La postdemocrazia e gli uomini della provvidenza

Draghi è diventato un eroe per aver salvato l’euro dalle insidie dei falchi dell’austerità ordoliberista tedesca e dalla speculazione finanziaria mondiale con la sua celebre frase che la BCE avrebbe fatto “tutto il necessario e, credetemi, sarà sufficiente”. Provenendo dalla Banca d’Italia e dalla BCE è anche l’uomo di fiducia della destra tecnocratica globalista internazionale e per questo è stato chiamato a risolvere, con un governo di “impronta presidenziale”, mai votato dagli elettori, una situazione bloccata di complessivo fallimento e delegittimazione dei partiti politici, di gazzarra partitica e di profonda crisi del sistema di governo che riguarda sia la responsabilità politica del Governo verso il Parlamento che la rappresentanza politica del Parlamento verso gli elettori, che si traduce in una irresponsabilità politica dell’esecutivo nei confronti del corpo elettorale e in una delegittimazione del sistema parlamentare sul piano politico, culturale e sociale. La postdemocrazia che stiamo vivendo è ormai ben lontana da quella descritta nella Carta Costituzionale, ma non soltanto in Italia. Pur disponendo, nella votazione che ha aperto la crisi, della fiducia di una maggioranza estremamente eterogenea ma di dimensioni quasi senza precedenti in Parlamento, invocata da una marea “senza precedenti” di suppliche, da parte di sindaci, imprenditori, sindacati e società civile, Draghi si è autoaffondato perché un governo di unità nazionale non può reggere ai ricatti e agli ultimatum contradditori provenienti dai singoli partiti, eccitati dalla vicinanza delle elezioni e desiderosi di mandare messaggi capaci di caratterizzarli e distinguerli agli occhi degli elettori. Il rinvio alle Camere è stato solo una cerimonia che non poteva spostare gli equilibri ma solo palesarli e ha dato il via ad una campagna elettorale senza rete. La miccia della crisi è stata accesa dai Cinquestelle, reduci da una scissione e in preda ad un profondo marasma interno, che ha azzerato il “campo largo” di Letta, ma così hanno tirato la volata alla destra, che ha fatto esplodere la bomba, assumendo la crisi come propria, facendo irritualmente cadere il governo attraverso il non voto, consentendogli un voto di fiducia irricevibile, per sfruttare il successo preconizzato dai sondaggi elettorali. Si assiste alle piroette di coloro che avevano rifiutato la nomina di Draghi a Capo dello Stato, sostenendo che era indispensabile in un momento difficile per il Paese, ed ora, che il momento è molto più difficile, hanno invece deciso di staccare la spina, incuranti delle conseguenze economiche che mettono a rischio, col Pnrr, anche i finanziamenti europei e dunque l’intera situazione economica italiana, offrendo il fianco agli attacchi della Buba e della speculazione finanziaria internazionale. La BCE si è affrettata, sulla spinta del “falchi”, a varare la “corda del boia” recessiva di un cospicuo rialzo dei tassi, che intende proseguire in futuro, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti e la Germania stanno entrando in recessione, trascinando con sé il resto dell’Occidente, ma ciò non fermerà un’inflazione galoppante che deriva da shock esterni e non da consumi che sono fortemente depressi. Le conseguenze sul debito italiano sono evidenti e non basta il TPI (Trasmission Protection Instrument) che ha deluso i mercati perché non dà effetti immediati, sarà discrezionale nella sua attivazione e condizionata dall’esistenza d’una stabilità politica tale da poter garantire il rispetto delle tappe e degli obiettivi degli obiettivi previsti, necessari per ottenere i fondi dei recovery plan nazionali, ovvero il Pnrr, per il quale sono a rischio 46 miliardi. Dunque, non si tratta di un paracadute efficace, che non costituirà un freno alla crescita dello “spread” e quindi alla crescita del costo del servizio del debito. Ma questo un senso suo ce l’ha: gli uomini forti della Provvidenza, scudo dei mercati e garanti per l’Occidente, quelli che “dopo di me il diluvio”, non possono tollerare le pressioni ed esigono un’ubbidienza incondizionata, perché non devono rispondere alle esigenze dei partiti che li sostengono in un parlamento esautorato e neppure a quelle degli elettori, dato che la loro legittimazione risiede altrove, nel sostegno statunitense, europeo e della finanza internazionale, e risponde a principi e criteri che non sono elettorali, ma attengono agli imperativi neoliberisti, fissati da oligarchie non elettive internazionali, come appunto la BCE e la Troika. Non a caso l’indice di gradimento di Draghi è stato misurato