Quelli che giocano con la Terza Guerra Mondiale

L’attacco all’Iran sta scivolando verso un conflitto sul gas, che provocherà danni a lungo termine

La guerra all’Iran, da parte di Israele e Stati Uniti – con l’operazione “Epic Fury” o “Ruggito del leone”, a cui l’Iran ha risposto con l’operazione di rappresaglia “Vera Promessa 4”, contro obiettivi in Israele e installazioni statunitensi nel Golfo Persico – assume contorni sempre più incerti e pericolosi verso la Terza guerra mondiale.

Si tratta d’un miscuglio confuso di interessi personali, di armi tecnologiche modernissime ma insufficienti a determinarne un esito rapido, e di mitologie che affondano le loro radici nella storia antica e ciò ne rende la soluzione oltremodo complessa. Quel che è chiaro è che Israele e Stati Uniti non combattono la stessa guerra, ma a determinarne l’inizio e la possibile fine è Netanyahu, che ha idee chiare e pericolose di distruzione dell’Iran e dei suoi alleati sciiti, come nel Libano, mentre gli Stati Uniti lo rincorrono senza alcuna chiara strategia, nella confusione totale, mescolando la volontà di controllare le risorse petrolifere iraniane (le quarte al mondo), con la volontà di sottrarre i rifornimenti alla Cina, che provenivano, per il 90% da Venezuela e Iran, causandole una grave crisi economica.

Netanyahu vuole completare il lavoro già iniziato con la guerra dei dodici giorni all’Iran del 2025, scatenata il 13 giugno con un’offensiva israeliana condotta con massicci attacchi aerei a sorpresa contro infrastrutture nucleari, basi militari e aree residenziali in territorio iraniano, con gli assassinii mirati dei capi religiosi e militari iraniani, vietati dalle convenzioni internazionali. A decidere l’attacco era stato chiaramente Netanyahu, che non era in grado di svolgerlo da solo e ha trascinato nel conflitto gli Stati Uniti (che portano avanti già dal ’79 una “guerra nell’ombra” contro l’Iran) e gli hanno offerto la copertura dai missili iraniani. Lo scopo dichiarato, come anche nel nuovo conflitto odierno, è quello di impedire che gli iraniani si dotino d’un armamento atomico, ma si tratta d’un falso obiettivo. L’illusione è che bastasse eliminare la guida Suprema Ali Khamenei, assieme a circa 40 dirigenti di esercito e servizi segreti per sconfiggere il regime iraniano e invece hanno avuto la brutta sorpresa non solo del fatto che sta resistendo, ma anche che ha missili in grado di forare l’Iron dome israeliano e di raggiungere, con 4.000 chilometri di gittata, anche le capitali europee.

Sebbene Trump abbia dichiarato che gli iraniani avrebbero prodotto atomiche entro una settimana, è stato smentito sia dalla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA/IAEA), che dal Ministero della Guerra statunitense, che ritengono necessari almeno una decina d’anni prima che l’Iran sia in grado di produrle.

Non si può ignorare il fatto che l’Iran era disponibile a rinunciare alla produzione dell’armamento atomico e su questo punto l’Oman, che faceva da mediatore, ha dichiarato che l’accordo era stato raggiunto, ma Usa e Israele hanno posto le ulteriori condizioni chiaramente inaccettabili, di rinunciare al nucleare civile e alla produzione di missili, che avrebbe esposto l’Iran, completamente indifeso, alla mercé degli attacchi israeliani. L’Iran ha aderito all’Accordo di non proliferazione nucleare, è sottoposto al costante controllo dell’AIEA, mentre Israele, che notoriamente possiede da 300 a 400 testate nucleari, non ne ha mai denunciato l’esistenza per evitare un controllo dell’AIEA.

