La ‘working class’ al bivio della “transizione”

Dal 10 al 12 aprile a Campi Bisenzio il festival ha affrontato nodi cruciali del presente e del futuro. Eliana Como: “Un’iniziativa straordinaria giunta ormai alla quarta edizione, carica di energia e di grandi contenuti”

Anche quest’anno, per la quarta volta, le Edizioni Alegre, insieme al Collettivo di fabbrica ex GKN e all’Arci Firenze, hanno dato vita al festival di letteratura “Working class”, a Campi Bisenzio, vicino a Firenze: tre giorni di iniziative pubbliche, un corteo, tanta musica e altrettanti incontri per parlare dei grandi temi dell’attualità.

Se il primo anno si era parlato di ‘genealogie’ (il passato), l’anno successivo di ‘geografie’ (il presente) e l’anno scorso di ‘prospettive’, la parola-chiave dell’edizione 2026 è parsa particolarmente ricca di significati (e di incognite): ‘transizione’. Dunque, dalla letteratura all’arte, in connessione con i movimenti, i lavoratori e le lavoratrici in lotta, ad iniziare dalla battaglia che ha dato inizio a tutto ciò, per merito degli operai e delle operaie del Collettivo di fabbrica ex GKN. Al Festival di Campi Bisenzio ha partecipato anche Eliana Como, Portavoce dell’Area ‘Le Radici del Sindacato’, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Quale significato attribuisci a questo Festival, divenuto ormai un appuntamento significativo?

Vorrei intanto ricordare che sono tornata al Festival per la quarta volta, ritrovando, come sempre, una grande carica di energia: si tratta di un’iniziativa straordinaria, costruita senza chiedere il permesso a nessuno, nonché completamente autofinanziata. Si è discusso veramente di tutto, dalla condizione di vita e di lavoro a Mirafiori, fino alla fabbrica del pane, che sono grata di aver presentato io, passando dalle poesie dei lavoratori pakistani di Prato fino alla letteratura sudamericana o alla resistenza palestinese… Ho trovato particolarmente significativo uno dei panel mattutini, con i ragazzi e le ragazze giovanissimi di un laboratorio di scrittura che si chiama ‘porto delle storie’ e che ha dato voce alla loro esperienza su come hanno iniziato a scrivere di loro stessi, anche attraverso la musica. Riuscire a raccontare la propria vita attraverso il rap, affrontando pregiudizi, stereotipi, l’identità di chi direttamente vive le periferie abbandonate nelle nostre città, come la seconda e la terza generazione di immigrati, rappresenta un’esperienza molto significativa. E’ un tema che racconta la ‘working class’ da un altro punto di vista, fuori dai cancelli di un’ex fabbrica, con l’obiettivo di raggiungere una bellezza non ornamentale, bensì pratica viva di resistenza. Non si tratta soltanto di raccontare il mondo, ma di renderlo migliore, come ci ha detto Paco Ignazio Taibo in un meraviglioso intervento durante il Festival.

A monte di tutto, lo ricordavi, c’è la grande lotta del Collettivo ex GKN.

E’ una meravigliosa anomalia questa lotta di resistenza lungo cinque anni, fuori da una fabbrica, insieme a tutto ciò che è sorto e ha trovato via via forza e progetti intorno ai cancelli. Se quegli operai sono riusciti a resistere così tanto tempo è anche grazie all’alleanza che sono stati capaci di costruire tra la lotta di classe vera e propria, tra una vertenza sindacale prettamente operaia, e un immaginario collettivo. Passando per tutto ciò che è stato realizzato in un lustro: un piano industriale elaborato durante un’occupazione con un presidio permanente dei cancelli, forti di un’idea che si possa fare lotta di classe anche con la letteratura. E che si possa costruire, all’interno di una vertenza che nasce operaia, non soltanto una diversa idea di produzione industriale, ma anche una diversa idea di produzione culturale, capace di rimettere al centro il lavoro ‘dal basso’, con un’autonarrazione consapevole. Perché sono i lavoratori e le lavoratrici a raccontare se stessi, agendo nel tempo per impedire che siano altri a raccontare la ‘crisi’ senza partire dalla loro vita e dalla loro esperienza. Anche la letteratura può dunque essere vista come uno strumento d’identità, di memoria, di denuncia, di affermazione della rabbia. Dario Salvetti, aprendo il Festival, ha connesso tutti questi aspetti, soffermandosi sul progetto industriale che deve partire, mentre nel frattempo salperà a luglio, nuovamente, anche la Flotilla. E dando appuntamento per una nuova, grande assemblea popolare per decidere come concretizzare le progettualità e proseguire la lotta. Dobbiamo insomma essere grati al Collettivo ex GKN per la sua straordinaria vertenza: finché ci saranno operai e operaie, compagni e compagne con un’idea ‘diversa’ di produzione industriale e anche culturale, finché ci saranno operai e operaie che leggono libri scritti da loro e per loro… finché ci sarà tutto questo, ci sarà speranza.

Si diceva che la parola-chiave dell’edizione 2026 è ‘transizione’: si tratta di un termine che viene evocato un po’ da tutti. Come è stato coniugato al Festival?

Il tema della ‘transizione’ è decisivo da ogni punto di vista: pensiamo alla transizione climatica e a quella digitale. Siamo in una fase di grande trasformazione e, in realtà, anche la vertenza ex GKN è chiamata ad affrontare un momento di transizione: i prossimi tre mesi saranno quelli in cui il progetto si focalizzerà sull’obiettivo di passare da una fase vertenziale di lotta, che continuerà, a percorsi di produzione dal basso, volti alla realizzazione di un progetto industriale. Quindi, all’interno di un contesto politico caratterizzato dalla guerra e dal riarmo, la scelta di dedicare il quarto festival al tema della transizione mi è parso particolarmente significativo e opportuno, oltre che evocativo rispetto agli obiettivi raggiunti negli anni da questa vertenza. Così come la Flotilla prese il largo verso le coste di Gaza, allo stesso modo anche questa vertenza dovrà proseguire in mare aperto.

Pubblicato il 20 Aprile 2026