“La mia vita con Peppino”
Intervista con Giovanni Impastato, a pochi giorni di distanza dalla data-simbolo del 9 maggio
Giovanni Impastato ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia, intrecciando il ricordo (e la lezione) del fratello Peppino, lo straordinario impegno profuso da mamma Felicia, per mantenere sempre viva e attuale la memoria, e la battaglia per i diritti sociali. Con un occhio di riguardo rivolto soprattutto ai più giovani, ai ragazzi e alle ragazze siciliane (e non soltanto) che avranno il compito di passare il testimone nei decenni a venire. In vista della consueta “tre giorni” di Cinisi (due giornate di incontri e dibattiti promossi dall’Area “Le Radici del Sindacato” CGIL e che si terranno presso l’hotel Magaggiari, all’immediata vigilia del consueto, grande corteo del 9 maggio), Giovanni ha dialogato con ‘Progetto Lavoro’ sull’importanza di ricordare ogni anno Peppino.
“L’iniziativa organizzata da ‘Le Radici del Sindacato’ CGIL – osserva Giovanni Impastato – rappresentano un momento importante di confronto: sarà l’occasione per mettere in relazione i temi del lavoro e quelli sociali con le sfide attuali nella lotta alle mafie, valorizzando il lavoro svolto e rafforzando l’impegno collettivo per la legalità”.
Partirei dal Centro ‘Peppino Impastato’: che cos’è e che significato ha per chi coltiva ostinatamente il “coraggio della memoria”, per citare il titolo del tuo libro edito nel 2021?
Sì, il libro lo scrissi nel 2021, si intitola Il coraggio della memoria e lo ha pubblicato CMI edizioni: è un ‘cammino’ lungo 272 pagine, dove sono stati raccolte le mie riflessioni dalla scomparsa di mamma Felicia ad oggi. Ho voluto proprio racchiudere le due parole-chiave indispensabili per meglio avvicinarsi alla data del 9 maggio: coraggio e memoria. Due parole-chiave che raccontano anche la storia del ‘Centro Peppino Impastato’, che è nato nel 1977, con Peppino ancora vivo, e ha rappresentato la prima associazione antimafia al mondo. Certo, in precedenza c’erano stati i sindacati, le commissioni antimafia… ma la prima associazione è stata la nostra, fondata da Umberto Santino e dalla sua compagna Anna Puglisi. Esordirono con il trentennale della strage di Portella delle Ginestre; nel 1978, l’anno successivo, venne ucciso Peppino. Nel 1980 il Centro venne intitolato a mio fratello, con la modifica dello statuto e il nostro ingresso nell’associazione, che precedentemente si chiamava “Centro siciliano di documentazione”.
Passaggi tutt’altro che burocratici: il “clima” all’epoca non vi era certo favorevole…
Sì, eravamo isolati. Era il 1980 e si parlava di terrorismo rosso anche a proposito di Peppino e noi decidemmo proprio in quel periodo di intitolargli il Centro. Quella scelta rappresentava una sfida enorme: ci occupavamo senza sosta di tutta la sua vicenda giudiziaria, giorno dopo giorno e fino al processo, parlando con i giudici e studiando tutta l’istruttoria. Ma il ‘Centro Peppino Impastato’ non si limitava a questo. Sviluppò anche un’attività costante di ricerca sul fenomeno mafioso, con eccellenti analisi sulla borghesia mafiosa portate avanti da Umberto Santino, che è persona scomoda culturalmente e politicamente ma uno dei più grandi conoscitori del fenomeno mafioso al mondo. Ecco, a distanza di tanti anni raccogliamo quei frutti e posso dire con certezza che abbiamo dato una grande spinta e un grande contributo non soltanto alla ricerca della verità sul versante giudiziario, ma anche alla crescita della consapevolezza sotto il profilo culturale e politico.
Successivamente è nata Casa Memoria.