Dunque, una guerra fatta da due potenze atomiche contro un Paese che non ne avrà alcuna per molto tempo è un sopruso, perché la rinuncia dell’Iran ha senso solo in presenza d’un contemporaneo smantellamento dell’arsenale israeliano, altrimenti determina una condizione inaccettabile di subalternità iraniana ed è quindi un tentativo di vassallaggio neocoloniale. Ma la vera ragione del conflitto, sostiene Chomsky, sta nel fatto che USA e Israele non intendono tollerare l’esistenza d’una potenza indipendente in una regione che essi pretendono di dominare.

In realtà occorre considerare che la figura dell’Ayatollah riveste, come sempre nella religione islamica, la doppia funzione di capo politico e religioso che ha una grande influenza su tutto il mondo sciita. Perché l’Islam è fondato sull’Umma, ovvero la madre, che è la comunità di tutti i credenti, al di là della loro appartenenza ad uno stato. Perciò la guerra israeliana è contro l’Asse della resistenza, formato da tutte le comunità sciite del mondo, e per questo l’attacco all’Iran è accompagnato da quello al Libano, dove un terzo della popolazione è sciita, per eliminare definitivamente gli Hezbollah e il movimento Amal.

Se è chiara la posizione israeliana – che vuole distruggere l’Iran e il mondo sciita, colpendo non solo obiettivi militari ma anche civili, e le riserve di petrolio in una città di 10 milioni di abitanti, come Teheran, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide – è difficile invece capire quale sia la reale strategia americana. E soprattutto come gli USA pensino di uscirne, anche a fronte alle dichiarazioni di Trump, che alternano quelle di fine del conflitto per aver raggiunto l’obiettivo di cambio di regime e quelle di voler impiegare truppe di terra che, oltre ad essere collegate ad un conflitto di lungo periodo, sarebbero comunque assai difficili da vincere in un paese che ha 90 milioni di abitanti ed è grande quasi metà dell’UE.

Ma per capire la posizione degli Stati Uniti occorre tener presente il ruolo di Israele come partner strategico per il controllo statunitense dell’area mediorientale che ha legato indissolubilmente Washington a Israele ed ha portato al varo, da parte del Congresso americano, del Qualitative Military Edge (QME), costituito da diverse leggi che impongono agli Stati Uniti l’obbligo giuridico ad intervenire a sostegno di Israele, assicurandone la superiorità tecnologica e militare sugli altri Paesi dell’area, compresa la protezione missilistica aeronavale statunitense nell’Iron Dome (Cupola di Ferro), David’s Sling (Fionda di Davide) e Arrow (Freccia). Ciò pone in mano a Netanyahu un’arma potente, che gli consente di decidere l’inizio e la fine della guerra, indipendentemente dall’opinione statunitense, costringendo gli Usa a seguirlo, facendone il vero dominus del conflitto.

Ma come s’è arrivati a questa dipendenza degli Usa data dal varo del QME? Negli Stati Uniti esiste una potente lobby ebraica e una ancor più potente lobby dei sionisti cristiani, alleati dell’estrema destra israeliana, che vedono nella totale conquista ebraica della Palestina la condizione necessaria per il ritorno di Cristo in terra, e che, alleate, forniscono i numeri elettorali necessari per rendere il sostegno a Israele una priorità bipartisan inattaccabile.

Alla lobby sionista cristiana appartengono sia Trump che Pete Hegseth, il Ministro della guerra che mostra il tatuaggio “Deus vult”, e sostiene “vogliamo la pace attraverso la guerra”, ha rinominato il Pentagono Ministero della guerra, sostenendo che “l’era del Dipartimento della Difesa è finita”, chiama i militari “guerrieri”, sostiene che la guerra all’Iran è una “missione per conto di Dio”, che “la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra”. Trump ha inviato a Roma Peter Thiel, il guru della Silicon Valley, fondatore di PayPal e Palantir, dell’estrema destra americana, per tenere una serie di incontri incentrati sull’Anticristo e sull’Apocalisse, di cui è uno strenuo cultore.

