Ecopatologia, guerra e transizione verde

Una prospettiva dalla Sardegna sul nesso strutturale tra modello di sviluppo, conflitti e crisi ecologica

Quando si parla di ambiente in Sardegna, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre su energia, paesaggio, turismo, mobilità, consumo di suolo. È comprensibile: sono le dimensioni più visibili, quelle che toccano direttamente la vita quotidiana e l’economia locale. Meno visibile, eppure decisiva, è un’altra dimensione: il nesso strutturale fra modello di sviluppo, guerra e crisi ecologica, che nell’isola assume forme concrete nei poligoni militari e nell’industria degli armamenti, a partire dalla fabbrica di bombe RWM di Domusnovas‑Iglesias‑Musei.

Se prendiamo sul serio la diagnosi di “ecopatologia” proposta da Andrea Zhok – l’idea che il sistema contemporaneo sia strutturalmente patogeno sul piano ecologico – e la guardiamo dal punto di vista sardo, le contraddizioni diventano quasi tangibili. Perché la Sardegna è insieme territorio “vocato” alla narrazione green e retrovia materiale di un’economia di guerra che contribuisce a degradare ambiente e salute ben oltre i confini regionali.

La Sardegna fra ecologia di facciata ed economia di guerra

Nella retorica istituzionale, l’isola è spesso descritta come piattaforma di transizione energetica, terra di rinnovabili, di paesaggi da tutelare, di agricolture di qualità. Allo stesso tempo, è sede di poligoni militari fra i più estesi d’Europa – Capo Teulada, Capo Frasca, Salto di Quirra – e di uno stabilimento, RWM Italia, controllato da Rheinmetall, che produce esplosivi e bombe destinate a mercati internazionali e a conflitti contemporanei.

Questa coesistenza non è un dettaglio marginale, è un sintomo. Da un lato si promuove un’immagine di Sardegna “verde”, dall’altro si rende ordinaria la presenza di infrastrutture e cicli produttivi la cui funzione d’uso è la distruzione. Nel lessico della diagnosi di Zhok, siamo di fronte a un sistema che ha bisogno di crescere comunque, anche quando la crescita assume la forma di ampliamento di un impianto di esplosivi in prossimità di aree protette e di siti Natura 2000.

Il caso RWM lo mostra con una chiarezza quasi didattica. Negli ultimi anni, ampliamenti e nuovi reparti sono stati realizzati attraverso forzature procedurali, con il ricorso a frazionamenti progettuali per evitare una valutazione ambientale complessiva. La giustizia amministrativa ha stabilito l’illegittimità di queste operazioni e la necessità di sottoporle a una Valutazione di Impatto Ambientale unitaria. Eppure, anziché discutere seriamente di demolizione delle opere abusive e ripristino dei luoghi, si è scelto di percorrere la strada della “sanatoria ex post”: una VIA postuma, a lavori già compiuti, che ha portato nel 2026 al rilascio di un’autorizzazione ambientale che regolarizza a posteriori l’ampliamento, presentandolo come premessa per “sviluppo produttivo e occupazionale”.

Nella diagnosi di ecopatologia, questo è un caso esemplare: la macchina istituzionale non riesce a concepire la sospensione o la riduzione di una filiera bellica come opzione praticabile, perché il sistema economico mal tollera qualsiasi stasi. La continuità produttiva prevale anche quando si tratta di una fabbrica di bombe. La transizione ecologica, così, resta un discorso di superficie, che non entra mai nel merito dei dispositivi bellici.

Poligoni militari: l’altra faccia della servitù ecologica

La vicenda dei poligoni militari, in particolare Capo Teulada e Capo Frasca, aggiunge un ulteriore strato all’ecopatologia bellica sarda. Per decenni le esercitazioni a fuoco si sono svolte su terre e mari vincolati, spesso senza valutazioni di incidenza ambientale adeguate, eludendo di fatto la normativa sulla tutela delle specie e degli habitat. Solo di recente, grazie all’azione di comitati e associazioni, è stato imposto l’obbligo di sottoporre le attività dei poligoni a procedure di valutazione, e il Ministero della Difesa ha avviato con enorme ritardo i primi iter formali.

Le osservazioni degli ambientalisti evidenziano un quadro pesante: decenni di esercitazioni irregolari, impatti cumulativi mai valutati seriamente, assenza di piani di bonifica completi, degrado di suoli e fondali, esposizione delle popolazioni a rischi sanitari non pienamente esplorati. In questo contesto, la richiesta politica di “togliere vincoli ambientali” ai poligoni, emersa negli ultimi anni per semplificare le esercitazioni, è il segnale di un sistema che considera i limiti ecologici ostacoli da rimuovere, non condizioni da rispettare.

Qui la ecopatologia assume la forma di una servitù ecologica: porzioni di territorio vengono di fatto sottratte al controllo democratico e alla pianificazione ambientale ordinaria, per essere dedicate alla produzione e sperimentazione di strumenti di distruzione. Il paesaggio sardo, in queste zone, non è solo “scenario” di esercitazioni: è corpo vivo che assorbe polveri, metalli pesanti, esplosivi, detriti, nel silenzio di chi preferisce non vedere.