sull’andamento dello “spread” e non sul voto dei cittadini. Tutto ciò ovviamente scompiglia, in vista di una imminente tornata elettorale, il “campo largo” che sosteneva il Governo Draghi, composto da “nani e ballerine”, usciti miracolosamente da elezioni in cui agitavano, con un successo notevole ma assai volatile, degli “specchietti per allodole”, che s’è anch’esso autoaffondato con una stupida riforma del Parlamento; riforma che, con la scusa d’un risparmio irrisorio, ha dimezzato i posti, peggiorando la democrazia e costringendo ora una massa di parvenu senza arte né parte (bibitari compresi, magicamente promossi a ministri degli Esteri senza conoscere neppure la geografia) attenti solo al proprio “particulare” e in fuga da ogni responsabilità politica, a cercare freneticamente una nuova collocazione partitica con maggiori chance di eleggibilità (ma la ressa è imponente), forse nell’ipotesi di un “nuovo centro” ovviamente anch’esso spostato nettamente a destra, sulla base di sempre nuovi illusionismi populisti. La vera competenza dei governanti politici è ben testimoniata dal tunnel della Gelmini (da Ginevra al Gran Sasso) e da quello di Toninelli che, da ministro dei Trasporti, lamentava la scarsa frequentazione attuale di quello del Brennero, trascurando il fatto che lo stanno scavando ancora per molti anni. Uomini (e donne) senza qualità. Erano senz’altro più intelligenti le menti criminali che abbiamo conosciuto in passato. E’ il naufragio di una classe politica indecente, assolutamente distaccata dai problemi del Paese a incapace di disegnare le sue prospettive future. In attesa delle elezioni del 25 settembre Mattarella ha affidato a Draghi un compito di “ordinaria amministrazione” allargata a quattro emergenze che richiedono interventi indispensabili: la crisi economica ed in particolare l’inflazione che morde il potere d’acquisto degli italiani, le ricadute della guerra russo-ucraina, “la necessaria collaborazione a livello europeo e internazionale”, l’attuazione del Pnrr e il contrasto alla pandemia. Nel corso delle ultime legislature, mentre si addensavano sempre più crisi gravissime, pressoché irrisolvibili (dalla enorme crescita della povertà e della diseguaglianza, al galoppo dell’inflazione, al suicidio demografico, alla proliferazione delle pandemie, ad una crisi climatica che promette la desertificazione persino della val Padana, alla crescita dei venti di guerra e non da una parte sola), abbiamo assistito al circo Barnum di alleanze assolutamente improbabili, da chi predicava la “tassa piatta” ad aliquota unica (la via per ulteriori diseguaglianze) e l’affondamento degli immigrati nel Mediterraneo, a chi proponeva il reddito di cittadinanza (giusto, ma difficile da realizzare in un paese di precari dove la retribuzione media è più bassa), sotto l’enorme pressione di una congerie di categorie e settori che chiedevano disperatamente assistenza, notai compresi. Una cronaca di attualità, ben più sincera dell’attuale stampa asservita, reticente ed usa ad errori (intenzionali) ed omissioni, è quella d’un certo Dante, che descrivendo “ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello”, ha chiarito mirabilmente la nostra situazione odierna. Ma, come ben sappiamo, viviamo in una società liquida, in un labirinto privo d’un filo conduttore, in preda ad un analfabetismo politico di ritorno disorientato dai “social” e incapace di formulare giudizi critici ponderati, per la fine dei vecchi ambiti di discussione collettiva, ed esposta ai venti variabili e bizzarri delle emozioni momentanee e delle recriminazioni improvvise, in cerca sempre, anche oggi (la Meloni si sta riscaldando ed è pronta in panchina) di un duce, un conducator che, dotato di pieni poteri e con cipiglio autoritario, tagliando con la spada il nodo gordiano della governabilità, risolva magicamente tutti i problemi e le contraddizioni insolubili odierne. Senonché, come ben sappiamo, queste storie finiscono sempre male, come in piazzale Loreto, ma solo dopo anni di tragedie per tutti. L’assalto alla CGIL assomiglia troppo a quella delle Camere del Lavoro durante l’affermazione del fascismo e promette assai male, mentre l’indignazione e la reazione popolare è stata assai debole. Dopo la cancellazione del keynesismo anche la sinistra è stata abrogata e lo scontro è aperto oggi solo fra la destra tecnocratica neoliberista, globalista, dei “neocons” americani di Biden (che mirano al dominio mondiale, assediando gli avversari circondandoli con missili nucleari, mettendo fuori gioco Russia ed Europa per poi scontrarsi con la Cina), a cui fa capo anche Letta e di cui Draghi è l’alfiere, e