Dallo “ius scholae” allo “ius sola” è un attimo

Il dibattito politico sul tema immigrazione, in Italia, è sempre più scadente, addirittura regressivo rispetto alla realtà del paese. I sondaggi tra la popolazione, nonostante tutto, sono molto più avanti ed infatti si esprimono favorevolmente per riconoscere la cittadinanza ai bambini che nascono nel nostro paese. Mentre la politica procede con il passo del gambero. Per alleggerire il contrasto con le destre, si è passati dallo ius soli allo ius scholae, cioè si accede pericolosamente al principio che il bambino che nasce qui non è italiano, ma la cittadinanza del nostro paese se la deve guadagnare; quindi deve essere andato a scuola e deve aver compiuto un ciclo di studi obbligatorio. Ma se è obbligatorio, non può essere un requisito discriminante, perché non ci devono essere bambini nati e residenti nel nostro paese che evadono a scuola dell’obbligo: paradossalmente, anche se non chiedessero la cittadinanza italiana, i loro genitori sarebbero obbligati a compiere il ciclo scolastico primario. Si tratta dunque, semplicemente, di un obbrobrio legislativo teso a limitare ed intralciare il percorso lineare di integrazione dei nuovi cittadini; peraltro, senza scalfire la contrarietà delle destre che rimangono sulle loro posizioni. Cioè prima bisogna dimostrare di essere integrati e poi si può discutere sul rilascio della cittadinanza. Anche questo principio, oltre che sbagliato, è una bufala (come era ed è una bufala quello di dire “aiutiamoli a casa loro” per giustificare le frontiere chiuse ed i respingimenti, poi in realtà figuriamoci se si possono aiutare a casa loro con lo 0.2% del Bilancio per la cooperazione internazionale finanziamento che è stato via via ridotto, nonostante gli impegni assunti di garantire lo 0,8) perché in Italia il 64,4% di immigrati è costituito da famiglie che hanno in tasca un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti che viene rilasciato a tempo indeterminato sulla base di anzianità di residenza (5 anni), reddito, idoneità alloggiativa e conoscenza della lingua (più integrati di così?!), eppure la cittadinanza non gliela diamo. Fa comodo alle destre dire che in Italia ci sono molti stranieri semplicemente perché rimangono stranieri anche dopo tanti anni e dopo lo scorrere delle generazioni.

In Francia un quarto dei francesi è di origine straniera, altrettanto nel Regno Unito; nella stessa Germania un quinto dei cittadini sono di origine straniera, ed hanno in tasca la cittadinanza. In Italia invece i cittadini italiani di origine straniera sono circa il 2% della popolazione. Ed è quindi evidente che sarebbe necessaria ed urgente una riforma seria della cittadinanza riferita sia ai ragazzi di seconda e terza generazione, sia ai loro genitori.

Pietro Soldini