L’Europa tra Green Deal e riarmo: la Sardegna come retrovia

Se dal piano regionale saliamo a quello europeo, la contraddizione sarda si iscrive in un quadro più ampio. L’Unione Europea è il soggetto che ha costruito il Green Deal, fissato obiettivi di riduzione delle emissioni, promosso la transizione energetica. Ma è anche il soggetto che, negli ultimi anni, ha spinto verso un aumento strutturale delle spese militari, ha inaugurato programmi di riarmo, ha sostenuto in modo massiccio il conflitto in Ucraina, considerandolo la “nuova normalità” geopolitica.

Gli studi sul nesso guerra‑clima indicano che il settore militare, se pienamente contabilizzato, rischia di aprire un “buco” significativo negli obiettivi climatici, con incrementi annuali di emissioni difficilmente compatibili con le traiettorie di decarbonizzazione dichiarate. La guerra in Ucraina, con la distruzione di infrastrutture energetiche, foreste, suoli, acque, ha già un costo climatico e ambientale enorme, che si traduce in emissioni aggiuntive e perdita di capacità di assorbimento del carbonio.

In questo quadro, la Sardegna appare come retrovia materiale della doppia strategia europea: è al tempo stesso territorio da esibire nel discorso sulla transizione verde e terreno di esercitazioni militari, test di armamenti, produzione di esplosivi. È un luogo in cui la ecopatologia di pace (modello di crescita illimitata, logiche estrattive, retorica green) e quella di guerra (distruzione organizzata di capitale naturale e sociale) si incontrano e si intensificano a vicenda.

Pace, disarmo e riconversione: un’ecologia politica sarda

Se accettiamo la diagnosi di ecopatologia, la conclusione non può essere semplicemente “servono più regole” o “servono tecnologie più pulite”. A partire dalla Sardegna, la questione diventa politica nel senso forte: che cosa significa costruire una ecologia degna di questo nome in un territorio che ospita fabbriche di bombe, poligoni, servitù militari?

Una prima risposta riguarda la verità del quadro. Occorre ammettere che poligoni e industrie belliche sono nodi centrali della crisi ecologica regionale, non semplici “presenze militari” fra le altre. Questo implica inserire la dimensione bellica nei piani energetici e ambientali, nelle strategie di mitigazione climatica, nelle politiche di tutela della salute e della biodiversità. Finché si continuerà a fare bilanci verdi ignorando ciò che accade a Teulada, a Frasca, a Quirra, a Domusnovas, la contabilità ecologica resterà falsata.

Una seconda risposta riguarda la riconversione. La sequenza di sentenze, procedimenti ambientali, mobilitazioni e autorizzazioni ex post intorno a RWM mostra un sistema che ha scelto di regolarizzare l’ampliamento anziché demolire le opere abusive e ripristinare i luoghi. Assumere seriamente una ecologia politica della pace significherebbe invertire questa logica: considerare la riconversione di siti come Domusnovas – da produzione di bombe a attività non ecopatiche – non come opzione utopica, ma come obiettivo programmatico legato allo sviluppo territoriale. Non si tratta di cambiare insegne ai capannoni, ma di cambiare funzione: passare da un’economia che prepara guerre a un’economia che prepara cura, resilienza, manutenzione del mondo.

Una terza risposta riguarda il rapporto con l’Europa. Se l’Unione vuole essere credibile come soggetto della transizione ecologica, non può trattare la Sardegna come zona di sacrificio ambientale per esigenze militari. La classe dirigente regionale, se vuole parlare di ambiente, non può farlo come se la guerra fosse un rumore di fondo inevitabile. Deve portare nel dibattito europeo la specificità di un territorio che ha già pagato, in termini di servitù militare, disequilibri ambientali e sanitari, un prezzo molto alto. E deve avere il coraggio di dire che la coerenza tra Green Deal e riarmo oggi semplicemente non c’è.

Conclusione: la pace come prima politica ambientale

Mettendo insieme Zhok e le evidenze su poligoni, RWM, guerra in Ucraina, ciò che emerge è una verità semplice e politicamente scomoda: la crisi ecologica non è soltanto il prodotto delle nostre abitudini di consumo, è il riflesso di una forma di organizzazione sociale che considera la distruzione – bellica, industriale, ambientale – un costo accettabile, purché si garantiscano margini di profitto e tenori di vita di minoranze.

Per la Sardegna, questo significa che parlare di transizione verde senza parlare di pace e disarmo è, in ultima analisi, un esercizio di ecologia del discorso, non di ecologia di sistema. La fabbrica di bombe di Domusnovas, i poligoni di Teulada, Frasca, Quirra, il riarmo europeo, la guerra in Ucraina: sono tasselli di una stessa ecologia patogena. Una ecologia che, per essere trasformata, non può limitarsi a cambiare tecnologie, ma deve cambiare rapporti di potere, forme di sovranità, funzione dell’economia.

Da qui, forse, può partire una prospettiva sarda diversa: assumere che la pace – intesa come riduzione strutturale della capacità e della volontà di fare guerra – è la prima politica ambientale. Tutto il resto, senza questo passo, rischia di restare sulla superficie, mentre la ecopatologia continua indisturbata il proprio lavoro, sopra e sotto la crosta dell’isola.

Marcello Cadeddu

Pubblicato il 27 Luglio 2026