In Sardegna, al lavoro per la pace

La riflessione di Arnaldo Scarpa, Presidente della ‘Rete Warfree’, sulle pratiche di riconversione

Arnaldo Scarpa, 60 anni, padre di tre figli, insegnante di informatica con una laurea in Scienze filosofiche, dopo dieci anni da delegato RSU e da dirigente sardo della Flc-Cgil, è attualmente uno dei portavoce del Comitato Riconversione della Rwm, nonché Presidente dell’associazione “Rete Warfree – Lìberu dae sa gherra”.

Recentemente, Arnaldo ha partecipato da co-protagonista, ad Iglesias (CA), alla Spring School dall’emblematico titolo “Transizioni sostenibili per un’economia della pace”, organizzata dal dottorato nazionale in ‘Peace Studies’: da qui partiamo per riflettere a tutto tondo sul delirio iperbellicista in atto, che mostra pesantissime ripercussioni sia a proposito delle politiche industriali sia in ambito socio-culturale-ambientale.

“La Rete Warfree è nata nel 2021 – ricorda Scarpa – per unire e sostenere tutti gli operatori economici, imprese, artigiani e professionisti che credono nella pace e nell’ecologia e vogliono dare il proprio contributo alla creazione di un tessuto economico solidale e sostenibile sotto tutti i punti di vista. Ricordo – aggiunge – che un’attività produttiva si considera ‘sostenibile’ quando può essere praticata per un tempo indefinito senza causare danni alle generazioni successive; e ovviamente non sono sostenibili le industrie inquinanti e quelle delle armi, insieme ai loro indotti”.

Cos’è il dottorato nazionale in ‘Peace Studies’?

Il dottorato, in generale, è un percorso di studio e ricerca post-laurea che rilascia il titolo internazionale di PhD, il quale apre la strada alla ricerca e all’insegnamento universitari. Nello specifico del dottorato in “Peace Studies” si tratta di un corso nato nel 2024 e coordinato dall’Università “La Sapienza” di Roma, ma sostenuto da molti altri atenei in tutta Italia, inclusa l’Università di Cagliari. Si prefigge di formare ricercatori e ricercatrici in grado di elaborare idee e azioni trasformative della società, nella prospettiva della pace e della pacifica convivenza tra popoli e culture. Il programma del corso di studi prevede temi di studio interdisciplinare, attività laboratoriali, percorsi di ricerca autonoma dei singoli dottorandi e attività seminariali di tipo residenziale, come le cosiddette “School”.

Cosa rappresenta la ‘Spring School’, all’interno del dottorato? Come mai si è svolta ad Iglesias?

A Iglesias si è svolta la ‘Spring School’ del dottorato nazionale di studi sulla pace, con la collaborazione di alcune associazioni ed enti del Sulcis-Iglesiente. Hanno partecipato una trentina di dottorandi, di varie provenienze e nazionalità, insieme ad un bel gruppo di docenti da Torino, Roma, Cagliari e altre realtà. Per questa ‘School’, intitolata “Transizioni sostenibili per un’economia della pace”, è stato scelto proprio il nostro territorio per la situazione in cui versa: al prolungato sfruttamento minerario e industriale, sta seguendo una lunghissima fase di crisi economica e sociale che ha lasciato spazio anche all’insediamento di una fabbrica di armamenti destinati, in gran parte, a paesi dell’area ME-NA (Medio Oriente – Nord Africa). Allo stesso tempo, il Coordinamento del Dottorato ha visto in alcuni processi di protesta costruttiva e di rigenerazione territoriale in atto nel Sud-Ovest della nostra isola degli elementi che spingono verso la realizzazione di una realtà sociale più solidale, pacifica e sostenibile e si oppongono alla deriva bellicista internazionale.

Qual è il rapporto tra libertà e pace, e tra emancipazione e pace, nella tua visione?

La ‘mia’ visione parte soprattutto da un’esperienza personale dei valori evangelici, fatta specialmente in gioventù; mi è capitato infatti di prendere parte attiva – fin dai 12 anni – alle attività di un movimento internazionale (Movimento GEN – Generazione Nuova) nel quale ho potuto relazionarmi direttamente con ragazzi e ragazze di tutte le aree del mondo e stringere con loro rapporti di fratellanza. È stato immediato percepire con chiarezza che non avrei mai potuto accettare di imbracciare una qualsiasi arma contro qualcuno di loro, e per estensione verso i loro popoli, per cui prima dell’età della leva avevo già fatto la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Su questa visione cristiana della vita, si sono innestati, nel tempo, l’approccio nonviolento alla giustizia sociale, di stampo gandhiano, e alcuni strumenti di lettura politica della realtà, quali il socialismo e il marxismo, insieme al pensiero pacifista di alcuni grandi filosofi, come Kant e Günther Anders, sul quale ho pure pubblicato un libro.

