Dal Golfo alla crisi planetaria

Ma c’è chi guadagna da questo conflitto: il ‘Guardian’ ha stimato in 234 miliardi di dollari gli extraprofitti “di guerra” per l’attacco israelo-americano realizzati dalle prime 100 grandi compagnie petrolifere a spese dei consumatori

L’erraticità e la forte volatilità dei mercati finanziari mondiali, che reagiscono in modo eccessivo alle dichiarazioni ottimistiche di Trump (ora indagato per “insider trading” perché le avrebbe utilizzate per influenzare i mercati per trarne un profitto personale), mostrano la grande incertezza sulla durata della “Terza guerra del Golfo” e della chiusura dello stretto di Hormuz, che è un passaggio cruciale per il transito del 20% del petrolio e del gas naturale del mondo. Ma è possibile anche una chiusura dello stretto di Bab el Mandeb, sulla rotta del canale di Suez, che aggraverebbe ulteriormente la crisi.

Se il conflitto è locale, è tuttavia evidente che si tratta d’una crisi di dimensioni globali, perché in un’economia planetaria fortemente integrata anche un singolo punto critico crea un effetto domino, con onde d’urto che investono tutto il sistema economico mondiale. Va ricordato che l’attuale crisi interviene su una situazione già gravata dalla pandemia del Covid e dalla grande incertezza generata “guerra dei dazi” scatenata da Trump nei confronti del resto del mondo nel solco del MAGA (Make America Great Again).

I prodotti energetici, sia in termini di variazioni di prezzo che di disponibilità nelle catene di approvvigionamento, sono la variabile centrale dell’economia mondiale e la crisi odierna, secondo Fatih Birol, Direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, l’attuale shock energetico del Golfo “è più grave di quelli del 1973, 1979 e 2022 messi assieme”, che avevano messo in crisi l’economia mondiale. Perché allora si trattava soltanto di un problema di rincari del prezzo, mentre oggi si tratta d’una carenza di disponibilità, in quanto sul mercato manca il 20-25% dell’energia mondiale; si annuncia dunque una crisi ancora più grave, con una contrazione delle forniture globali.

La crisi odierna, ha aggiunto, sta colpendo contemporaneamente petrolio, gas, fertilizzanti, prodotti petrolchimici, elio, cibo e il commercio globale. Tenendo conto che i Paesi del Golfo ora “producono poco più della metà dei livelli prebellici”. Per quanto riguarda il gas naturale, le esportazioni si sono completamente interrotte, per cui, a causa del forte aumento dei prezzi e della carenza di rifornimenti, potrà essere compromessa la sopravvivenza di moltissime imprese energivore. Dato che per il Golfo transitano anche molti altri prodotti, vengono interrotte le catene di approvvigionamento globali di industrie chimiche, agricole e manifatturiere, causando gravi carenze anche di generi alimentari. Si tratta dei fertilizzanti azotati, essenziali per l’agricoltura (45% del totale mondiale), la cui interruzione mette, secondo il FMI, a rischio di fame globale, con ulteriori 45 milioni di persone a rischio di carestia, specialmente in Africa, che porterebbe il totale delle persone che soffrono la fame nel mondo ad oltre 360 milioni.

A fortissimo rischio anche le materie prime industriali, come lo zolfo (anticrittogamico, gomma, carta, semiconduttori, pesticidi, acido solforico, metallurgia, ecc.), l’elio (industria elettronica e medicale), l’ammoniaca (usi tecnici, nylon, plastiche, esplosivi e pulizia), il litio (processi produttivi), ma anche la logistica (componenti e container) e i prodotti industriali e alimentari (riso, spezie, surgelati). 

Anche nello scenario più ottimistico, in cui la guerra finisse immediatamente, le condizioni economiche continuerebbero a deteriorarsi per un periodo di tempo assai lungo, perché anche se l’attenzione mondiale è concentrata sulla chiusura dello Stretto di Hormuz (la cui riapertura impiegherebbe molti mesi per smaltire il traffico delle navi accumulate), la sua riapertura non risolverebbe il problema. Perché, come spiega il ‘Financial Times’, “anche se l’attuale cessate il fuoco dovesse reggere, i danni economici causati dal conflitto continueranno a deteriorarsi per un periodo di tempo considerevole, per cui le conseguenze della guerra nel Golfo si ripercuoteranno per anni”, ricordando che “gli scenari di escalation continuano a rappresentare rischi significativi che potrebbero portare a una recessione globale”, principalmente “a causa dei danni alle infrastrutture, delle interruzioni delle forniture, della perdita di fiducia e di altre conseguenze” che eroderanno le previsioni di crescita.

