La Russia, l’Ucraina e una nuova geografia economica

Ciò che emerge dalla discussione economica e politica di questi giorni è un vuoto di prospettiva disarmante che, probabilmente, sottende un pericoloso lavoro delle lobbies tese a ripristinare vecchi e consolidati processi di potere. Inoltre, la dimensione economica e sociale dei contendenti nel conflitto ucraino, prefigurano una nuova geografia economica internazionale. Al tavolo da gioco non abbiamo solo l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia, ma dobbiamo considerare anche la Cina che, passo dopo passo, ha eroso il potere costituito delle così dette grandi potenze. Il fatto è noto, ma la dimensione molto meno. Se consideriamo il PIL dei paesi OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), a cui non partecipano né la Cina né la Russia, è facile osservare come e quanto la Cina abbia eroso il “potere” economico dei così detti grandi dell’economia. In che misura?

L’Europa, culla di Gutenberg, Leonardo, Dante, oppure culla di grandi trasformazioni sociali come la Rivoluzione francese, depositaria delle prime democrazie come quella greca e romana (si pensi al diritto romano), è diventata nel tempo sempre più residuale nel consesso internazionale. C’è tanto rumore e fragore rispetto a quanto accade in Europa e in particolare in Ucraina, ma indipendentemente dal giudizio (morale) che ognuno di noi può avere dei contendenti, in generale penso male di tutti, emerge l’inadeguatezza di struttura europea, nascosta dalla prosopopea delle parole. In altri termini, l’Europa non è grande quanto gli Stati Uniti e la Cina e, allo stesso tempo, è diventata partener energetico/economico della Russia. L’Europa, alla fine, è costretta dagli eventi esterni a scegliere da che parte stare senza la possibilità di assumersi un qualsiasi ruolo politico, economico e di prospettiva.

Penso che il conflitto ucraino, comunque finirà, disegnerà una geografia economica inedita; l’Europa, vittima della sua arroganza e degli interessi parziali, è una comparsa che vive solo dell’immagine riflessa dei protagonisti che, per intenderci, non credo siano la Russia e gli Stati Uniti, piuttosto la Cina e gli Stati Uniti. Non si rischia la terza guerra mondiale per limitare il ruolo della Russia, sebbene quest’ultima abbia nei fatti aperto il conflitto, piuttosto si delinea una potenziale divisione del mondo nel mentre si delinea una rivoluzione tecno-economica ambientale che non ha precedenti storici.

Chi e come governerà questa transizione di paradigma sarà il “contratto” che le parti in commedia vorranno recitare. La così detta dipendenza energetica europea dalla Russia è un bel pretesto per riconsegnare (ancora) l’Europa all’emisfero occidentale. Il fatto è ancor più inspiegabile se consideriamo che da tempo l’Europa avrebbe avviato una delle sfide energetiche che potevano (possono) riscrivere il ruolo e il peso di alcuni settori economici. La così detta decarbonazione europea (FIT for 55)[1] assegnerebbe all’Europa un ruolo inedito nel consesso internazionale, ma la guerra ha derubricato questa sfida a pura appendice di quella che poteva essere una crescita economica e tecnologica capace di misurarsi con i più importanti player internazionali (Stati Uniti e Cina in particolare). Infatti, i consumi finali di energia per abitante dell’UE a 28 sono stabili se non in calo dal 1990[2]. Questo andamento restituisce il netto miglioramento della così detta intensità energetica per unità di prodotto[3], un fenomeno economico che rende la crescita e il ben-essere sempre più dipendente dal sapere e dalla conoscenza rispetto all’approvvigionamento di energia, gas e, peggio ancora, carbone.

Servirebbe una burocrazia non ostile alla produzione di energia da fonti rinnovabili[4]; servirebbe un piano energetico europeo teso a rendere autonoma quest’area economica dalla variabiliatà internazionale nell’approvvigionamento di energia. Vogliamo comparare la stabilità di prezzo e prospettiva della produzione di energia dalle rinnovabili rispetto alla stabilità delle fonti fossili? Se qualcuno in passato ha tentato di deridere l’instabilità del sole e del vento, quasi che il sole e il vento fossero fenomeni instabili, possiamo ben osservare che la stabilità politica della Russia, del Medio Oriente e del nord d’Affrica sono certamente maggiori rispetto ai fenomeni naturali sopra esposti.