Intanto, lo scontro con l’Iran sta scivolando verso una “guerra del gas” che per i suoi effetti ha una dimensione mondiale, provocando danni significativi a lungo termine. Con ripercussioni sul mercato energetico globale, coinvolgendo gli stati del Golfo, col blocco dello Stretto di Hormuz, che è la rotta principale, senza possibili alternative, per il greggio e il gas destinato in Asia. Il primo destinatario è la Cina, a cui forniva la maggior parte dei consumi energetici, ma anche all’India che ne dipende per l’85% del GPL per cucinare, provocando una grave crisi alimentare. E poi a Giappone, Corea del sud ed Europa, con circa 1/5 del petrolio e quasi il 30% del Gnl (gas naturale liquefatto) globale. E’ quindi il “collo di bottiglia” energetico più critico al mondo, con danni significativi e a lungo termine e ripercussioni sul mercato energetico globale. Perché il conflitto ha evidenziato come il blocco di questa rotta influenzi direttamente i prezzi dei carburanti e l’approvvigionamento energetico globale. Ma, come è già avvenuto nello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso, nonostante la protezione d’una forza navale occidentale, le navi mercantili hanno preferito circumnavigare l’Africa, elevando moltissimo i costi di trasporto, piuttosto che rischiare l’affondamento e pagare gli altissimi premi assicurativi contro il rischio.

Trump, ormai precipitato nei consensi elettorali e in grave difficoltà anche per il sospetto di ‘insider trading’ e per le sue strette relazioni col pedofilo suicida Epstein, per uscire dalla guerra potendo cantar vittoria – distraendo l’opinione pubblica dai suoi problemi, anche fittizia, mentre cerca di costruire un’alternativa all’Onu sotto il suo comando – ha lanciato l’appello per una mobilitazione mondiale, una sorta di “guerra santa” per il controllo dello stretto, rimproverando e minacciando  gli europei, che non aveva consultato prima dell’attacco, per il loro rifiuto. Se la “guerra santa” si realizzasse, porterebbe probabilmente ad una sua chiusura definitiva e alla distruzione dell’isola di Kharg, che è l’unico terminale del petrolio iraniano con fondali sufficienti per l’attracco delle superpetroliere, bloccando l’export per almeno dieci anni. Dunque lo stretto di Hormuz potrebbe rimanere bloccato assai a lungo, provocando crisi economica globale devastante. Ma anche la riapertura dello stretto non risolverebbe il problema, perché gli attacchi israeliani ai pozzi e agli impianti e ai depositi di petrolio e gas iraniani – in particolare il giacimento di gas di South Pars, il più grande al mondo – e la ritorsione iraniana che ha colpito gli impianti di Ras Laffan e Pearl del Qatar, richiederanno dai 3 ai 5 anni per la loro riattivazione, rendendo pressoché inevitabile una stagflazione mondiale, oltremodo difficile da correggere. Perché l’inflazione si combatte con una stretta creditizia, mentre la recessione si combatte con un suo allargamento.

L’Ocse ha registrato, dall’inizio dell’attacco, una flessione delle borse dell’8%, prevede già ora un’inflazione al 4%, un forte aumento di benzina e gas, e quindi dell’elettricità che ne è collegata, con la crisi di numerose industrie energivore e un aumento della disoccupazione, con il rischio d’una recessione mondiale. Ciò provocherà in Italia, sempre secondo l’Ocse, una crisi dei conti pubblici e un calo del 9% delle esportazioni, già danneggiate dai dazi di Trump.

Dunque, è il momento di dire basta, di imporre un decisivo cambiamento di rotta dell’Europa, che smetta di promuovere gli armamenti e la guerra in Ucraina e si impegni per la pace in Medio Oriente e altrove, emancipandosi dalla sua storica subalternità agli Stati Uniti.

Giancarlo Saccoman

Pubblicato il 30 Marzo 2026