Il Messico dei desaparecidos e l’attivismo delle donne

Negli ultimi quindici anni il Messico è stato sempre più citato dai mass media internazionali e italiani per via della cosiddetta “guerra al narcotraffico”, altresì nota come “guerra alla droga” o “narcoguerra”. Si tratta in realtà di un conflitto armato interno, complesso e multidimensionale, che coinvolge diverse regioni del paese e colpisce specialmente i settori più vulnerabili della popolazione. Alla complessità della violenza, che ha fatto oltre 350mila morti e 100mila persone scomparse, s’aggiungono la diversità di attori armati coinvolti, statali, criminali e del tipo paramilitare, e la molteplicità di interessi legali e illegali che, in un modello neoliberale sregolato, convergono o confliggono secondo geometrie e tempi variabili.

I gruppi criminali, a volte confusi con autorità locali e imprenditori che utilizzano la protezione di bande armate in certi territori, hanno diversificato nel tempo le loro attività e controllano il traffico di stupefacenti, in combutta con autorità nazionali e di frontiera lungo il confine statunitense e in territorio americano, ma ottengono profitti anche dai business dell’estorsione, dello sfruttamento minerario e agricolo, del contrabbando di armi e idrocarburi, dal traffico di organi e dalla tratta di bianche e di migranti.

Le profonde disuguaglianze territoriali, economiche, di genere ed etniche persistono, seppur palliate da certe misure redistributive della ricchezza e di riconoscimento dei gruppi sociali prima esclusi, attuate dal governo del presidente di centrosinistra Andrés Manuel López Obrador, in carica dal primo dicembre 2018. Continua anche la strategia di militarizzazione delle funzioni di sicurezza interna, basata su un modello reattivo e non preventivo di occupazione del territorio e degli snodi cruciali per l’economia da parte delle forze armate o della Guardia Nazionale, una corporazione di polizia militare creata nel 2019.

Questo cocktail ha provocato un’escalation progressiva della violenza, la crescente collusione degli apparati pubblici con gruppi delinquenziali e un endemico e itinerante stato d’impunità e d’eccezione, che poi sfocia in una vera e propria crisi generalizzata dei diritti umani. In questo contesto, quando sentiamo parlare in Messico e in Centroamerica dei desaparecidos recenti, cioè delle persone scomparse in quest’epoca di “guerra alla droga”, che abbiamo compreso come sia in realtà un’etichetta che maschera conflitti di diversa natura e dispute economiche sempre più selvagge, non si tratta più esclusivamente dei detenuti politici dei regimi autoritari e del terrorismo di Stato degli anni ’70 e ’80, come nei casi emblematici del Cile o dell’Argentina, ma di una miriade di situazioni diverse, non necessariamente legate alla criminalità organizzata o alla repressione di Stato. Le sparizioni si considerano forzate se c’è l’intervento diretto o l’omissione dell’intervento da parte di funzionari pubblici e sono classificate come “commesse da privati” quando non c’è l’azione diretta o dimostrabile di attori statali. Ciononostante, dopo anni di inerzia, impunità dei delitti al 97% e reiterate accuse di complicità tra apparati statali e mafie locali, non sono pochi i familiari di persone scomparse che sostengono che tutte le sparizioni sono ormai da considerare forzate, imputandone allo Stato alcun tipo di responsabilità.

Siccome circa il 70% dei desaparecidos attuali sono maschi, chi si dedica a cercarli nella stragrande maggioranza dei casi sono le madri, le sorelle, le figlie e le mogli, disposte a rinunciare alla loro salute, alla famiglia, al reddito e alla poca sicurezza che hanno per impugnare pale e picconi e, spesso senza protezione o accompagnamento, scavare nelle fosse clandestine che costellano la geografia messicana. Ne sono state trovate oltre quattromila in pochi anni, la maggior parte grazie al lavoro incessante di decine di collettivi formati quasi solo da donne di tutte le età. Ma non è solo la caratteristica demografica delle vittime dirette a influire sull’attivismo delle mujeres. Sicuramente c’è una tradizione storica derivata dalle esperienze delle Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo in Argentina e del Comitato Eureka in Messico, che organizzavano picchetti settimanali fuori dai palazzi del potere nella seconda metà degli anni ‘70.

Ma oltre ciò in Messico la figura della madre, non più vittima ma lottatrice per i diritti, e in generale quella della donna che protesta contro l’indolenza sociale e statale, ha acquisito una legittimità speciale, specie dopo le battaglie contro i femminicidi negli anni ’90 e 2000 a Ciudad Juárez e l’avanzata della terza ondata del femminismo messicano. Le buscadoras (cercatrici) dei desaparecidos hanno formato un movimento, non privo di divisioni e conflitti ma comunque vigoroso, ed hanno conquistato, dunque, un ruolo importante nello spazio pubblico, rompendo il “tabù” che vuole le donne relegate agli spazi privati o di culto. Le donne dei collettivi di ricerca costituiscono oggi in Messico una riserva morale e sono un attore sociale che ha sfidato e, in parte, sostituito pezzi dello Stato, inadempienti e conniventi, nelle funzioni di ricerca e nelle indagini, nelle scavazioni delle fosse clandestine e nelle ricerche ancora in vita delle persone scomparse.

E’ soprattutto grazie a loro che la problematica comincia ad avere un riconoscimento, sicuramente più marcato nell’attuale amministrazione, il Congresso ha approvato nel 2017 una legislazione all’avanguardia nella materia e ora ci sono dati relativamente affidabili sul fenomeno. Quindi sappiamo che sono oltre centomila le persone che devono essere cercate, vive o morte, e che probabilmente sono state “fatte sparire” da gruppi armati legali e illegali, privati e paramilitari. Grazie a loro conosciamo le dimensioni del dramma, per cui sono oltre 52mila i corpi di persone decedute non identificate negli obitori e in fosse o campi comuni e si parla di una “crisi forense” messicana. Il movimento delle buscadoras ha scosso le coscienze negli ultimi anni e anche il sistema a partire dal dolore comune e dall’azione collettiva, non più solo familiare o privata, ma pubblica e civica.

Fabrizio Lorusso

Ricercatore alla Universidad Iberoamericana León (Messico)

Contatto Twitter @FabrizioLorusso