La tortuosa strada per tornare a trattare

La ripulsa della guerra è ormai entrata a far parte della coscienza di una parte consistente della popolazione italiana ed europea, che è scesa in piazza sabato 5 per manifestare il proprio pacifismo e chiedere la fine delle ostilità, ma, come ha spiegato giustamente Landini, se “non è accettabile la follia della guerra come strumento per regolare i rapporti fra gli stati, per combattere questa logica bisogna affrontare le radici e le ragioni che in qualche modo hanno creato le condizioni di questa scelta e questo intervento, dobbiamo ripartire dagli Accordi di Minsk e dalla loro applicazione, e tenere conto,  con una visione complessiva, delle politiche sbagliate che la stessa NATO in questi anni ha fatto, in Europa ma anche in giro per il mondo”. Infatti, fare un fermo immagine solo sugli avvenimenti odierni non è sufficiente a comprendere il senso di ciò che accade, ma occorre risalire a molti anni addietro con l’analisi delle vicende geopolitiche mondiali, non certo per assolvere Putin né avallare l’invasione, ma per cercare di capire le radici dell’attuale conflitto, che non sono spiegabili con un “pazzo al potere”, ma dipendono da problemi che persisterebbero anche se non ci fosse più Putin, per collocare i fatti nella giusta prospettiva e prevedere come sia possibile uscirne e quale nuova bilancia di poteri nascerà dopo la sua conclusione.

Dal golpe di Eltsin al “trionfo” USA

A seguito del golpe di Eltsin che – con l’Accordo di Belaveža del 26 dicembre 1991, fra Russia, Bielorussia ed Ucraina aveva dissolto l’Urss, formando la Comunità degli stati indipendenti (CSI) -, gli Stati Uniti hanno celebrato il loro trionfo come potenza unipolare globale, capace di imporre il proprio controllo sull’intero pianeta, celebrata da Fukuyama come “fine della storia”, portando pace e prosperità nel mondo, in eterno. Molti, anche negli Stati Uniti, hanno proposto lo scioglimento della Nato, nata come alleanza militare antisovietica, in quanto, con la dissoluzione dell’Urss, era venuta meno la sua funzione di contrasto. Ma la fine dello scontro fra due diversi sistemi politici ha aperto la strada non ad un unipolarismo degli Stati Uniti, ma ad una “guerra di successione” analoga a quella seguita alla crisi della Gran Bretagna, mentre la globalizzazione finanziaria ha dato inizio ad una “centralizzazione capitalistica” con una violenta competizione economica capitalistica in cui gli Stati Uniti, specie con la crisi del 2008, si sono indeboliti ed hanno perso terreno rispetto ai loro concorrenti, cercando di rimediarvi accentuando l’offensiva con una politica espansionistica sul terreno militare dove ancora godono di un ampio margine di vantaggio. Per questo la Nato è stata mantenuta e rafforzata snaturandone la funzione originaria, da strumento di deterrenza al servizio dei propri aderenti, in un “approccio globale”, per allargare all’esterno il proprio spazio militare con la guerra della KFOR in Kossovo (che ha fatto molti più morti, anche dopo, con l’uranio arricchito, di quanti ne potrà mai fare lo scontro in Ucraina) in violazione del diritto internazionale, senza chiedere l’approvazione dell’ONU, dove la Russia può esercitare il diritto di veto, in Libia, Iraq e Siria, e con lo spostamento delle frontiere di 1500 chilometri ad est, sulla falsariga del “Drang nach Osten” della Germania nazista, passando da 16 a 30 paesi membri, fino ai confini della Russia, comprendendo gli stati dell’ex-Patto di Varsavia, i paesi baltici dell’ex-Urss, molti stati dell’ex-Jugoslavia, presidiati con truppe e armamenti nucleari, e con continue esercitazioni militari, con accordi militari stringenti anche con paesi formalmente neutrali, ma in via di adesione, come Svezia e Finlandia.

Dal 2014 la “nuova guerra fredda”

Nel 2014 è stato varato il Readiness Action Plan (Rap), che prevede il rafforzamento del pattugliamento aereo e navale e il dispiegamento di maggiori forze di terra lungo il confine con la Russia, posizionando così la nuova guerra fredda su un confine molto più lungo e più prossimo alla Russia, che si è sentita minacciata. Nel contempo gli Stati Uniti si sono ritirati sia dal Trattato anti-missili balistici del ’72 che dal Trattato sulle forze nucleari intermedie, installate in Europa e capaci di raggiungere Mosca. Gli Stati Uniti hanno così realizzato una nuova “cortina di ferro”, da Capo Nord al Mar Nero, per l’accerchiamento della Russia, declassandola, nonostante il suo armamento nucleare, al rango di “potenza regionale”, impedendole di ritagliarsi un proprio spazio all’interno del mercato capitalistico internazionale. Hanno così violato l’atto fondativo del 1997, che regola i rapporti Russia-Nato, in base al quale le due parti non avrebbero mai installato nuove infrastrutture militari permanenti nell’Europa dell’Est. Hanno utilizzato in funzione antirussa sia l’anglosfera (con Echelon e Aukus) che la Nato allargata.

