Adriano Sgrò: “Un Congresso dei diritti, dell’uguaglianza e della pace”

Verso il XIX Congresso della più grande organizzazione di massa del Paese: i promotori del secondo documento hanno le idee chiare. Vanno richiamate non formalmente le radici della Cgil, attualizzandole con le numerose priorità del presente, osservando la lente della realtà con gli occhi dei lavoratrici e dei lavoratori, delle delegate e dei delegati nei luoghi di lavoro. Ad Adriano Sgrò, Coordinatore nazionale di ‘Democrazia e Lavoro’, abbiamo chiesto di descrivere per sommi capi le battaglie e le sfide che si intrecciano con il percorso congressuale.

Da quali priorità dovrebbe partire l’iter congressuale?

Il prossimo congresso della Cgil dovrebbe caratterizzarsi con una proposta programmatica rivolta al Paese con grande chiarezza. Pensiamo che una nuova idea di Sindacato debba realizzarsi per rispondere al bisogno di rappresentanza molto ampio e per costruire una forte interlocuzione con la politica.

E come si intreccia il percorso sindacale con la politica?

La Cgil deve muovere l’agenda politica, ritrovando una strumentazione e una nuova pratica di azione. Perciò pensiamo che ritornare alle radici della nostra esperienza sindacale sia il modo più corretto per uscire da una condizione che costringe il mondo sindacale ad una situazione di crisi. Oggi occorre riconoscere la pervasiva aggressione nei confronti del mondo del lavoro da parte di imprese e finanza. Per riequilibrare i rapporti dobbiamo agire la leva del conflitto, così come è stata concepita sin dal testo costituzionale.

In effetti il dramma delle disuguaglianze raramente è stato così acuto…

Abbiamo la necessità di riconquistare un ruolo propulsivo per rimettere in piedi un Paese che vive un’inaccettabile divaricazione tra poli opposti: nord/sud, uomini/donne, garantiti/precari, giovani/anziani. Salari e lavoro sono scivolati nella considerazione più bassa da parte del quadro politico e dirigenziale, mentre la Cgil non riesce a trovare il proprio ruolo di soggetto in grado di proporre una trasformazione.

Quattro anni fa il dibattito intorno alla Cgil ruotò intorno alla sua leadership: è stato un modello “vincente”?

Direi proprio di no, non a caso la discussione che intendiamo proporre non riguarda la leadership sindacale, bensì le prassi e le azioni di un’intera organizzazione, talvolta incapace di leggere i bisogni e, altre volte, compiaciuta della parziale tenuta di alcuni accordi. In realtà, per modificare le politiche salariali, occupazionali, sociali, fiscali e civili nel Paese occorre rilanciare una mobilitazione ampia e generale.

Tema complesso ma ineludibile. Come procedere?

Ricostruendo, giorno dopo giorno, il rapporto con il mondo del lavoro e con la società: dobbiamo riscoprire un’idea di sindacato per uscire dalle secche della situazione attuale e proporre contestualmente anche un’idea di Paese. Rivendicando una Sanità pubblica e universale e una Scuola di rango costituzionale. Dobbiamo pensare alla piena occupazione e rilanciare i salari con meccanismi garantiti di adeguamento al costo della vita. Dobbiamo pretendere che si agisca sul Mezzogiorno e che si programmino investimenti concreti in tutti i settori: dall’industria manifatturiera al turismo e alla cultura, fino alle energie rinnovabili. Dobbiamo rilanciare una conferenza internazionale per la pace e il disarmo e denunciare lo squallido balletto politico che strumentalizza i morti della guerra in Ucraina dimenticandosi dei restanti 59 conflitti in atto nel mondo. Dobbiamo avere una proposta per tutti i diseredati, per la popolazione carceraria in condizioni disumane, contro la povertà dilagante e l’enorme ingiustizia nella distribuzione della ricchezza.

Sfide a tutto campo, insomma, come si conviene ad un sindacato che rappresenta interessi generali…

Sfide che devono farci riprendere l’iniziativa, uscendo contestualmente dalle mille compatibilità che il sistema di produzione capitalistico ci impone. Se vogliamo essere una soggettività in grado di nutrire speranze, progetti di emancipazione e prospettive di cambiamento del Paese, dobbiamo divenire più autonomi e forti fin da subito – e non in un “domani” indeterminato e indeterminabile – rispetto ad un quadro politico del tutto miope. Occorre mettere in campo la mobilitazione per le battaglie “qui e ora” e per costruire una nuova identità sociale e di classe. Altrimenti il Congresso si ridurrà ad una discussione sui nostri assetti organizzativi: un’eventualità da scongiurare, che a noi del secondo documento interessa poco e ci lascerebbe immaginare un futuro sempre più arduo, non soltanto per il nostro sindacato ma per tutto il Paese.