Senza un approvvigionamento sufficiente di prodotti petrolchimici l’economia globale non sarà in grado di funzionare e il fatto che importanti impianti petrolchimici in Medio Oriente siano stati distrutti dovrebbe destare profonda preoccupazione. In quanto il problema non è solo il blocco dei trasporti, ma il fatto che gli enormi danni derivanti dalla distruzione di decine di impianti estrattivi petroliferi e di gas naturale e di infrastrutture critiche (pozzi, raffinerie, terminali GNL) comportano la contrazione delle forniture globali, con gravi conseguenze economiche, ambientali, e sociali e costi stimati fino a 58 miliardi di dollari per la riabilitazione fisica, chimica e biologica, con tempi di ripristino che richiederanno svariati anni (da 3 a 5) prima di poter essere in grado nuovamente di produrre.

I maggiori siti colpiti con danni particolarmente severi si trovano in Iran, Qatar e Arabia Saudita, e includono Ras Laffan (Qatar), che produce il 93% del GNL del Golfo (compreso quello esportato in Italia), il complesso Habshan (UAE), la raffineria Sitra (Bahrain) e le infrastrutture iraniane che hanno subito i danni maggiori, nel grande giacimento South Pars e con la distruzione del secondo grande complesso petrolchimico iraniano di Assaluyeh da cui proviene oltre l’85% delle esportazioni petrolchimiche  iraniane, e di diversi serbatoi di stoccaggio (Shahid Dolati, Shahr-e Rey), i cui costi di riparazione ammontano a circa 19 miliardi di dollari.

L’inattività forzata causa, inoltre, la perdita di posti di lavoro e l’interruzione della fornitura colpisce le catene di approvvigionamento, con impatti economici indiretti che superano di oltre sette volte i costi diretti del danno. Ciò significa, secondo il ‘Financial Times’, che il razionamento diffuso e la carenza energetica globale appaiono inevitabili, a prescindere da ciò che accadrà in futuro. Ciò ha impatti significativi sulle aspettative degli investitori, sulla tenuta delle imprese energivore, sui trasporti e la logistica (compreso il trasporto aereo, col blocco degli importantissimi aeroporti internazionali di Doha e  Dubai che collegano Europa, Asia e Africa), sulle catene produttive e commerciali (comprese le piattaforme logistiche globali come Amazon), sul turismo, sulle borse mondiali e sulle prospettive di recessione e inflazione, portando ad una situazione di stagflazione, ossia recessione con inflazione, difficilmente gestibile, se consideriamo che i due aspetti richiedono cure opposte. Alfred Kammer, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, ha spiegato che lo shock energetico “pesa sulla crescita, con un indebolimento degli investimenti privati e dei consumi, avvicinandosi alla recessione, e spinge l’inflazione al rialzo, al 5-6%, e nessun Paese ne è immune”. 

Tutto ciò determinerà conseguenze fortemente differenziate nei vari Paesi e nelle varie aree geografiche, a causa delle diverse situazioni di dipendenza energetica e delle diverse capacità di intervento statali per alleviare le conseguenze economiche e sociali (vincoli di bilancio, indebitamento pubblico, rating e mercato dei titoli di Stato, politiche fiscali, spesa sociale, investimenti strategici e militari e transizione energetica), producendo una divergenza globale e accentuando le contraddizioni e i conflitti.

Le stime economiche del FMI preannunciano la maggior crisi energetica della storia e la più forte recessione economica mondiale dal 1945, dato che da Hormuz passa il 20% del petrolio e del metano mondiale, destinato principalmente a Cina (413 mld $), India (180), Sud Corea (144), Giappone (144). Ma viene colpita anche l’Europa e soprattutto l’Italia, che ha scarse risorse di bilancio disponibili ed una forte dipendenza energetica dal metano anche per la produzione di energia elettrica (45% del totale); e che, a causa del forte aumento dei prezzi e della carenza di rifornimenti, potrà veder compromessa la sopravvivenza di moltissime imprese energivore. La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha spiegato che, in ogni caso, il conflitto lascerà cicatrici permanenti sull’economia globale ed anche nella migliore delle ipotesi, “non ci sarà un ritorno veloce e netto”.