Tutto ciò ha naturalmente creato forti timori in Russia, e Putin ha parlato degli Stati Uniti come del “paese della menzogna” e alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, affermando che l’espansione della Nato rappresenta una seria provocazione che riduceva il livello della reciproca fiducia, e non  aveva alcuna relazione con la garanzia di sicurezza in Europa, chiedendo cosa fosse successo alle assicurazioni fornite dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, non ottenendo alcuna risposta ed anzi, nel successivo vertice di Bucarest la Nato ha dichiarato che Georgia e Ucraina sarebbero entrate nell’Alleanza.

Perché la Nato si allarga ad Est

Lo scopo dell’allargamento ad est era quello di concentrare il confronto tecnologico, militare e di influenza geopolitica nei confronti della sola Cina, mettendo fuori gioco la Russia, ma anche di esercitare un maggior controllo sull’Europa Occidentale, in particolare su quei Paesi (Francia, Germania e Italia), che avevano più volte assunto posizioni politiche autonome di dialogo economico e politico con la Russia, per impedire la possibile creazione di una potenza politica autonoma europea. Nel contempo, su spinta della Germania, che intendeva costruire un blocco di Paesi da lei dipendenti economicamente, la UE aveva aperto le porte all’ingresso dei paesi dell’est, col risultato di produrre una spaccatura al suo interno, fra un Occidente interessato a mantenere un rapporto con la Russia (Francia, Germania e Italia) e un oriente ferocemente ostile alla Russia e legato, più che alla UE, agli Stati Uniti.

La Russia ha inghiottito il rospo, sforzandosi di mantenere un rapporto di distensione con la Nato, ma ha posto un limite preciso, vietando l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nella UE, dichiarando che ciò avrebbe determinato uno scontro diretto. Le ragioni di tale veto sono duplici. Da un lato riguardano il fatto che non esistendo alcun ostacolo naturale in direzione di Mosca, ma solo una pianura piatta, l’Ucraina avrebbe rappresentato la punta di lancia della Nato nei confronti di Mosca, raggiungibile in poche ore dai carri armati e in pochi secondi dai missili, dall’altro il fatto che l’Ucraina, a differenza degli altri Paesi dell’Impero zarista e dell’ex-Urss, fa parte del cuore della “Madre Russia”, nata nel IX secolo proprio a Kiev, formata da Grande Russia (Mosca), Piccola Russia (Kiev) e Russia Bianca (Minsk), che parlavano la stessa lingua russa, di cui ucraino e bielorusso erano dialetti usati in casa e nelle canzoni, come il napoletano in Italia.

Durante l’aggressione nazista alla Russia, si sono costituite formazioni militari naziste, in parte guidate da Stepan Bandera, che hanno giurato fedeltà ad Hitler, hanno combattuto nelle Waffen SS (la legione straniera nazista) nella Brigata Galizia contro l’armata rossa, hanno compiuto stragi (compresi 60.000 civili nella Galizia-Volinia), ed hanno partecipato alla repressione nazista in vari paesi dell’Europa dell’est.

Le conseguenze della “Rivoluzione del granito”

Dopo la fine dell’Urss la “Rivoluzione del Granito” arancione, una rivolta studentesca filoccidentale, finanziata dall’Occidente, poi estesasi soprattutto fra i giovani, affascinati dagli stili di vita occidentali, aveva imposto al governo la Dichiarazione di Indipendenza contro la CSI, ma il Paese era diviso sia geograficamente, fra filoccidentali ad ovest e filorussi ad est, che anagraficamente, fra giovani filoccidentali e gli altri filorussi. Viktor Janukovyč, più volte eletto primo ministro dal 2002 al 2007 è stato poi eletto presidente nel 2010, ma nel 2013 è scoppiata la rivolta di Euromaidan, fomentata e finanziata dagli Stati Uniti, con l’incendio dei palazzi del Governo, promossa e controllata dalle formazioni neonaziste Pravy Sektor (Settore destro) e Svoboda (Partito nazionalsocialista ucraino), che chiedeva l’adesione alla UE e alla Nato, appoggiata da Stati Uniti ed Unione Europea, che ha provocato un colpo di stato che ha costretto il Presidente alla fuga, spostando il Paese nell’orbita di influenza statunitense ed europea. Il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato gli attacchi antiebraici di Svoboda e Pravyj Sektor che, a Maidan, hanno sventolato bandiere con simboli neonazisti, distribuendo ai manifestanti il Mein Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion. Tutto ciò ha creato una profonda divisione interna nei confronti delle aree russofone (alimentata dal ruolo delle formazioni naziste e dal fatto che la lingua russa era stata cancellata come lingua nazionale (e successivamente ne è stato vietato l’uso  in pubblico) facendone la “lingua tagliata” più grande del mondo, che ha provocato la proclamazione dell’indipendenza (con il russo come lingua ufficiale) delle Repubblica popolare di Donetsk e di Luhansk, che sono state combattute, con una guerra che dura da otto anni, con 14.000 morti, dalle formazioni paramilitari neonaziste, armate e addestrate dalla Nato e finanziate dagli Stati Uniti e dai grandi gruppi finanziari privati ucraini (Battaglione Azov, Donbass, Ajdar, Settore Destro e Svoboda-Partito Nazionalsocialista Ucraino ed altre, autonome ma formalmente inquadrate nell’esercito ucraino, altrimenti quasi inesistente) che, accanto alla bandiera della Nato, recano i simboli nazisti (svastica, sole nero, gancio del lupo), si richiamano il nazista Stepan Bandera.

