Infortuni e morti ‘bianche’: in aumento nel 2025
Nei primi 11 mesi del 2025 le denunce sono state 550.498. Ultra60enni e minori i soggetti più a rischio
Inail ha uno storico ritardo tecnologico sul sistema informatico, piuttosto datato e farraginoso, che incide non solo sulla qualità del servizio fornito ai lavoratori e sulle tempistiche delle erogazioni indennità, ma anche nell’elaborazione di statistiche e nella conoscenza della situazione in tempo reale. Anche se normalmente i dati definitivi dell’anno non sono disponibili fino al mese di aprile dell’anno successivo, quando Inail pubblica i propri report qualche dato tuttavia comincia a emergere, ed è preoccupante.
Nei primi 11 mesi del 2025 le denunce di infortunio pervenute complessivamente all’Inail sono state 550.498, in aumento dell’1,5 % rispetto alle 543.039 di gennaio-novembre 2024. I casi mortali denunciati sono stati rispettivamente 1.010 contro 1.000, in aumento del 1%. Un’ulteriore conferma che il decretificio governativo – non solo di questo governo – non funziona. Da alcuni anni assistiamo a decreti-spot, talvolta varati in fretta sull’onda della generale riprovazione dopo infortuni con particolare impatto mediatico, o come l’ultimo decreto “Misure urgenti per la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di prevenzione” del 28 ottobre 2025. Ma tanto più le misure sono “urgenti” tanto più semplici sono da realizzare, tanto meno sono ponderate e tanto meno incidono sui problemi strutturali e di fondo della sicurezza nel nostro paese.
Negli ultimi anni si è puntato molto sul cosiddetto inasprimento delle sanzioni, e non sono mancate misure volte all’aumento dei controlli, come la patente a punti – che si è rivelata un flop – e un rafforzamento dell’organico dell’ Ispettorato del Lavoro, con 500 ulteriori nuove assunzioni nel 2025, per un investimento di oltre 15 milioni di euro, di cui ‘Progetto Lavoro’ ne ha comunque contestato l’insufficienza (cfr. n. 17/2025). Non che sia sbagliata di per sé in questo caso, ma la semplice repressione non va alla radice del problema. Aumentare le multe è una misura di pancia, che non costa nulla, semplice da realizzare e che piace, ma che interviene spesso quando è troppo tardi, e soprattutto serve assai poco alla prevenzione. Invece, è il modello di società e di lavoro a presentare problemi strutturali.
Una prima analisi della statistica qualche risposta la dà. Risulta subito evidente l’aumento del tasso infortunistico sulle classi lavorative agli antipodi in quanto ad età, i minori e gli ultrasessantenni. Quanti sono i lavoratori minorenni in Italia? Secondo il rapporto Unicef presentato recentemente in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile, nel 2024 i lavoratori dipendenti o indipendenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni (di fronte Inps) sono 80.991, con una tendenza in crescita dal 2019. Complessivamente nel triennio 2022-2024 le denunce di lavoratori minori sono state 8.618 e di queste 6 mortali. Per gli infortuni si registra un andamento tendenzialmente crescente con un incremento del 14,3 % nel confronto col 2023 e del 20,8 dal 2022.
Vi sono due ordini di problemi nel lavoro minorile, e giovanile in genere. Il primo è la prevalente precarietà del rapporto di lavoro a cui sono sottoposti, che induce più facilmente a lavorare senza protestare e senza porsi troppi problemi in ordine alla sicurezza, a vantaggio del profitto dei propri datori di lavoro. Inoltre, la minore percezione del pericolo e l’intrinseca inesperienza andrebbero compensati con una formazione più severa, e soprattutto certificata. Di fronte ad attestati erogati spesso con corsi in remoto e con una verifica dell’apprendimento puramente formali, quando non del tutto falsi, parrebbe giunto il momento di una piattaforma unica nazionale per la formazione, a cura di enti autorizzati, riducendo l’e-learning e controllando l’effettiva comprensione dei contenuti.
Un secondo aspetto del problema riguarda l’alternanza scuola lavoro, con studenti sfruttati da morire, purtroppo troppe volte nel senso letterale del termine. Sono ben 5 gli studenti deceduti tra gennaio e marzo 2025 secondo fonte Inail, l’unico dato di cui temporaneamente disponiamo. Il Miur ha inoltre censito ben 12 studenti morti nel 2023 e 13 nel 2024. Non andrebbe in realtà pretesa alcuna misura aggiuntiva di sicurezza rispetto a quelle già vigenti ma, se è vero che ogni singola postazione di lavoro deve essere sicura per tutti, le mansioni statisticamente più rischiose, quelle sottoposte a sforzi e disagio fisico intenso, e volte per di più volte alla mera produzione e con scarso valore formativo, andrebbero catalogate e precluse.
Se i giovani piangono, i loro nonni purtroppo non se la passano meglio. Troppe volte abbiamo sentito di ultrasessantenni volati da un ponteggio edile a miglior vita. La classe di età più coinvolta in infortuni, con oltre la metà degli eventi letali, anche nel 2025 risulta infatti essere la 50-64 anni per i lavoratori di entrambi i generi, seguita dalle over 64enni per le donne (17,9% dei casi) e dai 35-49enni per gli uomini. L’invecchiamento della popolazione lavorativa e il progressivo allungamento dell’età pensionabile, che da anni non conosce soste e che verosimilmente si protrarrà, è anche causa di un forte aumento delle malattie professionali. Basti pensare che nel quinquennio 2020-2024 la variazione complessiva delle denunce è stata del 96,6%, passando da 44.949 a 88.384, che naturalmente coinvolgono più facilmente la fascia lavorativa con maggiore anzianità professionale.
Ora, è ben noto ad esempio che il lavoro operaio a catena e a ritmi vincolati in uno stabilimento automobilistico è tra i più usuranti e alienanti che si possano immaginare. Eppure non mancano in materia gli esempi virtuosi, e non in casa Fiat Stellantis, ove gli investimenti latitano, il futuro appare scuro e la classe operaia è oggi decisamente anziana. La Bayerische Motoren Werke a Monaco di Baviera (che abbreviato fa BMW, e che in italiano significa Officine Meccaniche Bavaresi) è invece ancora in buona salute, anche perchè non considerare i propri lavoratori anziani come carne da esubero, ma investe su di essi, li toglie dalla catena di montaggio, aumenta la loro specializzazione e li destina soprattutto alla trasmissione delle conoscenze verso i giovani colleghi. Uno spettro, dunque, si aggira ancora per l’Europa: la speranza.
Davide Vasconi
Pubblicato il 26 Gennaio 2026