Il suo ruolo culturale è proprio volto a favorire la memoria, a mantenere viva la cultura antimafia che fu di Peppino, con le sue innumerevoli battaglie per la legalità e per i diritti. Si trattava di raccogliere reperti, foto, documenti. Ci sono dunque affinità tra il Centro Impastato e Casa Memoria, ma se il primo ci stimola soprattutto nello studio, la seconda serve a tramandare in ogni modo il ricordo.
Qual è il percorso di Casa Memoria?
La porta di Casa Memoria si aprì dopo la morte di Peppino e mamma Felicia decise di non chiuderla mai più: mia madre accoglieva le persone, ben prima che avesse successo il film I cento passi, ed è sempre lei che iniziò a mettere assieme i tanti ricordi, mentre altri, e io stesso, non ci credevamo molto. Va aggiunto che non beneficiavamo certo del seguito di oggi, perché la storia di Peppino non era riconosciuta… molta gente cambiava addirittura marciapiede quando passava davanti alla nostra casa. Ma lei ha insistito. Non si è fatta intimidire dal senso di isolamento che percepivamo nitidamente. Finché, nel 2000, abbiamo deciso di imprimere una svolta, sull’onda del successo del film. E nel 2004, dopo la morte di mia madre, abbiamo deciso di costituirci come associazione.
Quali sono oggi le sue prospettive?
Quest’anno possiamo guardare con maggiore serenità al futuro di Casa Memoria. La costituzione da diversi anni in Associazione e, soprattutto, l’acquisto degli spazi hanno finalmente garantito stabilità alla sede del museo. Questo rappresenta un passaggio fondamentale: ci permette di programmare con continuità le attività e di assicurare una maggiore regolarità negli accessi e nelle visite. Casa Memoria continua ad accogliere decine di migliaia di visitatori tra sostenitori, scolaresche e studiosi interessati ad approfondire il fenomeno mafioso.
Casa Memoria, scriveva Evelin Costa nell’introduzione del tuo libro, “profuma nel mio immaginario di zagara e gelsomino, l’odore delle donne siciliane come Felicia, dolci e aspre, capaci di soffrire in silenzio, ma anche di alzare la testa e mostrare il loro coraggio”. Vuoi provare a descriverci mamma Felicia?
La frase di Evelin ben descrive la figura di mia madre, che si è mossa in una situazione molto difficile. Era la moglie di un mafioso e la madre di un militante che combatteva la mafia: si trovava in una situazione molto difficile. Era intrisa di una cultura cattolica e mediterranea e infatti non ha mai lasciato il marito: lo ha rispettato fino alla fine, perché legata al giuramento matrimoniale. Ma, quando è stata costretta ad operare una scelta, si è schierata dalla parte della giustizia e della legalità e non della mafia. Quando le hanno ammazzato il marito e poi il figlio è esplosa ed è iniziato il suo nuovo percorso così coraggioso. Non ha reagito con disperazione alla morte del figlio. Era arrabbiata e addolorata, ma nell’umiltà e nella razionalità compì una scelta importante, anche dopo che lo Stato le chiuse la porta in faccia per indurla a rassegnarsi perché “suo figlio è un terrorista”. Lei rifiutò comunque la vendetta mafiosa e provò invece a credere a quel poco di buono che immaginava ci fosse all’interno dello Stato.
“Coltivare la memoria è come un vaccino”, affermò Liliana Segre nel 2021, durante il drammatico periodo del Covid: un’affermazione efficace e sempre attuale.
