Che cosa manca tra sanzione e prevenzione

Intervista a Monica Coin, delegata sindacale RSU dal 2013 presso l’Ispettorato del Lavoro Area Metropolitana di Venezia e RLS presso lo stesso ente, aderente all’area ‘Le Radici del Sindacato’ CGIL

Per cercare di avere qualche elemento di comprensione in più riguardo al peggioramento dei dati Inail su infortuni e malattie professionali, abbiamo rivolto qualche domanda a Monica Coin, delegata sindacale RSU dal 2013 presso l’Ispettorato del lavoro Area Metropolitana di Venezia e RLS presso lo stesso ente, aderente all’area ‘Le Radici del Sindacato’ CGIL.

Monica opera sul campo come Ispettrice del lavoro ordinario ed è adibita ai controlli in azienda sulla regolarità giuridica dei rapporti di lavoro, ma necessariamente anche dell’igiene e sicurezza in cantieri edili e aziende, dopo che il decreto Draghi ne ha attribuito i compiti di verifica anche alla sua figura professionale.

I primi dati che emergono da Inail sembrano confermare per il 2025 un aumento degli infortuni e delle morti bianche. Da Ispettrice del lavoro, secondo te quali sono i pezzi mancanti?

Gli strumenti per combattere gli infortuni sul lavoro sono sempre gli stessi: una buona normativa che normi gli obblighi di prevenzione ma soprattutto un apparato efficiente dei controlli di prevenzione all’interno delle aziende.

La normativa penale agisce sia nella fase della prevenzione che nella fase di repressione dei reati. La differenza tra queste due fasi fondamentali è che nella seconda l’evento è già successo e questo è un primo fallimento.

La prima fase invece riguarda la prevenzione e questa è ancora più importante, è fondamentale che la giustizia ex post colpisca le eventuali responsabilità di un infortunio anche in funzione deterrente, ma ancora più importante è una applicazione delle norme antinfortunistiche al fine di prevenire lo stesso evento infortunistico.

Per rendere effettive le norme non basta scriverle sulla carta, bisogna che un adeguato sistema di controlli verifichi la loro applicazione all’interno delle aziende.

Per fare un esempio concreto sugli obblighi dell’impresa nei confronti dei lavoratori, prendiamo l’obbligo del datore di lavoro di valutare i rischi connessi all’attività produttiva (art. 28 del D.lgs. 81/2008) esso consiste nella elaborazione di un documento (Documento di Valutazione dei Rischi – DVR), che contiene l’analisi di tutti i rischi (sicurezza, salute, stress lavoro-correlato, ecc.) e definizione delle misure di prevenzione.

Quando si fa un controllo in azienda per prima cosa si verifica se il datore di lavoro ha elaborato questo documento. Se il datore di lavoro non lo ha fatto viene applicata una sanzione amministrativa (da 2.500€ a 7.000€), ma soprattutto attraverso lo strumento della prescrizione si obbliga il responsabile a ottemperare all’ordine di rimediare a questa mancanza.

In sostanza all’esito del controllo vi sono due effetti:

un effetto sanzionatorio e un effetto di attivazione dello stesso datore di lavoro per migliorare la prevenzione in azienda.

Questo meccanismo vale per ogni precetto relativo alla sicurezza, come ad esempio la formazione dei lavoratori, che è una norma distinta con una distinta sanzione in caso di violazione. Tutte le singole violazioni si sommano (anche a livello sanzionatorio) e richiedono di sanare la loro mancanza a pena della eventuale notizia di reato alla Procura della Repubblica.

Dobbiamo ricordare che l’obbligo dei datori di lavoro di rispettare la normativa in materia di sicurezza esiste prima dell’infortunio e anche prima di un controllo; trovo infatti surreale, ad esempio, che il gestore del locale di Crans Montana scarichi la responsabilità delle sue mancanze sulla mancata effettuazione dei controlli. La normativa Svizzera è assimilabile alla nostra in materia di misure relative ai piani di emergenza e, d’altro canto, vediamo che la mancanza di controlli da parte delle autorità che non hanno vigilato prima sulle irregolarità ha permesso la tragedia di capodanno.

Questo significa che se non ci sono i controlli le aziende, fino al momento in cui non accade un infortunio, possono fare un ragionamento di convenienza economica e non applicare la normativa sulla sicurezza. Dopo l’infortunio saranno sottoposti ad un giudizio penale per non averlo fatto.

Meno controlli significa quindi automaticamente più infortuni.

Ecco perché è importante il numero degli addetti al controllo di legalità sui luoghi di lavoro, che sono insufficienti. Occorrerebbe un implemento e un piano straordinario di assunzioni.

Riguardo alla parte processuale, quella della verifica delle eventuali responsabilità ex post, anche qui vi sono delle “parti mancanti”, come le hai chiamate.

Innanzitutto la parte sanzionatoria non appare adeguata. La sanzione penale per l’infortunio mortale ad esempio è legata al modello colposo che, pur con delle aggravanti, non è sufficiente. Bisognerebbe adottare il modello più avanzato dell’omicidio stradale introducendo subito la nuova figura dell’omicidio sul lavoro, più adeguata sul piano sanzionatorio ma anche sul piano dell’accertamento delle responsabilità.

