Da ‘Fernando’ al Sulcis: ripensare l’irreversibile

Un romanzo scritto dal giovane scrittore sardo Andrea Serra ci aiuta a contestualizzare la “transizione incompiuta” dello storico polo produttivo dell’Isola

“Neanche da ragazzo ho mai creduto che la mia vita potesse legarsi alle fabbriche. E sono stati in tanti a non crederlo, gli stessi che poi hanno abbandonato la penuria di questa penultima terra. Cosa ci ha dato il polo industriale in più di quanto non ci abbia tolto? Inerpicarsi sui tralicci, accamparsi sopra una torre, dormire nelle tende d’un piazzale, bloccare porti, aeroporti, strade, prendere manganellate. Perché? È quest’obolo che chiamiamo lavoro? Che difendiamo?”

(Andrea Serra – Fernando o della melancolia dell’irreversibile)

Nel romanzo Fernando o della melanconia dell’irreversibile di Andrea Serra, giovane scrittore del Sulcis, l’irreversibile è il centro di una vicenda personale che però finisce inevitabilmente per parlare anche di un territorio. Fernando è un ragazzo di Carbonia molto istruito, pieno di riferimenti culturali, capace di leggere il mondo con lucidità. Attraverso i suoi scritti emerge una riflessione continua sul fatto che esistano eventi e traiettorie storiche che, una volta accaduti, non possano più essere riportati indietro.

Il punto interessante del romanzo, però, non è questo. È ciò che accade dopo.

Nel libro, la consapevolezza dell’irreversibile non produce azione. Produce immobilità. Fernando comprende la propria condizione e quella del territorio in cui vive, ma questa comprensione non si traduce mai davvero in una direzione. La lucidità resta teorica. La “melanconia dell’irreversibile” è esattamente questo: il rischio che la coscienza dell’irreversibile si trasformi in una forma sofisticata di paralisi.

Per questa ragione il romanzo è interessante anche fuori dal suo piano strettamente letterario. Perché descrive una condizione che riguarda molti territori contemporanei e che nel Sulcis-Iglesiente assume una forma particolarmente evidente.

Il Sulcis e la transizione incompiuta

Il Sulcis vive da anni dentro una transizione lunga e incompiuta. Il vecchio modello industriale, fondato su miniere, carbone e grande industria energetica, si è progressivamente esaurito, ma il nuovo modello non si è ancora consolidato. Il territorio sembra quindi sospeso tra un passato che non può più tornare e un futuro che non riesce ancora a prendere forma.

È qui che il romanzo di Serra diventa utile come strumento di lettura. Non perché offra soluzioni. Non è questo il compito della letteratura. Ma perché descrive con precisione un rischio reale: quello di trasformare la consapevolezza della crisi in identità permanente.

Questa sospensione non è soltanto una percezione. È una condizione che trova conferma nei dati. L’area presenta un’economia poco diversificata e ancora fortemente dipendente dai settori estrattivo e siderurgico, con un livello occupazionale che dipende in larga misura da poche imprese medio-grandi. Il tasso di disoccupazione è passato da circa il 12,2% del 2008 al 17,3% del 2015, anche per effetto della crisi del polo di Portovesme. In generale, nel Sulcis scompaiono più imprese di quante ne nascano: il rapporto tra imprese attive e popolazione è negativo, pari a circa –11 imprese ogni 100.000 abitanti, in controtendenza rispetto ai dati regionali e nazionali.

Quando la teoria della crisi sostituisce il futuro

Molti territori in transizione producono una grande quantità di analisi sulla propria condizione. Si discute della fine di un ciclo storico, della deindustrializzazione, dello spopolamento, della fragilità del capitale umano, della crisi demografica. Tutto questo è necessario. Ma a volte si crea una situazione paradossale: il territorio comprende molto bene perché è in difficoltà, però non riesce a trasformare questa comprensione in una strategia abbastanza forte da orientare il futuro.

