Che sia un 25 Aprile di lotta

Oltre la ritualità delle iniziative istituzionali serve una mobilitazione diffusa contro i fascismi di oggi

Il prossimo 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, sarà il quarto dell’era Meloni: speriamo che nessuno voglia chiedere nuovamente alla premier di dichiararsi ‘antifascista’, visto che non sembra proprio esserlo e quindi non lo farà (a meno di non dire una bugia…). Al contrario, la Presidente del Consiglio ha ampiamente dimostrato di essere sempre vicina al suo modo di provenienza, atteggiamente che va di pari passo con il suo proverbiale vittimismo, con la sua persistente narrazione volta a dimostrare di doversi riscattare da una vita colma di discriminazioni, ostracismi, ghettizzazione culturale e politica e confinamenti al di fuori dell’arco costituzionale.

Prosegue inesorabile, infatti, il suo continuo richiamo a forme di revanscismo culturale, fino a riutilizzare quasi gli stessi slogan del ventennio, i “Dio, patria e famiglia”. Ossia quelle forme di revisionismo storico volte anche a trascurare tutte le date più o meno simboliche della storia repubblicana ed antifascista, negando sistematicamente la commemorazione delle stragi fasciste e sostituendole con i sedicenti martiri fascisti caduti sotto i colpi del comunismo, evocando ad ogni piè sospinto i fantasmi del terrorismo rosso.

Si sono sbizzarriti, al governo, mentre tagliavano i finanziamenti all’Anpi o al documentario su Giulio Regeni, cassando decine di progetti ed eventi celebrativi dei partigiani e della Resistenza nei Comuni italiani. Per non dire del taglio di 90mila euro di finanziamenti all’Archivio Storico del movimento operaio, istituendo “giornate della memoria” di altro segno, con manifesti, francobolli, monumenti, premi letterari, eventi sportivi o mostre all’insegna di un revanscismo nazionale e di una contronarrazione storico-culturale.

Quale altro potrebbe essere il senso dell’enfasi militarista con la quale si celebrano le forze armate, il due giugno, o dei roboanti festeggiamenti del 174° anno dalla fondazione della Polizia, speculari al silenzio assordante, all’indifferenza, se non addirittura al boicottaggio delle celebrazioni della Resistenza e della Liberazione.

E ancora: quale sarebbe il senso di questo suo ‘rivendicazionismo’ della sua identità, delle sue origini, del suo bisogno di riscatto, quasi di vendetta, con una forte caratterizzazione familistica e cameratesca?

E dire che non pare affatto vero che Meloni sia stata discriminata, visto che è stata una delle più giovani parlamentari della Repubblica e una delle più giovani ministre in un governo nonché la più giovane Presidente del Consiglio. Senza contare che i fascisti, dopo la Liberazione, beneficiarono di un’amnistia che li ha ricollocati, quasi tutti, negli alti ranghi della Pubblica Amministrazione, in conseguenza di un vero e proprio errore politico commesso dal Parlamento liberato.

Verrebbe quindi da chiedersi dove e quando la premier abbia avvertito intimamente tale discriminazione. Che, in ogni caso, deriverebbe eventualmente dalla risposta a posture politiche anticostituzionali, contro coloro che si dichiarano orgogliosamente “fascisti” senza abiure e senza pentimenti.

A tale riguardo sarebbe anche interessante confrontare i richiami di Meloni a quelli proposti, ad esempio, da Gianfranco Fini, che ha cercato coraggiosamente di affrancarsi da quelle etichette, investendo su una svolta politica ed una presa di distanza dal fascismo cercando di rifondare la destra nazionale. La Premier, invece, ha fondato ‘Fratelli d’Italia’ in discontinuità, per non dire in rottura, con il progetto di Fini, e con il chiaro ed esplicito intento di recuperare le radici del neofascismo degli anni 70. La vera discriminante politica operata nel nostro Paese, dopo la rottura del governo di unità nazionale formatosi dopo la Liberazione e con il suggello del Patto Atlantico, è stata l’anticomunismo. Che rappresenta la cifra dell’atlantismo che ancora oggi viene evocato. Quell’atlantismo che ha garantito con ogni mezzo, compresi il terrorismo e le stragi, di praticare l’anticomunismo, non certo l’antifascismo. Anzi, lo stragismo neofascista è stato proprio utilizzato per raggiungere quell’obiettivo e, nelle condizioni geopolitiche di oggi, l’atlantismo rischia di rappresentare il brodo di coltura per il dominio di una ‘internazionale nera’ su tutto l’Occidente.