La memoria è un percorso di lungo periodo: restando all’esempio del vaccino, bisogna avere il tempo di far lievitare gli anticorpi. Occorre quindi allargare la sfera della memoria e farla diventare collettiva; perché se, al contrario, rimane circoscritta, non può incidere sulla vita delle nuove generazioni. Alimentare la memoria è la base fondamentale per un percorso di impegno civile e culturale. Bertolt Brecht ci ammonì: senza memoria non c’è futuro ed è proprio così. Serviva però un “luogo materiale”, qualcosa che puoi toccare con mano, per evitare che la memoria rischiasse di svanire. La memoria non è soltanto il frutto di uno sforzo del pensiero, bensì è costituita dalle testimonianze e dai fatti concreti. Quei fatti che ritrovano vita a Casa Memoria, dove è conservata la stanza di Peppino, con i suoi documenti e tutti i reperti che ci “parlano” delle sue attività volte all’impegno e alla denuncia. I fatti ritrovano vita anche nel percorso fino a casa Badalamenti, i “cento passi” che abbiamo riempito di contenuti: grazie ad un progetto finanziato abbiamo messo ad ogni passo una pietra di inciampo. Pietri colorate, ognuna delle quali caratterizzata da una frase di mafia arricchita da disegni, per rendere vivace il percorso, attrarre i ragazzi, evitando così il vittimismo sterile o la compassione. La memoria è poi resa concreta dalla stessa casa Badalamenti, che è stata affidata a noi come associazione. I muri di quella casa non possono parlare, ma, considerando la potenza criminale del vecchio proprietario, quello è un luogo incredibile: tanti omicidi sono stati decisi lì, persino il Caravaggio rubato a Palermo pare sia passato da lì, visto che fu lui poi a gestire quel furto eccellente nella fase successiva. E ancora: per difendere la memoria abbiamo salvato il casolare dove è stato ucciso Peppino, perché lì volevano fare una villa o una discarica… lo abbiamo impedito con la nostra lotta quotidiana, salvandolo dalla distruzione e mantenendo così intatto un altro luogo di grande valore simbolico. D’altra parte, proviamo a pensare che cosa sarebbe successo se l’Armata Rossa avesse tardato ad arrivare ad Auschwitz: i nazisti avrebbero distrutto il campo, così come hanno distrutto altre prove dello sterminio. Se a Cinisi il ricordo fosse rimasto una somma di pensieri senza immagini concrete e tangibili, in molti (gli stessi che un tempo ci isolarono, insieme ai loro seguaci) avrebbero potuto insinuare che l’omicidio di Peppino sia stato un’invenzione. Invece no, non possono farlo.
Quale messaggio si può trasmettere ai giovani di oggi, visto che “la nostra cultura – diceva Peppino – è un patrimonio di massa in continua evoluzione”?
Potrà mantenersi nel tempo diffondendo il suo pensiero e il suo esempio. Che non è costituito soltanto da impegno civile e politico o dalla lotta alla mafia; è un messaggio educativo, grazie alla rottura storica e culturale che ha operato all’interno della sua famiglia perché di origine mafiosa. C’è poi il suo grande impegno per il rispetto della natura e della bellezza, fin dagli anni 60: Peppino era un ecologista assolutamente innovatore, che si batteva contro la speculazione del territorio. Organizzò addirittura una mostra negli anni 60 e la ripropose negli anni 70, chiamando in causa le istituzioni, a partire dal sindaco del paese. Le cronache di questi anni hanno raccontato l’impegno ambientale a trecentosessanta gradi di Greta Thumberg, che manifesta sotto i palazzi del potere, coinvolgendo gli studenti. Peppino lo faceva più di cinquant’anni fa, con i mezzi che aveva e in un ambiente circoscritto influenzato dalla cultura mafiosa. E riusciva pure a farlo con ironia…
Quale messaggio vuoi invece inviare a chi sostiene le battaglie per la legalità intrecciandole alla dimensione sociale?
Un ringraziamento sentito va a tutti i sostenitori che, negli anni, hanno creduto e continuano a credere in questo progetto. Desidero sottolineare il contributo di tante associazioni e realtà territoriali e in particolare il contributo della CGIL che, attraverso una campagna di crowdfunding, ha sostenuto concretamente l’associazione che gestisce Casa Memoria. La sottoscrizione di un protocollo ha inoltre avviato progetti di grande rilevanza: iniziative di contrasto al malaffare e percorsi di studio sul fenomeno mafioso e attività dedicate alla memoria, all’impegno e alla storia di Peppino.
Paolo Repetto
Pubblicato il 4 Maggio 2026