Berlinguer diceva che per lui (e per il ‘suo’ Pci) il comunismo era il modo per sostenere e promuovere tutte le libertà delle persone, tranne quella di sfruttare gli altri per raggiungere l’arricchimento personale. Posso dire di condividere profondamente quell’idea.

Per quanto riguarda la pace, non mi voglio nascondere dietro un dito: essa, intesa nella sua vera essenza, è un’utopia. Pace significa contemporaneamente tantissime cose: assenza di conflitti armati ma anche giustizia sociale ed economica all’interno della comunità civile in cui siamo inseriti e verso gli altri popoli, diritti umani e civili, benessere individuale e collettivo. È la traduzione pratica del principio della destinazione universale delle ricchezze del mondo.

Si tratta però di un’utopia verso la quale si deve però necessariamente puntare la bussola, pena il rimanere incatenati ad un presente distopico in cui nessuno degli elementi che costituiscono la pace si sta realizzando. Le utopie, infatti, non sono mai state degli obbiettivi inutili, hanno invece sempre mosso l’umanità verso il raggiungimento di un maggior grado di “perfezione” e anche quando i fatti sembravano contraddire questo principio, come durante i periodi di guerra, in realtà l’avanzamento della cultura non si è mai fermato e in maniera nascosta si sono sempre sedimentati ulteriori valori. Penso all’utopia cristiana, a quella socialista, a quella gandhiana. Senza ‘visioni’ utopiche il mondo sarebbe una landa desolata in mano a predatori senza riserve.

Nella prefazione del libro “E l’Isola va”, il professor Bottazzi, riprendendo le teorie di Baumann, dei cambiamenti sociali nell’era della “seconda modernizzazione”, si riferisce alla liquefazione di universi valoriali, modelli di comportamento, aspettative che avevano caratterizzato la prima modernizzazione, la rivoluzione industriale. Come si riflettono, secondo te, queste dinamiche sul tuo territorio, il Sulcis Iglesiente?

Quando un territorio è soggetto per tanto tempo, come è accaduto da noi, ad una sola monocoltura, quella industriale, nelle espressioni mineraria e metallurgica, molti valori tradizionali e molti saperi antichi si perdono inevitabilmente. In più, essendosi trattato sostanzialmente di uno sfruttamento di tipo coloniale, in cui i capitali, le scelte imprenditoriali e la dirigenza erano stranieri e non interessati ad un armonico sviluppo territoriale, non si è neppure creato un tessuto imprenditoriale locale di filiera sulle seconde o terze lavorazioni dei metalli. Dalla seconda metà dell’800, la forza lavoro iglesiente si è riversata velocemente nell’industria mineraria, abbandonando di conseguenza le attività agricole e le campagne e anche altre masse di lavoratori, provenienti da altri territori della Sardegna, assunti dalle miniere, hanno accresciuto la popolazione cittadina. Tutti, comprese donne e bambini, sono improvvisamente diventati strumenti di arricchimento nelle mani dei padroni delle concessioni minerarie e contemporaneamente, a prezzo di enormi sacrifici e di gravi danni alla salute, tutti hanno assaporato il frutto proibito: la società dei consumi relativamente facili, contro l’assoluta sobrietà dell’economia agricola di sussistenza che aveva dominato l’isola fino a quel momento. Una situazione che ha determinato, nel tempo, una diffusa indisposizione degli iglesienti all’imprenditorialità, sostituiti in quasi tutte le attività commerciali e della ristorazione da cittadini provenienti da altri territori, soprattutto da un paese della Barbagia (Desulo), i cui discendenti si sono rapidamente e con destrezza trasformati da pastori a imprenditori moderni di ogni settore.

Un ulteriore freno allo sviluppo è stato, nei decenni successivi alla crisi mineraria, l’ingresso della mano pubblica, e dei partiti, nella gestione degli impianti industriali sostitutivi delle miniere, successivamente ceduti a privati per pochi spiccioli. A crisi è seguita altra crisi e la risposta è stata molto spesso l’intervento pubblico, a oltranza, a sostegno del reddito dei lavoratori, in impianti che per scelte aziendali, politiche internazionali, o per vincoli di mercato, risultavano regolarmente antieconomici. L’alternativa sarebbe stata generare altre possibilità di sviluppo locale agendo su leve come la formazione, l’abbassamento dei costi energetici, le infrastrutture, la riduzione della burocrazia, l’investimento in welfare, la bonifica delle vaste aree inquinate, ecc..

