Gli avvoltoi sorvolano l’Italia, tra inflazione e stretta monetaria

A partire dai primi anni novanta il mondo sta cambiando in modo sempre più rapido e profondo, a una velocità senza precedenti, e i fattori di crisi, climatica, sanitaria, economica e sociale, che spingono la sua trasformazione, determinano una interdipendenza sempre maggiore che però non trova un nuovo governo globale capace di costruire un nuovo ordine mondiale cooperativo, mostrando l’incapacità collettiva di gestire queste emergenze, favorendo così i conflitti che rendono la convivenza sempre più complessa e imprevedibile, fragile e insicura. 

Stiamo vivendo una drammatica situazione, che ha suscitato un’ondata di pessimismo fra le istituzioni e gli operatori finanziari. La Banca Mondiale ha detto che “l’economia globale è in pericolo”. Larry Summer, l’economista che ha previsto una “stagnazione secolare”, afferma che “non c’è stata mai un’inflazione superiore al 4% che non sia stata seguita da una recessione entro i 2 anni successivi”. Jamie Dimer, di J. P. Morgan Chase, ha detto “sento arrivare una supertempesta, un uragano economico”, mentre Jane Fraser, di Citigroup sente arrivare un “inverno brutale per i mercati”, con l’Europa in recessione e sostiene che “la festa è finita”. Ray Dali di Bridgestone spiega che “la confluenza in atto di numerosi shock che si stanno concentrando assieme non ha precedenti”. Elon Musk, di Tesla, ha detto di avere “pessime sensazioni” e perciò ha deciso di licenziare 10.000 dipendenti. Pisani-Ferry ha indicato il rischio di una tripla recessione, negli Stati Uniti, in Europa e in Cina. Le società tecnologiche continuano la riduzione di migliaia di posti di lavoro.

La volatilità è tale per cui i dati vengono immediatamente ritoccati al ribasso e dunque è possibile solo indicare la tendenza. La responsabilità di tale situazione viene da tutti attribuita all’inflazione, che vedrà il suo picco in autunno, all’impatto delle politiche restrittive di politica monetaria e alla riduzione del commercio mondiale, ma soprattutto alle sanzioni applicate alla Russia, che è una grande fornitrice di gas, petrolio e materie prime alimentari e di quelle minerarie strategiche, indispensabili per le moderne tecnologie, che destabilizzano l’economia mondiale. Come abbiamo imparato nelle due crisi petrolifere passate, gli shock esogeni determinano una situazione di “stagflazione” come negli anni ’70, ovvero di inflazione e recessione, che è difficilissima da combattere, perché la lotta all’inflazione viene effettuata alzando i tassi e riducendo il finanziamento all’economia e l’occupazione, mentre la recessione si combatte facendo l’esatto opposto, ovvero riducendo i tassi, reflazionando l’economia e aumentando i posti di lavoro. Le misure restrittive, che Guido Carli definiva la “corda del boia” che strozza l’economia, sono efficaci per raffreddare l’inflazione solo quando questa deriva da un eccesso di consumi, presente negli Stati Uniti ma del tutto assente in Europa, mentre risulta inefficace e addirittura de-vastante quando deriva, come avviene appunto in Europa, da impulsi esogeni. Dunque, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più e tutti, parafrasando Montale, vanno “impazziti alla ventura, e il calcolo economico più non torna”. Dato che i due possibili obiettivi di riduzione dell’inflazione e di crescita economica non sono persegui-bili contemporaneamente, occorre scegliere a quale si intende dare priorità. Biden ha indicato come priorità assoluta la lotta all’inflazione, spingendo le banche centrali a ritirare gli stimoli per la ripresa, con un rialzo dei tassi e una riduzione degli acquisti di titoli, e dunque del credito, che determinerà, secondo le stime di vari economisti, una riduzione della crescita fino a diventare negativa, con una recessione (che aumenta il rapporto deficit-pil e porta ad un’ulteriore stretta), a livello mondiale, nel 2023-24. Per questo le banche centrali non hanno aumentato gli interventi monetari per la crescita economica ma, al contrario, hanno deciso un ritiro più veloce del supporto monetario rispetto a quanto stimato in precedenza, con effetti recessivi. La prima banca centrale a indicare la strada ver-so la recessione, operando la stretta, è stata la Bank of England, seguita dalla FED. A fine maggio il Wall Street Journal ha definito la BCE “la banca europea dell’inflazione” perché, contrariamente alla FED e alla BoE, non aveva ancora invertito la rotta espansiva. Ma nonostante l’apparente somiglianza degli interventi negli Stati Uniti e in Europa, in realtà si tratta di situazioni completamente diverse, perché l’inflazione in Europa non di-pende come in America dal surriscaldamento dell’economia, favorito dai lauti sussidi a famiglie e imprese,  ma unicamente dai notevoli effetti recessivi delle sanzioni alla Russia (che aumentano i costi di importazione , anche a seguito del calo dell’euro, prossimo alla parità col dollaro) e non cesserà fino a che queste proseguiranno, e l’inasprimento delle politiche monetarie in un contesto di rallentamento della crescita induce una profonda recessione.

