackrock ha imboccato la linea della restaurazione fossile, sostenendo che la guerra ha posto fine alla globalizzazione e ciò rallenterà il cammino verso le emissioni zero, per cui investire nelle rinnovabili non conviene più e i titoli “verdi”, agganciati alla riduzione delle emissioni di Co2 sono precipitati del 40% e ciò ha fatto aumentare le emissioni inquinanti. Queste sono tutte conseguenze nefaste della crisi conclamata del vecchio modello di sviluppo, della globalizzazione finanziaria, della politica masochistica delle sanzioni europee alla Russia, imposte dagli Stati Uniti, che hanno progettato da tempo di spingere la Russia a questa guerra, al fine di metterla fuori gioco, costruendo una nuova cortina di ferro, dotata di missili atomici, alle sue frontiere, mettendo con le spalle al muro la Germania, vietando la messa in funzione del Nord Stream 2, già costruito, per impedire la crescente cooperazione commerciale della UE con la Russia, e la conseguente creazione della prima area economica mondiale, eliminando così un concorrente pericoloso, per dedicarsi al conflitto con la Cina per la supremazia mondiale. E l’Europa sta collaborando alacremente alla propria distruzione. Mike “Mish” Shedlock, uno dei maggiori analisti economici mondiali, sostiene che “non c’è ancora abbastanza pessimismo”, mentre trova la completa indifferenza di una classe politica litigiosa e indecente, sia italiana che europea, che si lascia coinvolgere, volonterosamente, nelle trame dei “neocons” statunitensi verso una guerra senza fine che è esiziale per l’Europa. Ma anche il sindacato sembra non aver adeguatamente compreso la portata decisiva della sfida che abbiamo di fronte e non si sta attrezzando per resistervi, proponendo e lottando per convincenti alternative di sistema. Ma il tempo sta per scadere e l’Armageddon sembra pericolosamente vicino. Giancarlo Saccoman