Il vittimismo ipocrita di chi difende Israele

I gravi fatti accaduti il 25 aprile non solo a Roma ma anche a Milano dovrebbero far riflettere

Non ho mai speso alcuna energia, in tutti questi anni, per criticare o per chiedere l’allontanamento della Brigata ebraica dalle manifestazioni del 25 aprile. Non ne ho mai riconosciuto una particolare o straordinaria importanza nella Liberazione, ritenendo anzi marginale il ruolo che le viene attribuito. E proprio per questa sua marginalità mi è sempre sembrato inutile alimentare una polemica su questo tema, quando nelle piazze del 25 aprile sono milioni le bandiere dell’Anpi e della Cgil che sventolano alte, dando il segno vero, popolare e antifascista, di quella giornata.

Al contrario, ho sempre guardato con grande negatività alla scelta di presentarsi in piazza con le bandiere dello Stato di Israele. Una presenza che mi ha sempre suscitato inquietudine, se si pensa a ciò che quelle forze hanno fatto prima e dopo il 1944 in Palestina, e su cui persino settori dell’esercito britannico espressero forti dubbi.

Quest’anno però si è andati oltre ogni limite. A Milano abbiamo assistito a un tentativo deliberato di provocazione: bandiere israeliane e statunitensi, cartelli e slogan che arrivavano fino a inneggiare ai bombardamenti in Iran. Non una semplice presenza, ma la volontà di piegare una manifestazione unitaria e antifascista a una narrazione politica estranea e divisiva. Il blocco del corteo per estromettere i provocatori è stato quindi un passaggio necessario, così come è stata importante la capacità di gestione dell’ordine pubblico che ha impedito che la tensione degenerasse, salvaguardando una partecipazione che ha visto oltre un milione di persone in tutto il Paese.

Ancora più grave quanto accaduto a Roma, dove un appartenente alla Comunità ebraica ha sparato contro due esponenti dell’Anpi. Un fatto che non può essere ignorato e che contribuisce ad alimentare una preoccupazione profonda.

Il filo che unisce questi episodi è un vittimismo ipocrita, che pretende di mettere al riparo da ogni critica le politiche dello Stato di Israele, bollando come antisemitismo qualsiasi dissenso. Ma non è così. Criticare l’occupazione dei territori palestinesi, denunciare ciò che sta avvenendo a Gaza, non significa essere antisemiti. Significa rifiutare politiche che producono distruzione e morte.

Lo dimostra anche quanto accaduto alla Freedom Flotilla, bloccata con modalità che hanno il sapore di un vero e proprio atto di pirateria. Un ulteriore sopruso che si inserisce in un quadro già gravissimo.

Le mobilitazioni spontanee che si sono mosse già nei giorni successivi indicano che esiste nel Paese una coscienza diffusa che non accetta più questo stato di cose. In questo senso è giusto che la Cgil sostenga queste proteste e contribuisca a rafforzarle.

Ora servono scelte nette. Servono sanzioni contro Israele. Senza indugio.

L’antisionismo che denuncia azioni che molti ormai definiscono genocidarie non è antisemitismo. È, al contrario, una presa di posizione necessaria di fronte all’ingiustizia.

Adriano Sgrò

Assemblea generale nazionale Cgil

Pubblicato il 4 Maggio 2026