Proprio la crescita ostinata e persistente dell’inflazione (6,95% in Italia, 8% in Germania, 5,2% in Francia e 8,1% nell’Eurozona, la peggiore dall’introduzione dell’euro e oltre 4 volte l’obiettivo statutario del 2% medio annuo), ha indotto i Paesi “frugali” (Germania compresa, che intende riportare i margini di profitto delle proprie banche al 18%) a reclamare a gran voce il ripristino, con urgenza, delle politiche restrittive (i famigerati recessivi “parametri di Maastricht”, resi ancor più stringenti dal “Patto di Bilancio”, fiscal compact, con l’obiettivo della BCE di un 2% di inflazione media annua), temporaneamente sospese per la pandemia. Mentre la presidente della BCE, Christine Lagarde, s’era impegnata a non toccare i tassi di interesse per tutto il 2022, riducendo lo stimolo monetario, ma prolungandone la durata, alcuni banchieri centrali “falchi” (come il tedesco Jens Weidmann, il lussemburghese Gaston Reinesch e l’austriaco Robert Holzmann) si sono opposti vivacemente a causa della lunghezza dell’impegno della Bce e della decisione di reinvestire la liquidità dei bond che arriveranno a scadenza nel 2024. Per questo la Lagarde è stata costretta ad operare una svolta improvvisa, dichiarando la fine del Quantitative Easy a luglio, assieme all’avvio del rialzo dei tassi, con un aumento il 21 luglio dello 0,25% (in aggiunta all’attuale 0,50%) e a settembre di un altro 0,50%, proseguendo poi ad altri rialzi nei mesi successivi. La giustificazione è quella di fermare l’inflazione, ma essendo che non dipende da un eccesso di domanda ma da shock importati, non produce alcun effetto antinflattivo. Questa scelta ha spaventato e depresso i mercati borsistici, perché la fine del QE, col ritiro di tutti gli aiuti (eliminando l’APP, introdotto da Draghi per salvare l’euro, e mettendo il PEPP pandemico, su un binario morto, con i soli rifinanziamenti a scadenza) è ritenuta una minaccia alla stabilità finanziaria e, in assenza di uno scudo anti-spread, favorisce gli attacchi speculativi e costituisce un rischio significativo di frantumazione dei costi di finanziamento nell’Eurozona e di una nuova crisi del debito sovrano, particolarmente pericolosa per l’Italia.  

E’ iniziato un sentiero di stretta monetaria che sancisce la fine, dopo 11 anni, del denaro a basso costo illimitato nella zona euro, con conseguente ulteriore riduzione delle prospettive di crescita proprio nel momento in cui si annuncia una pesante recessione. Ciò crea pesanti problemi ai paesi debitori, come soprattutto l’Italia, rendendo più difficile il collocamento dei titoli di Stato, causando la svalutazione di quelli già sul mercato, e determinando maggiori oneri per interessi nelle future emissioni, facendo esplodere lo “spread”, specie in Italia, più esposta alle scorribande speculative per l’elevato indebitamento, che ammonta a 2.750 miliardi. Va osservato che il QE ha coperto il fabbisogno lordo di finanziamento italiano nel 2021, ossia i titoli (emessi per finanziare il deficit e rifinanziare i titoli in scadenza), interamente nel 2020 e parzialmente nel 2021 e nel primo semestre di quest’anno, per cui la loro cessazione determina la perdita di un compratore istituzionale decisivo per il nostro debito pubblico che avrà un impatto profondamente negativo sulla nostra economia. Tutto ciò è stato deciso senza preoccuparsi degli effetti recessivi deva-stanti che possono determinare, perché se il pil cresce meno del servizio del debito (o di-viene addirittura negativo) aumenta il rapporto deficit-pil e costringe a corposi avanzi primari ulteriormente depressivi, con l’aumento del “Rischio Italia”, la crescita dello “spread” e l’esplosione del costo del debito, ondate di attacchi speculativi, una fuga di capitali, mutui e investimenti più cari, un’erosione della spesa pubblica e sociale, il netto peggioramento e il fallimento di numerosissime aziende, un forte aumento dei disoccupati e un enorme aumento della povertà. Così nel “venerdì nero” i “falchi”, o piuttosto gli avvoltoi, si aggirano già sull’Italia, per farne una facile preda. Le Borse sono crollate e lo “spread” ha già raggiunto i 234 punti base, aumentando il servizio del debito e quindi il deficit di 3 miliardi e anche l’ammontare complessivo del debito, ma è solo l’inizio. Oltretutto l’Italia è stata presa in contropiede dagli investimenti a debito del Next generation Ue, effettuati anche con l’accesso ai Fondi da rimborsare, a cui vanno sommati gli interventi di emergenza a favore di famiglie e imprese per attenuare il rincaro energetico.

Giancarlo Saccoman