La brigata internazionale di Zelensky

Intanto il Presidente ucraino Zelensky ha deciso di formare una brigata internazionale, aprendone il reclutamento presso le ambasciate nei vari Paesi, compresa l’Italia, che vedranno un afflusso di fascisti da tutta Europa. La guerra in Ucraina è iniziata otto anni fa, con la proclamazione dell’autonomia e della lingua russa, nativa della grande maggioranza della loro popolazione, a cui è seguita l’immediata aggressione, quotidiana da ormai otto anni, con un continuo stillicidio di 14.000 morti civili, da parte dei battaglioni neonazisti, sostenuti dal governo, e finanziati, armati  e addestrati dagli Stati Uniti ed a cui hanno partecipato numerosi fascisti stranieri, compresi gli italiani di Casa Pound e Forza Nuova. S’è così creata una nuova situazione d’un paese diviso quasi a metà nella parte europea, fra due parti contrapposte, come nelle due Coree, Germanie, Cipro e, in Italia, come ai tempi fra Repubblica Sociale fascista e il Regno d’Italia.

Inoltre l’Urss aveva concentrato tutti i suoi investimenti in impianti dell’industria pesante nel Donbass, e dunque li ha persi. La vicenda della Crimea, di lingua russa, è diversa, perché faceva parte della Federazione russa, ma Kruscev, ucraino, l’aveva donata nel 1954 all’Ucraina, togliendola alla Russia, ma ciò aveva delle conseguenze solo simboliche, perché non vi erano frontiere e faceva sempre parte dell’Urss, ma con la sua fine, nel 1911, la flotta russa sul Mar Nero, con base a Sebastopoli, si ritrovò in un Paese “straniero” e per giunta ostile. Dopo Maidan il Parlamento della Crimea ha deciso la sua adesione alla Federazione russa, con un referendum, approvato col 96%, mai riconosciuto da Stati Uniti e UE. Il 2 maggio del 2014 le milizie neonaziste hanno bruciato vivi oltre 50 antifascisti che avevano rinchiuso nella Casa dei Sindacati di Odessa, finendo a colpi di spranga quelli che erano riusciti a fuggire. Se una simile situazione fosse avvenuta in Nordamerica, dove è ancor vivo il ricordo della Guerra di secessione, sicuramente gli Stati Uniti sarebbero subito intervenuti con grande durezza, come è avvenuto anche nella vicenda di Cuba, che però, a differenza dell’Ucraina con la Russia, non apparteneva culturalmente e linguisticamente agli Stati Uniti.

L’UE ha ignorato la “questione Donbass”

L’UE non ha mai preso in considerazione la situazione di guerra esistente nel Donbass e non è mai intervenuta per fermarla. Solo Francia e Germania hanno proposto per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale, con la loro mediazione sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), i  Protocolli di Minsk 1 e 2, firmati anche da Russia, Ucraina e repubbliche autonome, che prevedeva l’autogoverno delle repubbliche di Doneck e Lugansk nell’ambito dell’Ucraina, con uno status speciale attraverso una riforma costituzionale, lo scioglimento delle bande paramilitari neonaziste e la smilitarizzazione e neutralità del Paese. Gli accordi però non sono mai stati applicati perché sono stati rifiutati dagli Stati Uniti, che hanno continuato a finanziare, addestrare ed armare le bande neonaziste, che hanno respinto gli accordi e sono state in grado di imporre le proprie scelte al governo di Kiev, e hanno continuato il massacro dei civili del Donbass autonomo. Hanno commesso anche numerosi linciaggi ed eliminazioni di soldati di leva ucraini che si rifiutavano di combattere. Nato ed UE hanno continuato a procedere sulla strada di una associazione dell’Ucraina, nonostante ciò fosse chiaramente la premessa del conflitto odierno. Il 16 settembre 2014 il Parlamento europeo ha approvato l’accordo di associazione dell’Ucraina alla UE, che include la zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA) e prevede l’integrazione economica e l’accesso libero e reciproco al mercato. Nel giugno 2021 la Nato ha confermato la decisione presa al vertice di Bucarest del 2008, sull’adesione dell’Ucraina col Piano d’azione per l’adesione (MAP), e per prepararsi all’ingresso l’Ucraina sta costruendo sul Mar Nero degli impianti bellici secondo gli standard della Nato. La Russia ha detto di ritenere che tali scelte avrebbe messo a repentaglio la sua sicurezza, che intendeva tutelare ad ogni costo, e chiedeva “garanzie legali”, respinte dalla Nato, sulla neutralità dell’Ucraina, la sua denazificazione e del fatto che non vi siano presenti testate nucleari.