Quindi, sarebbe bene che questa ricorrenza del 25 Aprile si caratterizzi non tanto con la ritualità delle manifestazioni istituzionali e commemorative, bensì come una giornata di mobilitazione forte e diffusa, di popolo, contro i fascismi di oggi, contro Trump, Netanyahu, Meloni, Alice Weidel della AFD tedesca, Abascal di Vox, Le Pen, Milei e compagnia urlante. Se questa è l’‘internazionale nera’, occorre strutturare un’internazionale antifascista, che è già presente in alcune reti e movimenti pacifisti mobilitatisi in questi mesi.

L’antifascismo e la Costituzione italiana che ripudia la guerra rappresentano già di per sé un forte programma politico. È una buona notizia, in tal senso, l’incontro tra i leader socialisti, promosso da Sanchez, che si è svolto nel fine settimana appena trascorso.

Del resto, il popolo e le masse giovanili che hanno sconfitto Orban alle elezioni politiche in Ungheria, che hanno protestato a milioni nelle piazze di tutto il mondo contro Israele e il genocidio dei palestinesi a Gaza, che hanno difeso la Costituzione del nostro Paese al recente referendum, e che cantano ‘Bella Ciao’ in tutte le piazze del mondo, non pensano a Mussolini, ma ai leader della ‘internazionale nera’ di oggi. La quale, con tutti i mezzi compresa la guerra, attaccano, nel quotidiano, le democrazie, le libertà, i diritti e la sicurezza.

Ciò che fa paura, di cui oggi c’è una nuova e profonda consapevolezza, non è il pericolo del fascismo che potrebbe ritornare; ma del fascismo che è già tornato e che sta spingendo il mondo verso conflitti distruttivi. In quest’ottica vanno colte ed incoraggiate tante iniziative che sono in gestazione e che citiamo di seguito:

– la campagna di Sbilanciamoci insieme alla Rete ‘Pace e Disarmo’ che, dal 30 maggio al 2 giugno, terrà iniziative di piazza diffuse per gli 80 anni della nostra Repubblica. Infatti, c’è la necessità che anche questa scadenza solenne esca dal protocollare programma celebrativo istituzionale (pure importante, coordinato dalla Presidenza della Repubblica, anch’esso caratterizzato da un certo disinteresse e scarso protagonismo del Governo);

– le azioni di solidarietà internazionale della ‘Flotilla’;

– le mobilitazioni della rete che comprende quasi mille organizzazioni, di ‘Stop Rearm Europe’, con la manifestazione programmata per il 21 giugno a Roma;

– la proposta di far sfilare il 2 giugno le grandi organizzazioni del volontariato umanitario e delle professioni civili (proposta che va costruita non solo come presenza fisica sulle piazze, ma come necessità che questo mondo delle grandi e piccole organizzazioni umanitarie, da Baobab alla Croce Rossa, Amnesty, Medici senza Frontiere, Emergency e le migliaia di altre, assumano la responsabilità di esercitare un contro-potere politico e diplomatico, che interloquisca con gli Stati attraverso un rapporto con l’ONU.

Tale ripresa di mobilitazioni e di lotte di massa della società civile e del mondo del lavoro è necessaria perché in ballo non ci sono, in astratto, i valori della democrazia, bensì le condizioni di vita, di lavoro, di welfare. In ballo non c’è soltanto il pericolo dell’autoritarismo delle tecnocrazie illiberali e delle oligarchie economiche, ma il neoschiavismo dei rapporti di lavoro, i salari di fame, la povertà, anche di chi lavora, le risorse che vengono spostate dallo stato sociale agli armamenti, l’inflazione che taglia i consumi di massa, anche alimentari. In sostanza, in ballo c’è un futuro che ci riporta in dietro.

Pietro Soldini 

Pubblicato il 20 Aprile 2026