l’estrema destra sovranista e fascistoide che imperversa in Europa, specie quella orientale. Non c’è dunque da stupirsi che il programma del governo delle “larghe intese” sia stato di destra, sulla base dei condizionamenti europei e delle destre italiane, raccogliendo anche il sostegno del PD. Le carenze maggiori del governo, ora dimissionario, sono stati i temi sociali, sui quali mancava una maggioranza politica ad essi favorevole ed anche le aperture degli ultimi giorni erano perciò velleitarie e impraticabili, con i partiti di destra che remavano in direzione opposta. L’esempio più lampante è la riforma fiscale che toglie a chi ha di meno, per dare a chi ha di più, con un trasferimento dal basso verso l’alto (un regalo ai ricchi), sulla scia degli orientamenti americani. Dopo una pandemia che ha ampliato enormemente le disuguaglianze e creato una vasta massa di nuovi poveri, aumentando a dismisura il valore dei patrimoni finanziari e immobiliari, gli effetti redistributivi regressivi della riforma Draghi, che incide solo sui redditi e non sui grandi patrimoni, determinano “una riduzione di imposta maggiore nelle classi di reddito medio-alte”, come conferma l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, escludendo addirittura da ogni beneficio il 20% delle famiglie in difficoltà e incapienti, ampliando ulteriormente la distanza fra ricchi e poveri. A completare il quadro c’è stata l’abolizione dell’Iva sulle armi ma non sui consumi popolari essenziali. I rapporti annuali Istat e Inail mostrano il dilagare del “lavoro autonomo dipendente”, ovvero dei lavoratori dipendenti spacciati per autonomi, molti Ccnl hanno minimi salariali sotto i 9 euro all’ora e 4,3 milioni di dipendenti privati sono situati sotto quella soglia e hanno un reddito lordo annuale inferiore ai 12.000 euro, e senza reddito di cittadinanza la situazione sarebbe stata ancora molto peggiore. Contro la disoccupazione occorrerebbe aumentare l’occupazione pubblica, oggi carente e molto più bassa rispetto agli altri Paesi europei. Prosegue l’iter del disegno di legge per l’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, sostenuto da Salvini assieme a “governatori” del PD, che, una volta approvato, sarà irreversibile, e assegna al Parlamento un ruolo marginale di mera ratifica delle intese fra le Regioni. Introduce una “secessione dei ricchi” che negherà l’uguaglianza e l’universalità dei diritti su istruzione, salute e protezione civile, che verranno erogati nelle diverse regioni a seconda del reddito dei loro residenti, impedendo la fattibilità dei livelli essenziali di prestazione, la cui mancata attuazione ha contribuito attivamente alla distruzione del Servizio Sanitario Nazionale. Implica anche una frammentazione regionale della contrattazione, reintroducendo così, di fatto, le “gabbie salariali”. Costituisce il primo passo verso la frammentazione istituzionale e la disgregazione sociale del Paese, in aperta violazione dei principi di uguaglianza della Costituzione. Premia quelle istituzioni regionali, le cui risorse sono destinate in media all’80% alla sanità, con 21 modelli diversi, e che hanno dimostrato, sia con gli scandali dilaganti che con il disastro della pandemia, di essere non sono inutili ma fortemente diseguaglianti e dannose, giungendo a veri e propri atti criminali, come le stragi compiute ricoverando senza protezione i malati di Covid nelle RSA. Occorre al contrario procedere ad una nuova riforma costituzionale che, sul modello tedesco, imponga l’intervento dello Stato per garantire l’unità giuridica ed economica del Paese, con condizioni di vita equivalenti in tutto il territorio nazionale. Ma è sul terreno delle sanzioni masochistiche – che non hanno scalfito la Russia, facendola anzi guadagnare, e hanno duramente colpito l’economia e le condizioni di vita popolari europee ed italiane – che si è evidenziata la mancata sovranità dell’Italia ed il ruolo di Draghi come proconsole e garante dell’applicazione delle volontà dei “neocons” statunitensi, da lui elogiati. Inflessibile è stata la sua insistenza, pari solo a quella di Biden, per l’invio senza fine di sempre più armi all’Ucraina, che allontanano la pace, rischiando il conflitto nucleare, e finiscono ai 34 battaglioni nazisti già armati fino ai denti o vengono vendute a gruppi terroristici stranieri. Giova ricordare che la guerra, che è in realtà fra l’America (che ha accerchiato la Russia con una nuova “cortina di acciaio” di missili nucleari sui confini russi) e la Russia, è stata iniziata con il golpe di Maidan del 2014 da parte dei neocons americani (Biden in testa) e proseguita con i massacri