Il dramma ucraino e l’accerchiamento della Russia

I timori della Russia sono fondati, se si pensa all’uso fatto dagli Stati Uniti delle organizzazioni fasciste nelle “stragi di stato” in Italia e al ruolo decisivo svolto dagli eserciti neonazisti, ferocemente antirussi, in Ucraina. Dunque l’attuale precipitazione militare in Ucraina è il risultato di una decennale politica di accerchiamento ed isolamento della Russia, perseguita con determinazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei.

Biden e Stoltenberg hanno detto di non voler intervenire militarmente con le proprie truppe in un confronto diretto che potrebbe scatenare, come stava avvenendo per Cuba, la Terza guerra mondiale, dando in tal modo il via libera all’intervento russo. Papa Francesco ha detto “l’ira di Dio si scatenerà contro i Paesi che parlano di pace e poi vendono armi per fare le guerre“. L’Europa, profondamente divisa fra la ricerca di una autonomia di quella occidentale e la completa subalternità alla politica statunitense in funzione antirussa dei paesi dell’est, s’è alla fine arresa alle pretese americane, intervenendo di fatto, pur senza la partecipazione diretta dei propri militari, con l’invio di una notevole massa di armi letali e di finanziamenti, che contraddicono lo statuto della Nato, e, per l’Italia, la Costituzione. Va anche ricordato come proprio le inique sanzioni poste dalla Francia alla Germania sconfitta nella Prima guerra mondiale abbiano portato all’avvento del nazismo e alla Seconda guerra mondiale.  La Cina, come l’India, s’è espressa contro le sanzioni ma ha tenuto un atteggiamento assai distaccato, dati suoi interessi economici sia in Russia che in Ucraina.

Quelle “sanzioni” che non fermano le guerre

L’adozione di sanzioni (in particolare l’esclusione dallo SWIFT, che è considerata la “bomba atomica finanziaria” e il blocco delle riserve estere della Banca centrale), che non hanno mai fermato le guerre, risulta assai più dannosa per i Paesi europei che per la Russia, mentre gli Stati Uniti potrebbero trarne addirittura vantaggio. Biden ha ottenuto, con una sorta di “neotrumpismo”, l’obiettivo di risalire nei consensi elettorali, che erano prima precipitati, di ottenere il sostegno anche dell’elettorato repubblicano, che prima era sull’orlo di una guerra civile, senza esporsi direttamente in un conflitto che sarebbe duramente osteggiato dalla popolazione, ma alzando il tiro contro la Russia, che è ancora considerata il nemico tradizionale nel Paese, col risultato di scaricare all’esterno le tensioni che si stavano accumulando nel Paese e di restaurare la sua immagine, gravemente danneggiata dal precipitoso ritiro dall’Afghanistan,. Il successo maggiore sarà però quello di separare a lungo, in modo profondo, l’Europa dalla Russia, impedendo così la formazione di un polo autonomo europeo non subalterno alla Nato e agli Stati Uniti, e di restaurare la compattezza della Nato, che era già stata giudicata un cadavere da Macron, facendo allineare alle proprie scelte anche quei paesi che hanno costruito, negli ultimi anni, un rapporto con la Russia, come Francia, Germania e Italia.

Il risultato plausibile della guerra potrebbe essere che, dopo aver conquistato sul campo i propri obiettivi militari, Putin siederà al tavolo delle trattative, ottenendo sostanzialmente quelle scelte del Protocollo di Minsk che erano state rifiutate, con il riconoscimento dell’annessione della Crimea, forse con un corridoio con la Russia, una ampia autonomia delle repubbliche del Donbass, con qualche aggiustamento territoriale ma nel quadro dello Stato ucraino, e il disarmo e la neutralità dell’Ucraina.

Giancarlo Saccoman