Altra questione riguarda la preparazione dei magistrati. Spesso anche per loro la normativa sulla salute e sicurezza è una materia complessa e specialistica. Servono magistrati preparati per evitare lungaggini processuali che portino alla prescrizione dei processi, attraverso una Procura specializzata in reati commessi sui luoghi di lavoro in violazione delle norme in materia di sicurezza.

Negli ultimi anni è stato rafforzato l’apparato dell’Ispettorato nazionale del Lavoro e sono state inasprite determinate sanzioni. Perché tutto ciò sembra non bastare?

Innanzitutto mi permetto di dissentire. Gli ultimi bandi di assunzione hanno fallito il loro intento. A parte l’insufficienza del numero delle assunzioni previste che non coprono la carenza strutturale di organico, molti dei vincitori hanno rinunciato per le condizioni di lavoro per un profilo altamente specializzato che vede aumentare le responsabilità e i carichi di lavoro, a fronte di salari insufficienti nel confronto con le condizioni di altri enti come INPS e INAIL. Certamente non hanno coperto il numero di pensionamenti ma, in generale, non vengono rispettate le percentuali dei controlli richiesti a fronte del numero delle imprese che operano nei diversi territori.

Le mancanze della politica e i ritardi del legislatore sono ampiamente dibattuti.  Invece, per quanto riguarda le organizzazioni sindacali, e la cgil in particolare, credi che si possa fare di più?

I sindacati hanno compiti molto importanti nel monitorare la situazione del rispetto delle misure di sicurezza all’interno delle aziende anche se non hanno la possibilità di entrare a sorpresa all’interno dei luoghi di lavoro per effettuare controlli, come invece fanno gli ispettori del lavoro, sia dell’Ispettorato nazionale che delle ASL. Spesso intervengono “a babbo morto” denunciando le condizioni di lavoro che hanno portato all’infortunio, anche se è importante questa azione di denuncia per evitare altri infortuni.

Importante in questo senso la figura del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – RLS – che opera a fianco dei rappresentanti sindacali per verificare le concrete condizioni della catena di produzione; ricordo che però, purtroppo, le dimensioni delle aziende in Italia sono molto ristrette e che spesso è assente una sindacalizzazione all’interno di esse.

Infatti spesso gli incidenti accadono all’interno di aziende in appalto, di piccole dimensioni.

Nell’ultimo referendum sul lavoro promosso dalla CGIL uno dei quesiti riguardava proprio la responsabilità del committente in caso di incidenti.

Ricordo però che l’alto numero di infortuni è dovuto anche alle generali condizioni di lavoro.

Un lavoratore precario, ad esempio con un contratto a termine in scadenza, non è in grado di segnalare o pretendere il rispetto delle misure di sicurezza, oltre che essere un lavoratore con un percorso professionale a breve termine e quindi con una esperienza limitata.

Il problema degli appalti e della esternalizzazione della produzione incide molto sul livello di sicurezza.

I contratti collettivi sottoscritti dai sindacati determinano quali sono le condizioni minime di accettabilità per livelli di retribuzione ma anche di salvaguardia della salute psicofisica dei lavoratori. Su questo spesso i sindacati non sono stati all’altezza della situazione.

Tra INPS, INAIL, Ispettorato del Lavoro e ALS abbiamo ben quattro enti preposti ai controlli. Possibile che tutto ciò non basti?

Il sistema dei controlli in Italia è complessivamente inefficiente in quanto parcellizzato in una pletora di enti che non sono coordinati tra loro e che svolgono controlli di tipo diverso, senza guardare all’unicità del rapporto di lavoro e al fatto che tutti i diritti che ne derivano sono necessari per garantire un lavoro sicuro, sia dal punto di vista sociale che psico-fisico. Le banche dati non comunicano tra loro e la programmazione dei controlli è cieca in relazione alle situazioni dei territori (ognuno non sa cosa fa l’altro e quali sono le problematiche rilevate dai diversi enti).

Occorrerebbe organizzare in maniera unitaria il sistema dei controlli.

INL era nato con questo scopo ma da questo punto di vista è stato un vero fallimento, sia per il fatto che è stato istituito un ente “a costo zero”, sia per il fatto che la sua autonomia di bilancio (che garantirebbe già un suo miglior funzionamento), viene impedita dalla gestione amministrativo politica del Ministero del lavoro da cui dipende.

Nell’ultima riorganizzazione dell’INL approvata con decreto ministeriale, inoltre, si prevede un sostanzioso aumento dei dirigenti e non di affrontare la carenza dei funzionari ispettivi e del personale amministrativo.

Senza contare che la ministra Calderone ha più volte paventato di affossare INL come ente autonomo per fare rientrare le risorse e il personale all’interno del Ministero del lavoro, con buona pace del principio di autonomia dei servizi ispettivi dalla politica (occorrerebbe che in Italia trovasse applicazione la Convenzione sull’Ispezione del Lavoro n. 81 dell’ILO, che prevede indipendenza dei servizi ispettivi sul lavoro dalla politica).

Se poi pensiamo che l’obiettivo politico dichiarato in questa legislatura è di “non disturbare chi produce”, capiamo che l’indirizzo politico per arginare il triste fenomeno degli infortuni sul lavoro non è certo la priorità di questo governo.

Davide Vasconi

Pubblicato il 26 Gennaio 2026