Il rischio è che la teoria della crisi sostituisca la costruzione del dopo.

Nel caso del Sulcis questo elemento è particolarmente importante, perché negli ultimi anni non sono mancati interventi, programmi o investimenti. Piano Sulcis, programmazione europea, Just Transition Fund, misure per la transizione energetica, bandi per il turismo, interventi sull’innovazione, startup, comunità energetiche, percorsi di formazione e accompagnamento all’impresa: il problema non è stato l’assenza assoluta di iniziative. Il problema è che questo insieme di interventi non è ancora riuscito a trasformarsi in un modello riconoscibile di sviluppo.

Il territorio continua a essere percepito principalmente attraverso la sua crisi. Questo produce un effetto culturale molto forte. La sensazione collettiva diventa: “sono passati decenni di progetti e non è cambiato nulla”. E quando questa percezione si consolida, la teoria dell’irreversibile rischia di trasformarsi in fatalismo.

Anche qui i dati aiutano a capire perché questa percezione si sia radicata così profondamente. Il phase-out del carbone in Sardegna, confermato entro il 2028, incide direttamente sul Sulcis e sulle sue principali attività energetiche. La trasformazione o chiusura della centrale ENEL Grazia Deledda può comportare la perdita di circa 400–1.200 posti di lavoro tra diretti e indotto, mentre la possibile conversione a gas ridurrebbe comunque del 75% la forza lavoro. A ciò si aggiunge la situazione di Carbosulcis, che vedrà terminare nel 2027 le attività di messa in sicurezza delle miniere, con una riduzione degli addetti dagli attuali 116 a circa 60.

Irreversibile non significa immutabile

Qui però è necessario distinguere tra irreversibile e immutabile.

Le due cose non coincidono.

Che il vecchio ciclo industriale sia finito è irreversibile. Non tornerà il Sulcis degli anni della grande centralità mineraria ed energetica. Ma da questo non discende automaticamente che il futuro del territorio sia già scritto.

È proprio questo il punto su cui vale la pena riflettere.

L’errore sarebbe leggere l’irreversibile come prova del fatto che “tutto è dato”. In realtà l’irreversibilità riguarda il passato, non il futuro. Riguarda ciò che è già accaduto. Le chiusure industriali, la perdita di popolazione, gli anni di mancato investimento in istruzione, innovazione e diversificazione economica appartengono ormai alla storia del territorio. Ma il fatto che non possano essere cancellati non significa che esista un solo esito possibile per ciò che verrà.

E infatti il Sulcis non è soltanto un’area in crisi. È anche un territorio che concentra potenzialità importanti. La Sardegna è la seconda regione italiana per potenziale tecnico di generazione elettrica da fonti rinnovabili, e nell’isola è installato circa il 4,5–4,7% della potenza FER nazionale. Nel Sulcis si registra una crescita di presenze legate al turismo lento e alla valorizzazione del patrimonio minerario e archeologico-industriale, mentre il riutilizzo dei rifiuti estrattivi apre spazi a filiere di economia circolare. Il problema, dunque, non è negare la fine di un mondo, ma decidere come utilizzare gli asset che restano per costruirne un altro.

La “penultima terra”

La vera questione è capire se il Sulcis riesca a uscire da una condizione di sospensione permanente. Per molti aspetti il territorio continua a vivere come una sorta di “penultima terra”: un luogo che sa perfettamente che qualcosa è finito ma che fatica ancora a decidere cosa costruire dopo.

Questo produce due atteggiamenti opposti ma complementari. Da una parte la nostalgia continua verso il vecchio modello industriale, vissuto non soltanto come sistema economico ma anche come elemento identitario. Dall’altra una forma di rassegnazione lucida, secondo cui il declino sarebbe ormai inevitabile qualunque cosa si faccia.

Entrambi gli atteggiamenti hanno un problema: tendono a ridurre lo spazio della decisione politica e collettiva.