L’Asia è la regione più colpita, perché dipende maggiormente dall’energia proveniente dal Medio Oriente, con particolare riferimento alla Cina, che importa oltre l’80% delle esportazioni petrolifere dell’Iran ed ha anche una forte dipendenza strategica per le forniture di gas che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. In Bangladesh la crisi ha diffuso risse e rapine dettate dal panico alle stazioni di servizio in tutto il Paese. Goldman Sachs ha avvertito che lo shock petrolchimico si sta aggravando in tutta l’Asia, e “si sta propagando più rapidamente e con maggiore intensità di quanto avessimo previsto”, a partire dagli impianti tessili e di imballaggio. Un terzo di tutti i fertilizzanti a livello globale, di cui i principali produttori sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran, transita dallo Stretto di Hormuz; India, Bangladesh e Pakistan ne hanno interrotto completamente la produzione per la carenza di gas naturale. Per risparmiare energia, il governo della Corea del Sud ha esortato i cittadini a fare docce più brevi e quello delle Filippine ha chiesto ai funzionari di usare le scale anziché l’ascensore. In India il pollo è scomparso dai ristoranti, perché la carenza di gas da cucina ne impedisce la cottura.

Anche l’Europa subirà pesanti conseguenze per le carenze di approvvigionamento di carburante e l’aumento del suo fa esplodere tutti gli altri prezzi, dalle tariffe ai prodotti alimentari del “carrello della spesa”, che, come è noto hanno un andamento inflattivo anche doppio di quello medio, causando un impoverimento generalizzato d’una vasta parte della popolazione.

In tutta Europa sono state introdotte restrizioni per il carburante per aerei, causando la riduzione dei voli, e si sta reintroducendo il “lavoro remoto” da casa, per risparmiare sui costi di trasporto. In Francia sono già avvenuti numerosi blocchi stradali di protesta contro l’aumento dei prezzi alla pompa.

Ma c’è chi guadagna da questo conflitto, e il ‘Guardian’ ha stimato in 234 miliardi di dollari gli extraprofitti “di guerra” per l’attacco israelo-americano Epic Fury, realizzati dalle prime 100 grandi compagnie petrolifere mondiali a spese dei consumatori. I prezzi salgono in fretta ma si riducono poi molto lentamente. Inoltre, il carburante, anche a causa dei suoi impieghi industriali, difficili da sostituire, è un prodotto anelastico. Ma a guadagnare di più è stata anche la Russia (che con l’aumento dei prezzi ha ottenuto 840 milioni di dollari, ovvero 150 milioni di entrate aggiuntive al giorno e si prevedono extra profitti per 23,9 miliardi di dollari entro l’anno e il Paese crescerà quest’anno dell’1,1%, a fronte della crisi mondiale). Hanno guadagnato moltissimo anche le grandi imprese statunitensi con l’esportazione di petrolio di scisto, enormemente devastante sul territorio e di scarsa qualità, ma i cittadini degli Stati Uniti hanno visto salire il prezzo alla pompa, fissato sul mercato internazionale a circa 5 dollari al gallone, smentendo le promesse elettorali di Trump, che anche per questo ha subìto un crollo dei consensi.

Anche la riduzione delle accise sulle bollette, introdotta da 22 Paesi europei per limitare i costi di famiglie e imprese, è una misura temporanea costosissima, ma è una partita di giro che viene finanziata con la riduzione della spesa sociale, mentre è stata richiesta una tassa sugli extraprofitti delle imprese petrolifere, che la rifiutano. Comunque, sono finora prevalsi gli interventi nazionali, evitando soluzioni comuni europee, e ciò penalizza in particolare l’Italia, perché non dispone del carbone tedesco né del nucleare francese, e dunque è totalmente esposta alla dipendenza dalle importazioni, che rappresentano oggi il vero problema. Mentre ben 13 Paesi hanno chiesto, fin dall’anno scorso, di “sforare” il limite del 3% o di sospendere il Patto di stabilità, a causa dello stress sulle finanze pubbliche causato dall’aumento delle spese per la difesa e  ora dei costi energetici derivante dalla crisi in Medio Oriente, al contrario dal gennaio 2025 il Consiglio UE aveva adottato la procedura per “disavanzo eccessivo” per sette paesi, che devono perciò seguire proprio ora un percorso di rientro dal deficit (Italia, Francia, Belgio, Malta, Polonia, Slovacchia e Romania), confermando le proprie politiche di austerità e sostenendo che un allentamento potrebbe essere effettuato solo in caso di grave crisi conclamata, ovvero quando il danno è avvenuto e cioè troppo tardi.

Giancarlo Saccoman

Pubblicato il 20 Aprile 2026