La ‘Cgil che verrà’ riparta dalle donne

La ‘questione femminile’ non è un tema rituale: diventi il motore di un cambiamento culturale

La cosiddetta ‘questione femminile’ dovrà essere un tema importante per la Cgil che verrà.

Come Responsabile del Coordinamento Donne della Cgil di Palermo, denuncio il fallimento delle politiche di supporto: nella nostra Regione la copertura dei nidi è ben lontana dal 33% europeo; senza nidi e senza tempo pieno (che a Palermo è al 18% contro il 90% di Milano), le donne sono di fatto espulse dal mercato del lavoro.

Ma la Cgil che verrà – visto che una apposita commissione, a livello nazionale, sta scrivendo il nuovo ‘programma fondamentale’ – dovrà andare ben oltre la denuncia: dovremo essere il motore di un cambiamento culturale e organizzativo profondo. Il tema da dibattere è, dunque, in che modo farlo.

Partirei dai ‘Punti Donna’ e dai ‘Centri di ascolto’ nei luoghi di lavoro: la Cgil deve promuovere l’istituzione di presidi fisici all’interno delle aziende e delle grandi scuole; luoghi protetti nei quali le lavoratrici possano trovare ascolto, supporto legale e orientamento, rompendo il muro del silenzio sulla violenza e sulle discriminazioni.

Il secondo aspetto che vorrei richiamare è la necessità di garantire formazione specifica per dirigenti e delegati: in parte è già in atto, ma dobbiamo coinvolgere tutti e tutte. Non basta la solidarietà, serve la competenza. La Cgil deve saper formare l’intero suo gruppo dirigente e, in seguito, tutti i dirigenti scolastici e i responsabili aziendali, affinché imparino ad intercettare i segnali della violenza domestica o delle molestie. Dobbiamo essere noi a fornire gli strumenti per capire quando una lavoratrice è in pericolo.

Servono, poi, protocolli come collante con i Centri antiviolenza (Cav): la Cgil deve farsi garante di intese propedeutiche a collegare direttamente i luoghi di lavoro con la rete dei Cav. Dobbiamo cioè diventare il ‘ponte’ sicuro che accompagna la donna dal luogo di lavoro alla protezione specialistica.

Vorrei inoltre porre l’attenzione sugli obiettivi di una ‘contrattazione di genere 2.0’: è necessario pretendere asili nido aziendali e territoriali, affiancati da una formazione continua che permetta alle donne di non restare indietro durante i congedi. La nostra Organizzazione sindacale deve dunque entrare in ogni busta paga per stanare il ‘gender pay gap’.

Quando parliamo della “Cgil che verrà” non possiamo fermarci soltanto al lavoro nel senso più stretto del termine. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ciò che attraversa oggi la vita concreta delle persone, soprattutto delle donne, perché è proprio sul corpo, sul tempo, sulla libertà e sul lavoro delle donne che si misura il grado di civiltà democratica di un Paese.

E allora occorrerà essere capaci non soltanto di rappresentare le donne, ma di assumere pienamente uno sguardo femminista sul mondo del lavoro, sul welfare, sulla scuola, sulla sanità, sulla violenza, sulla redistribuzione del potere e del tempo. Perché le disuguaglianze di genere non sono una questione separata: attraversano tutto.

Oggi le donne continuano a vivere una condizione di profonda disparità economica e sociale. Lavorano di più, guadagnano meno, interrompono più facilmente i percorsi professionali, portano sulle proprie spalle il peso enorme del lavoro di cura e continuano a essere le prime a pagare il prezzo di ogni arretramento del welfare pubblico.

Dietro la retorica sulla famiglia tradizionale, troppo spesso si nasconde infatti un’idea precisa: riportare sulle donne il peso della cura, della fragilità sociale, dell’assistenza agli anziani, ai figli, alle persone non autosufficienti. Ogni volta che si indeboliscono la scuola pubblica, la sanità, il tempo pieno, i servizi educativi o i consultori, non si colpisce soltanto il welfare: si restringe concretamente la libertà femminile. Perché sono quasi sempre le donne a dover compensare ciò che lo Stato smette di garantire.

E la Cgil deve continuare a rimarcare con forza tutto ciò: non esiste libertà femminile senza servizi pubblici, senza welfare, senza autonomia economica.