In realtà il tema centrale non è decidere se il passato fosse migliore o peggiore. Il tema è capire quale combinazione di economia, servizi, competenze e capacità amministrativa possa rendere abitabile il territorio nei prossimi decenni.

Il nodo delle competenze è decisivo. Nel Sulcis-Iglesiente oltre il 60% della popolazione ha un titolo di studio che non supera la licenza media, il tasso di abbandono scolastico tra i 18 e i 24 anni è pari a circa il 25,7% e la quota di giovani NEET raggiunge il 36,7%, contro una media italiana del 24,1%. Nell’area si registra anche una crescita dello skill mismatch, che interessa settori centrali per l’economia locale come la metallurgia e il turismo. Un territorio che perde il proprio motore industriale e, allo stesso tempo, non riesce ad alzare i livelli di istruzione e qualificazione rischia di trovarsi stretto tra declino produttivo e fragilità sociale.

Il Sulcis come laboratorio della transizione

Da questo punto di vista il Sulcis è interessante non solo per sé stesso, ma perché concentra molti dei problemi che attraversano oggi diverse aree europee: transizione energetica, deindustrializzazione, crisi demografica, necessità di nuove competenze, rapporto tra sostenibilità ambientale e lavoro.

Per questo motivo sarebbe un errore leggere il Sulcis soltanto come un territorio marginale in crisi. Potrebbe invece diventare un laboratorio reale di transizione, a condizione però che si superi la logica delle politiche episodiche e della continua rincorsa all’emergenza.

Il riconoscimento europeo di questa specificità è già avvenuto. Il Programma Nazionale Just Transition Fund 2021-2027 individua, infatti, il Sulcis-Iglesiente, insieme a Taranto, come uno dei due territori italiani più colpiti dal processo di transizione verso un’economia climaticamente neutra. La strategia disegnata per l’area si concentra su quattro assi: energia e ambiente, diversificazione economica, effetti sociali e occupazionali, abitare accessibile e sostenibile. Non si parte quindi da zero. Esiste già una cornice di policy che riconosce il Sulcis non come semplice area in declino, ma come uno dei luoghi in cui la transizione italiana dovrà dimostrare di saper essere allo stesso tempo economicamente credibile e socialmente giusta.

Il problema del “punto B”

Il nodo decisivo è probabilmente questo: un territorio cambia davvero quando riesce a costruire un’idea sufficientemente concreta del proprio “punto B”.

Per punto B si intende il profilo di territorio che il Sulcis decide di voler diventare: quali settori produttivi considera strategici, quali competenze vuole sviluppare, quali servizi e infrastrutture ritiene indispensabili per restare abitabile nei prossimi decenni.

Non uno slogan generico sulla rinascita. Non una retorica motivazionale sul futuro verde. Ma un’immagine operativa abbastanza chiara da orientare scelte pubbliche e private.

Quali filiere economiche si vogliono rafforzare? Quale rapporto costruire tra energia, turismo, agrifood, mare, servizi e innovazione? Quali competenze servono? Quali infrastrutture sociali mancano? Come si evita che la transizione produca nuova esclusione?

Senza un quadro di questo tipo, anche buoni interventi rischiano di restare frammenti scollegati.

Questo punto è tanto più importante nel Sulcis perché la transizione non è solo industriale o energetica. È anche sociale. La Sardegna registra una frequenza di povertà energetica superiore alla media nazionale, mentre nel territorio del Sulcis-Iglesiente restano incomplete molte bonifiche e sono presenti oltre cento siti minerari dismessi. Sul versante dei servizi, quattordici comuni dell’area non dispongono di strutture dedicate alla prima infanzia, con effetti diretti sull’occupazione femminile e sulla possibilità di accesso ai nuovi lavori della transizione.

In altre parole, il “punto B” non può essere definito solo in termini di nuove imprese o nuovi impianti: deve includere servizi, cura, formazione, qualità dell’abitare e capacità istituzionale.

Il rischio della paralisi lucida

Ed è qui che la riflessione suggerita da Fernando torna utile.