Nel frattempo, sarebbe cresciuta l’inflazione dei prezzi al consumo. I più attribuiscono questo fenomeno alla crescita dei così detti costi negli approvvigionamenti energetici. La realtà è un’altra. I prezzi alla produzione sono ormai stabili da anni, financo nel 2021 che combinerebbe due fenomeni, cioè un rimbalzo molto veloce della crescita del PIL e della crescita dei prezzi energetici. Quindi la produzione non ha risentito e mutato i propri prezzi. Sono aumentati invece i prezzi al consumo. Facile imputare questa crescita dei prezzi al consumo all’aumento del prezzo del petrolio al barile, ma la differenza tra prezzi alla produzione e prezzi al consumo restituisce un altro e ben più grave fenomeno: qualche società ha realizzato extraprofitti, con la complicità del Governo che ha anche stanziato denaro pubblico per ridurre le bollette alle imprese e alle famiglie, evitando accuratamente di colpire gli extraprofitti che, guarda caso, sono maturate anche e soprattutto nelle così dette partecipate. Per intenderci, il Governo non ha voluto condizionare il mercato perché non poteva o non voleva rinunciare alle entrate straordinarie realizzate proprio dalle proprie partecipate.

L’Italia ha ancora una forte dipendenza dalle fonti fossili ed è un fatto incontestabile, ma nel tempo è riuscita a disaccoppiare crescita ed energia grazie e soprattutto alla generazione di energia da fonti rinnovabili. La stessa cosa è accaduta in Europa. Per strano che possa sembrare, l’attuale prezzo del gas e del petrolio, ormai ben sopra ai 100 dollari al barile, rendono la produzione di energia da fonti rinnovabili non solo conveniente in termini di bilancia commerciale, ma anche in termini di costo. L’energia da fonti rinnovabili costa 2/3 meno di quella da fonti fossili. Se il governo Draghi avesse fatto una riforma di struttura vera, tra le altre cose legate al PNRR, in meno di un anno avremmo l’energia sufficiente per compensare quanto accade in Ucraina. Ovviamente ci siamo precipitati (intendo l’Europa) a ringraziare gli Stati Uniti per la fornitura eccezionale di gas liquefatto. In fondo, liberarsi dai poteri costituiti e diventare un soggetto (europeo) economico e politico autonomo è un esercizio di grande responsabilità. Meglio rifugiarsi nell’eccezione dello stato di emergenza che, tra le altre cose, non era mai stato proclamato (almeno in Italia e in Europa) nemmeno durante la crisi delle torri gemelle, degli attentati terroristici, nella guerra nella ex Jugoslavia e durante la guerra in Iraq.

Con gli effetti della guerra ucraina l’Europa si gioca la sua autonomia energetica, politica e di ben-essere. Potevamo essere neutri e responsabili rispetto alla Russia, alla Cina e agli Stati Uniti. Conveniva a quasi tutti, sebbene non a tutti. Utilizzando una battuta di John Belushi in Animal house (“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”), possiamo ben dire che l’Europa non fa parte dei duri.

Roberto Romano


[1] European Commission, 2021, Fit for 55′: delivering the EU’s 2030 Climate Target on the way to climate neutrality.

[2] Indiscutibilmente la crisi del 2008 e poi quella dei debiti sovrani del 2014 hanno concorso a questa tendenza, ma da tempo si osservava un disaccoppiamento tra crescita del Pil e crescita di energia.

[3] Rapporto tra Consumo Interno Lordo (di energia) e Prodotto Interno lordo = CIL/PIL.

[4] Regole e procedure che portano i tempi medi per ottenere l’autorizzazione alla realizzazione di un impianto eolico, ad esempio, a 5 anni contro i 6 mesi previsti dalla normativa. Tempi infiniti per le imprese, ma anche e soprattutto per la decarbonizzazione, che ha bisogno di un quadro normativo, composto di regole chiare, e semplici da applicare, e che diano tempi certi alle procedure ma anche di linee guida che indichino come le diverse tecnologie debbano essere realizzate pensando sia agli obiettivi di decarbonizzazione nel 2050 sia al modo migliore di integrarle nei territori.