della popolazione del Donbass, ignorati dall’Occidente, che ha finto di accorgersi della guerra in corso da anni solo dopo l’intervento russo. Draghi, saldamente schierato in prima fila con gli Stati Uniti (gira voce, negli ambienti bene informati, che sarà il prossimo segretario della NATO al posto di Stoltenberg), anziché “burro o cannoni” ha proposto “guerra o termosifoni” (o almeno condizionatori), inviando milioni di euro di armi offensive in Ucraina. Un così solerte zelo gli è valso l’elogio di Zelenski, mentre la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha sostenuto addirittura che Draghi è essenziale per l’Ucraina e, se non sarà più Premier in Italia, l’Ucraina perderà la guerra. Potremmo fargliene dono. Nel suo intervento al Senato, Draghi ha ribadito tutti i punti dell’agenda di governo che intendeva realizzare, ritenendoli indispensabili per gli impegni assunti con l’Europa: innanzitutto le scadenze del Pnrr, compresa la riforma della concorrenza (con le norme sui taxi e le concessioni balneari), il rifiuto allo scostamento di bilancio per la riduzione del cuneo fiscale e, soprattutto, pieno appoggio al riarmo dell’Ucraina, spudoratamente spacciata per una democrazia. Naturalmente Biden, NATO e tanti altri guerrafondai si sono immediatamente spesi a favore della conferma di Draghi a premier italiano, timorosi di perdere il proprio proconsole neoliberista e annunciando che la mancanza di Draghi premier metterebbe in discussione i finanziamenti europei all’Italia e provocherebbe una situazione rovinosa, con la “vendetta del mercato” e l’esplosione dello “spread”. Ma si sa che il “mercato” attuale non è un’entità astratta e indefinibile, bensì ha nomi e cognomi ben precisi, quelli dei falchi (meglio dire degli avvoltoi) della Buba, dei paesi “frugali” e delle grandi banche, internazionali, pubbliche e private, che già si sono levati in volo, pregustando un lauto banchetto, eventualmente con l’aiuto della Troika, come è avvenuto in Grecia. Insomma, dobbiamo ricordare che dal dopoguerra l’Italia non è un Paese sovrano (scissioni sindacali, bando al Pci, “stragi di Stato” e tentati golpe lo insegnano) e all’Italia occorrerebbe una nuova guerra di indipendenza. Sembra però che questo livello di consapevolezza sia finora del tutto assente sia fra le forze politiche che fra quelle sindacali, intente a portare avanti le proprie diatribe senza accorgersi del baratro a cui ci stiamo avvicinando. Le cose stanno velocemente cambiando anche sul terreno delle libertà sindacali, con un’ondata di repressione giudiziaria dei picchettaggi, soprattutto nella logistica che, sebbene riguardi sindacalisti dello Si Cobas, particolarmente presenti nel settore, assume un valore più generale di attacco al diritto di sciopero di cui anche i sindacati confederali farebbero bene a preoccuparsi. Anche la reazione della CGIL a questa situazione sembra troppo debole, inadeguata, incapace di offrire una speranza di alternativa, di mobilitare le coscienze per invertire la rotta, di cercare una nuova e diversa egemonia. Il Paese che ha dato al mondo il pensiero di un genio come Gramsci sembra ormai senza speranza, incapace di reagire. Occorre dare una scossa. Chiedo venia per questa analisi irriverente, ma che ritengo esatta, perché, come sosteneva Andreotti, con un forte spirito autocritico, “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca”. Essendo io stato uno degli artefici di “Democrazia Consiliare” come Area alternativa di minoranza, che nel corso degli anni ha contribuito a cambiare la CGIL, ed avendo seguito fin qui il percorso dell’alternativa alla linea sindacale ortodossa, nelle sua diverse alleanze e denominazioni, ritengo indispensabile la continuazione di una battaglia di alternativa ed ho contribuito anch’io alla stesura dell’attuale documento di minoranza. L’età (79 anni), la perdita rilevante di capacità visiva e il fatto di abitare in un piccolo comune di 300 abitanti senza patente di guida e con scarsi collegamenti e possibilità di spostamento, mi costringono a rinunciare, dopo 61 anni di militanza e di incarichi sindacali, ad occupare nuovi ruoli di responsabilità, continuando perciò la mia militanza come semplice iscritto, ma senza rinunciare, finché mi sarà possibile, a battermi, analizzando, scrivendo e polemizzando, per la costruzione di una nuova egemonia sindacale alternativa, ed anche di una nuova idea di sinistra, capace di dare speranza a chi lavora e ai pensionati, per la costruzione d’un nuovo “sol dell’avvenire”, superando l’attuale miseria.

Un abbraccio a tutti ed un rinnovato impegno nella lotta comune.

Giancarlo Saccoman