Il romanzo mostra infatti cosa accade quando la coscienza dell’irreversibile non incontra una capacità di orientamento. Si resta sospesi. Lucidi, ma fermi. Applicata a un territorio, questa dinamica produce un effetto molto concreto: la crisi diventa il principale elemento identitario della comunità. Il rischio, allora, non è semplicemente economico. È culturale e politico. Perché un territorio che smette di immaginare il proprio futuro finisce inevitabilmente per limitarsi ad amministrare il proprio declino.

Per evitare questa paralisi non basta finanziare opere o bandi. Serve un investimento intenzionale sulla capacità del territorio di generare competenze, lavoro e nuova imprenditorialità. In questo senso, le azioni del Just Transition Fund dedicate alla formazione, all’up-skilling e al re-skilling, ai servizi per il lavoro, all’imprenditorialità e alla conciliazione vita-lavoro, e il progetto SULKY come polo permanente di alta formazione nel Sulcis, rappresentano un esempio di approccio che vorrebbe essere innovativo: provano a spostare il baricentro dalle sole infrastrutture materiali al capitale umano e sociale.

Nelle previsioni di attuazione, questo pacchetto di misure è associato a un target di circa 3.000 persone formate e almeno 800 qualifiche conseguite, con l’obiettivo di rafforzare in modo stabile l’offerta di alta formazione, orientamento, inclusione attiva e sostegno all’autoimpiego, e di contribuire alla costruzione nel Sulcis di un centro operativo di competenze che accompagni la transizione nel tempo.

Dopo la nostalgia

Per questo il punto non è negare l’irreversibile. Sarebbe infantile. Il passato industriale del Sulcis non tornerà e nessuna politica seria può essere costruita sulla nostalgia di una replica impossibile.

Il punto è capire che cosa fare di questa irreversibilità.

In questo senso il Sulcis potrebbe smettere di essere una “penultima terra” — sospesa tra memoria e impotenza — e diventare invece un territorio che assume finalmente il carattere storico della propria transizione.

Non un territorio “salvato”. Non un paradiso riconciliato.

Semplicemente un territorio che smette di attendere una soluzione esterna definitiva e prova a costruire, in modo graduale e selettivo, un nuovo equilibrio economico e sociale.

Questo equilibrio dovrà poggiare su alcune scelte riconoscibili: produzione energetica più sostenibile, bonifiche che diventino condizioni per nuovi investimenti, rafforzamento delle filiere del turismo sostenibile, dell’agricoltura di qualità e dell’economia del mare, crescita delle competenze tecniche e terziarie, sostegno all’imprenditorialità locale, servizi di cura e infrastrutture sociali capaci di rendere possibile la partecipazione al lavoro. In questa prospettiva, la transizione giusta non è un’etichetta. È la capacità di fare in modo che il cambiamento tecnologico, ambientale e produttivo non si traduca in nuova esclusione sociale, ma in un diverso patto territoriale.

Conclusione

La lezione più interessante che si può trarre dal romanzo di Serra, letta in questa prospettiva, è quindi abbastanza semplice.

L’irreversibile non coincide con l’impossibilità del cambiamento.

Coincide piuttosto con il fatto che il cambiamento non può più partire dalla nostalgia di ciò che è stato, ma solo dalla capacità di decidere che cosa un territorio vuole diventare dopo la fine del mondo storico che lo aveva costruito.

È qui che il Sulcis si gioca la sua partita più importante. Non nel tentativo di restaurare un passato perduto, ma nella capacità di trasformare una transizione subita in una strategia finalmente scelta. La sfida non è semplicemente uscire dalla crisi. È uscire dalla sua contemplazione. E forse, proprio per questo, Fernando parla così bene del Sulcis: perché mostra con chiarezza che la lucidità, da sola, non basta. Serve una direzione.

Coordinamento Area “Le Radici del Sindacato” CGIL Sardegna

Pubblicato il 27 Luglio 2026