Dove non c’è sviluppo armonico, dove non c’è visione (e bussola puntata sull’utopia), è più facile invece che si sviluppino iniziative predatorie, come quelle che realizzano profitti (e portano stipendi) a discapito dell’ambiente e della salute del territorio in cui sono ubicate (come nel caso di certi impianti di trattamento di rifiuti tossici), o di altri territori, ugualmente meritevoli di tutela, anche se molto distanti, come accade per le fabbriche di armamenti da guerra.

La globalizzazione, i mercati, la finanza, la tecnologia sono diventate spesso argomenti per dire: “non si può”. Qual è la tua esperienza di attivista sul territorio, rispetto a questo? Dov’è il limite tra la difficoltà oggettiva e il comodo alibi?

Ci troviamo in una fase storica molto complicata, dominata da pochi centri di potere economico, in cui la politica ha sostanzialmente rinunciato a orientare i processi economici, per cui ogni progetto viene valutato superficialmente sulla base del suo allineamento ai trend mondiali e nemmeno preso in considerazione se va controcorrente. Se la bussola non è puntata sull’utopia della pace e del bene comune, è scontato che si andrà alla deriva, trasportati dal vento del capitalismo selvaggio che non guarda in faccia a nessun territorio e nessun cittadino e mira solo ad accumulare risorse e potere a spese dei lavoratori / consumatori trasformati in oggetti del sistema economico.

Come vedi la possibilità di costruire una visione condivisa dello sviluppo? Attraverso quali attori, processi, bilanciamenti? E quali sarebbero i rischi da evitare?

Domanda difficilissima, ma io credo nella somma di tante piccole cose. Si tratta di attivare processi di partecipazione, di ripartire dall’educazione e dalla formazione, di connettere esperienze positive già in atto, di pretendere dalle forze politiche, sindacali e datoriali un approccio innovativo e coraggioso, basato sull’autodeterminazione dei territori. Contemporaneamente, ritengo che sia necessario mantenere un atteggiamento critico verso tutte le attività potenzialmente dannose per l’ambiente e la salute e verso quelle che creano dipendenza rispetto a concentrazioni di capitali esterne ai territori.

Quale futuro immagini per questo territorio e per la Sardegna, e qual è il ruolo che auspichi per ‘Warfree – Liberu Dae Sa Gherra’?

La visione dell’associazione per il Sulcis-Iglesiente e per la Sardegna è quella di uno sviluppo armonico in cui nessun settore produttivo sostenibile sia escluso: autosufficienza agricola e alimentare, turismo diffuso culturale e lento (cammini), industria civile ad alta specializzazione e basso impatto ambientale, servizi per il welfare, servizi educativi, culturali e per la formazione, potrebbero essere quelli trainanti.

Una Sardegna demilitarizzata e neutrale potrebbe diventare l’hub della pace nel mediterraneo, dove venire per frequentare corsi di formazione sulla gestione nonviolenta dei conflitti e sperimentare la possibilità di collaborazione e amicizia tra popoli, religioni, culture.   

Un’ultima domanda: cosa c’è nel futuro prossimo di ‘Warfree’? A cosa state lavorando?

Di recente abbiamo avviato la costituzione di una Scuola di Pace, un luogo di dialogo laico, interconfessionale, aperto a quanti condividono l’ideo di un mondo in cui le diversità sono valori da condividere e non motivazioni per costruire muri, ma contemporaneamente, stiamo cercando di consolidare la struttura delle nostre due realtà associative, l’organizzazione di categoria Rete Warfree nata nel 2021 e l’associazione di promozione sociale Warfree APS “Cittadini e cittadine per un mondo libero dalla guerra”, costituita e iscritta al Registro del Terzo Settore solo da pochi mesi. La prima raggruppa tutti gli operatori economici che credono nella sostenibilità etica ed ecologica e si impegnano ogni giorno a rispettare i suoi principi, la seconda è aperta a qualunque persona che voglia dare il suo contributo alla diffusione di una cultura di pace. Alle 2 associazioni, si collega anche la cooperativa di lavoro “Warfree Service s.c.r.l.”, che attualmente occupa 4 giovani professionisti nel campo della comunicazione etica digitale. Complessivamente, siamo poco più di 130 soci e socie, ma… cresciamo abbastanza velocemente e, soprattutto, abbiamo un’idea fissa: la pace si costruisce con gli strumenti della cultura, della diplomazia, della politica e della giustizia. Le armi portano solo orrore e disperazione.

Danilo Cocco

Pubblicato il 6 Luglio 2026