La precarietà colpisce tutti, ma sulle donne produce effetti ancora più duri. Moltissime donne sono costrette ad accettare lavori sottopagati, part-time involontari, condizioni instabili e ricattabili, perché il sistema continua a considerare il loro reddito secondario, quasi accessorio. Ancora oggi la maternità, invece di essere riconosciuta come valore sociale, diventa spesso un ostacolo occupazionale. Ci sono donne che rinunciano al lavoro, che rinunciano a figli, che rinunciano a sé stesse perché il costo della cura viene lasciato quasi interamente sulle loro spalle.

E poi c’è la questione della violenza maschile sulle donne, che non può essere affrontata soltanto come emergenza securitaria o questione penale. La violenza nasce dentro una cultura del possesso, della disparità, della svalutazione simbolica delle donne. Per questo servono educazione affettiva, formazione, prevenzione, libertà economica, sostegno ai centri antiviolenza e alle reti territoriali.

Assistiamo a un linguaggio politico che continua a ‘leggere’ le donne dentro ruoli tradizionali, familiari, rassicuranti; temendo la libertà femminile quando diventa autonomia, parola pubblica, conflitto, autodeterminazione.

Segnalo poi un’altra questione profondissima: il tentativo costante di delegittimare il femminismo e i movimenti delle donne, trattandoli come esagerazioni ideologiche anziché come battaglie di civiltà. Eppure, se oggi possiamo parlare di diritti, autodeterminazione, divorzio, aborto, lavoro, libertà, è perché generazioni di donne hanno lottato anche quando venivano ridicolizzate, isolate o accusate di destabilizzare l’ordine sociale.

Perciò dovremo continuare a custodire la memoria delle lotte delle donne e, soprattutto, continuare ad attraversarle nel presente. Non basta celebrare l’8 marzo: bisogna scegliere ogni giorno da che parte stare.

Dalla parte delle lavoratrici precarie.

Delle donne sole.

Delle madri che non riescono a conciliare tempi di vita e lavoro.

Delle giovani che vedono il proprio futuro impoverirsi.

Delle donne migranti spesso invisibili e sfruttate.

Delle donne vittime di violenza.

Delle lavoratrici della scuola, della sanità, dei servizi, che tengono in piedi il Paese attraverso professioni spesso svalutate proprio perché fortemente femminilizzate.

La Cgil che verrà dovrà avere il coraggio di dire che il lavoro di cura è lavoro. Che il tempo delle donne ha valore. Che la libertà non può essere un privilegio di poche. E deve continuare a battersi perché i diritti delle donne non vengano trattati come concessioni reversibili ma come pilastri democratici irrinunciabili. Perché ogni volta che una donna perde autonomia economica, voce o libertà, la democrazia arretra. E ogni volta che una donna conquista spazio, dignità e autodeterminazione, si allarga la libertà collettiva di tutte e di tutti.

Saremo dunque davvero all’altezza del nostro nome e della nostra storia soltanto se continueremo a stare dentro queste lotte; senza timidezze, senza arretramenti, senza neutralità apparenti. Perché sui diritti delle donne la neutralità non esiste: esiste soltanto la scelta tra il mantenimento delle disuguaglianze o la loro trasformazione.

Dentro tale visione della “Cgil che verrà” va indicata infine un’altra battaglia chiara e decisiva: quella contro l’autonomia differenziata… perché si tenta di introdurre un sistema in cui i diritti fondamentali — scuola, sanità, welfare — non siano più uguali per tutti e tutte, ma debbano dipendere dal territorio in cui si nasce: è un’impostazione che mette in discussione il principio costituzionale di uguaglianza.

Un grande sindacalista siciliano, Placido Rizzotto, incarnò, grazie alla sua esperienza e alle sue lotte, il senso più profondo dell’impegno collettivo. Lo voglio ricordare attraverso le sue parole, con l’obiettivo di riconnettere passato, presente e futuro del nostro agire collettivo: “Il sindacato è tale solo se sa trasformare la dignità dei singoli nella forza collettiva che cambia la storia”. Dentro questa frase c’è tutto ciò che siamo e tutto ciò che dobbiamo continuare a essere.

Caterina Altamore

Assemblea nazionale CGIL

Responsabile Coordinamento Donne Cgil Palermo

Pubblicato il 6 Luglio 2026