La porta in faccia chiamata ‘Costituzione’
Meloni dovrà ripartire dal terreno tracciato dall’opposizione. Dovrà confrontarsi, volente o nolente, sui problemi del Paese, dal salario ai prezzi dell’energia, provando a marcare una distanza da Trump
Ha vinto la Costituzione! Mi sembra la sintesi più vera e condivisibile che si possa dare dell’analisi del voto e del risultato del referendum di domenica scorsa.
Guardando più ‘dentro’ i dati, poi si scopre che l’amore e l’attaccamento alla nostra Costituzione non ha a che fare soltanto le generazioni nostalgiche, ma riguarda soprattutto l’elettorato più giovane, quello under 50, dove il ‘no’ prevale con percentuali bulgare.
Il ‘sì’ s’afferma, peraltro di misura, nelle classi di età fra i 50 ed i 64 anni, le classi di età della corruzione della politica, di mani pulite, della transizione, della globalizzazione e della confusione, e perde di nuovo fra gli over 65, quelli del ‘68 e dell’emancipazione operaia, giovanile e femminile.
Ancora una volta la CGIL si è schierata ed ha lavorato dalla parte giusta, più ancora della stessa opposizione politica. Segno evidente che la Costituzione è molto più giovane di come l’hanno dipinta i suoi detrattori, e soprattutto mantiene una maggiore spinta propulsiva alla modernità di quanta ne abbiano quelli che vorrebbero ammodernarla.
Il risultato del referendum è una sconfitta per gli anticostituzionali della destra al governo, ma lo è altrettanto per gli anticostituzionali sedicenti progressisti, esattamente quelli che pur stando all’opposizione si sono schierati per il ‘sì’.
Anzi, questa ala di moderati di centrosinistra, oltre ad essere sconfitta nel referendum, ha dimostrato di essere totalmente ininfluente ed inutile anche per la prossima competizione elettorale.
L’affermazione del ‘no’, che viene accolta come una sorpresa da quasi tutti i commentatori, in realtà era, a nostro avviso, più che prevedibile, in quanto in linea anche con i precedenti.
Ogni volta che qualcuno ha tentato di riformare la Costituzione a colpi di maggioranza, l’elettorato italiano lo ha respinto: è una regola ferrea, che si basa proprio sul valore e la condivisione dei principi costituzionali e riguarda anche la natura della Carta. Essa è scaturita dal lavoro intenso ed unitario di un’Assemblea Costituente che comprendeva tutti quei partiti che avevano combattuto e sconfitto il fascismo; quindi, la sua forza, il suo spirito, il suo equilibrio, la sua lungimiranza sono il frutto di questo afflato. La Carta Costituzionale è certamente riformabile, ma se la si vuole emendare occorre restare in sintonia con quell’afflato, con quel livello di unità e condivisione.
In questo caso, come negli altri, il quesito non conteneva quei requisiti, né di merito né di metodo. Al contrario, esprimeva gravemente la volontà di riformare “contro” uno dei poteri architrave del nostro sistema democratico: il potere giudiziario, per mezzo della magistratura.
In sostanza, la proposta del Governo Meloni era incompatibile con l’articolato della Carta Costituzionale, al punto che, per inserire la norma punitiva verso la magistratura, era stato necessario modificare ben sette articoli. Un conto sarebbe stato inserire un articolo nuovo, con l’intento di innovare, adeguare, aggiornare; altra questione è manomettere sette articoli, stravolgendo un impianto organico ed un principio ispiratore primario quale l’equilibrio tra poteri autonomi ed indipendenti.
Il risultato referendario mette in luce un ulteriore aspetto, molto importante: né i partiti, né il Presidente della Repubblica né la Corte Costituzionale sono sufficienti a difendere la Costituzione. Soltanto il popolo sovrano è in grado di difenderla, ma è necessario che, oltre a far questo, pretenda che venga applicata. E per questo occorre una militanza costituzionale forte, continuativa oltre i partiti, oltre i tre poteri costituzionali, come una sorta di quarto potere.
Il risultato mette inoltre in luce che il referendum è uno strumento fondamentale per l’esercizio della democrazia, della partecipazione e della sovranità popolare; soprattutto quando non c’è il quorum e quindi s’incentiva l’espressione di voto. Quando invece è previsto il quorum, spesso s’incoraggia il disimpegno, l’estraneità, si praticano il rifiuto e la fuga dal seggio elettorale, si depotenzia il diritto ed il valore del voto.
E’ in campo una proposta di legge d’iniziativa popolare per l’abolizione del quorum anche nei referendum abrogativi: sarebbe assolutamente cosa buona e giusta discuterla ed approvarla, possibilmente entro l’attuale legislatura.
La vittoria del ‘no’ rappresenta una sconfitta cocente per la Meloni, dopo il suo ennesimo tentativo di voler mandare il paese (la nazione, come dice lei) “al contrario”. Ci ha provato ed ha fallito.
Anche le mosse che sono seguite a questa sconfitta cocente testimoniano tutto il suo smarrimento, la ricerca di capri espiatori ai quali addossare la responsabilità. Tentativi che risultano patetici, che stanno già provocando reazioni e contrasti e mineranno la granitica fedeltà di tutti i suoi luogotenenti.
Non crediamo affatto a quanto viene sostenuto dai soliti commentatori compiacenti, per ingenuità o per malafede, ossia che l’affermazione del ‘no’ sarebbe dovuta agli errori comunicativi di questo o di quello, del Ministro Nordio o dai casi di sottosegretari e ministri indagati o condannati. E appare davvero arduo che si possa scaricare su di loro la responsabilità della sconfitta.
La responsabilità è di Giorgia Meloni. È lei che ha scritto, firmato e sostenuto in prima persona la legge di riforma costituzionale, con gli argomenti più gravi, falsi ed oscurantisti. Ed è stato paradossale che, mentre lei guidava tutto il percorso, dall’inizio e fino all’ultimo giorno di campagna elettorale, i giornalisti continuavano ad interrogarsi se la premier c’avrebbe messo la faccia oppure no.
Non soltanto è stata sconfitta lei insieme al suo governo, ma è stato sconfitto tutto il suo programma, con la sua strategia revisionista ed eversiva.
Quindi, che dovrebbe fare? Da dove potrebbe ripartire? Dal premierato? Dai centri in Albania? Dall’interim sul turismo? Da un altro decreto sicurezza? Tutti scenari difficili da realizzare, considerata la situazione.
Se vorrà combinare qualcosa in questo ultimo anno di governo, sarà costretta a ripartire dal terreno tracciato dall’opposizione. Dovrà confrontarsi, volente o nolente, sui problemi reali del Paese, dal salario ai prezzi dell’energia, dalle politiche sociali alla sanità pubblica, provando a marcare una distanza dal suo amico Trump.
Anche se decidesse di partire dalla legge elettorale, è evidente che non sarebbe più lei a dare le carte, perché si è esaurito il “tocco magico”. Ciò non vuol dire affatto che si possa dare per scontata una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, in quanto ci sono ancora molte incognite dovute alle scelte che la coalizione dovrà operare.
Fermo restando che, se vorrà “utilizzare” la maggioranza costituzionale, il cosiddetto ‘campo largo’ dovrà isolare gli anticostituzionali progressisti che si annidano al suo interno.
Pietro Soldini
Pubblicato il 30 Marzo 2026
