Basta con la sicurezza soltanto sulla carta
La legge di iniziativa popolare in favore di maggiori tutele per i lavoratori in appalto mira ad uguali diritti
La legge di iniziativa popolare in favore di maggiori tutele a favore dei lavoratori in appalto mira innanzitutto ad uguali diritti e ad uguale salario sul lavoro per tutti. Non è raro, quando non è di fatto illegale, vedere squadre di lavoratori operare fianco a fianco dei lavoratori dell’impresa appaltatrice. Ai cosiddetti ‘facchini’, termine che rievoca il novecento e la sua servitù umana, vengono talora affidati interi reparti, come la logistica. Altre volte vengono assunti come jolly, e impiegati nei lavori più pesanti e nei turni più disagiati. A volte lavorano fianco a fianco di colleghi sindacalizzati e tutelati da decenni di contrattazione, altre volte sono invisibili. Ma, in tutti i casi, prendono meno e lavorano peggio.
Ora, se è giusto pretendere che un lavoratore in appalto o subappalto impiegato in attività o servizi tipici del ciclo produttivo del committente debba avere le stesse tutele economiche e normative – e lo stesso inquadramento – di un dipendente del committente, pretendere che lavori con la stessa sicurezza è sacrosanto. Sulla carta, la sicurezza c’è per tutti, sempre che il Testo Unico sia rispettato. Intendiamoci, i gravi incidenti capitano anche ai cosiddetti ‘padroni del vapore’. Tuttavia l’impresa committente vanta in genere una struttura aziendale più consolidata, un’immagine pubblica da tutelare, spesso una presenza sindacale storica che in anni di contrattazione ha portato consapevolezza e cultura, con tangibili miglioramenti anche nell’igiene e nella sicurezza.
Il documento di valutazione dei rischi del committente è il più delle volte aggiornato in continuazione, sottoposto alla valutazione incrociata di diversi soggetti, in ogni caso anche alla consultazione dei nostri Rappresentanti Lavoratori alla Sicurezza. Ma il dvr della cooperativa a cui è affidato il magazzino, quando c’è, è una mera formalità: un copia-incolla di un centinaio di pagine scaricato alla meglio da internet, che spesso mai nessuno ha nemmeno letto. La formazione nella impresa appaltante è curata in presenza; nella cooperativa che lavora in magazzino un pezzo di carta, spesso praticamente falso, o magari erogato a persone che nemmeno avevano gli strumenti di comprensione, non parlando nemmeno italiano. Nei reparti di produzione i problemi ci sono sempre, ma sono conosciuti e sottoposti a un processo di miglioramento continuo. Ma in quel magazzino i carrelli elevatori sfrecciano tra gli operai, senza segnaletica, al gelo invernale e alla canicola estiva. Nessun miglioramento delle condizioni è all’ordine del giorno.
Il motivo è noto: tagliare scientemente i costi del lavoro e della sicurezza, abbattere controlli e tutele, dividere la classe lavoratrice con un solco sempre più largo. Del resto, c’è poco da stupirsi in una nazione che tollera di fatto schiavismo e caporalato nei campi di fragole o di pomodori. Ma nei servizi e nel settore manifatturiero, come abbiamo visto, lo sfruttamento capitalistico ha un grado di evoluzione in più, e al momento è formalmente legale.
Eppure una soluzione relativamente semplice esiste. Si tratta di portare negli appalti privati quanto previsto negli appalti pubblici, ove è il committente a dovere rispondere in termini di quantità di manodopera impiegata e tempi di realizzazione, per ridurre il rischio di incidenti e infortuni.
Si parla molto, giustamente, di aumentare i controlli. Ma dobbiamo essere consapevoli che la soluzione non può venire dalla militarizzazione dei cantieri, né da un folle gioco a guardie e ladri in cui l’ispettore magari viene e multa, ma quando non vede succede di tutto. Perchè dobbiamo fare in modo che qualsiasi privato che ingaggi un’impresa a sistemare le tegole del tetto pretenda la sicurezza di chi sale lassù, non meno di un lavoro eseguito a regola d’arte. Perché lo deve fare consapevole dei propri interessi, se si rafforza la responsabilità in solido del committente in caso di infortuni.
Inoltre, ricordiamoci che non si sta parlando solo di magazzini o di cantieri edili. La tutela è universale, ed estesa anche alle arti e al lavoro intellettuale. In un modo diverso, ma con i medesimi principi, questo può valere ad esempio anche per una piattaforma digitale, o di lavoro contemporaneo per più committenti. In una splendida reggia, decine di guide turistiche conducono visitatori estasiati attraverso i saloni, macinando chilometri e lunghe rampe di scale, per i quattro soldi della cooperativa. Ma nemmeno per loro c’è il dvr, né l’amministrazione pubblica accende l’impianto di condizionamento, per contenere anche quei costi. Ed ecco che non è la sindrome di Stendhal a levare il fiato, visto che stiamo parlando di Parma, ma il caldo che opprime questo giugno.
“Non han né gli sbarrati occhi una lacrima, ma digrignano i denti e ai telai stanno. Tessiamo, o Germania, il velo funebre dei tuoi operai. E tre maledizioni l’ordito fanno. Tessiamo, tessiamo e tessiamo”. Erano i tessitori della Slesia, celebrati in una celebre poesia di Rainer Maria Rilke, che denuncia le condizioni di lavoro del proletariato tedesco quando Karl Marx era ancora uno studente universitario. Ma dopo decenni di lotte sociali, pezzi di Ottocento sono ancora tra noi. E, sia detto chiaramente, non sempre il sindacalismo confederale li ha potuti o voluti vedere. Ma sono tra noi. Noi li vediamo tutti, ed è soprattutto compito nostro rimediare ad un’ingiustizia storica, tutelando innanzitutto vite e salute.
Davide Vasconi
Pubblicato il 6 Luglio 2026
