Cgil: il sindacato e le sue radici

In una fase oscura servono ampiezza di sguardo, rigore e rispetto reciproco

Viviamo una fase storica straordinariamente complessa. Guerre che si estendono e si intrecciano, un riarmo generalizzato che torna a occupare il centro della scena internazionale, l’indebolimento della democrazia sociale, la crisi della rappresentanza politica, la crescita delle disuguaglianze, la compressione dei salari e l’affermarsi di modelli autoritari in molte parti del mondo stanno ridefinendo il quadro nel quale agiscono il sindacato e il movimento dei lavoratori.

In questo contesto, la CGIL e le sue aree programmatiche sono chiamate a una responsabilità che va oltre la normale dialettica interna. Non abbiamo bisogno di ridurre il confronto a una conta di appartenenze, né di trasformare le differenze in giudizi morali. Abbiamo bisogno di elaborazione collettiva, di capacità di leggere le contraddizioni della fase, di costruire iniziativa e organizzazione. Abbiamo bisogno di una sinistra sindacale ampia, capace di tenere insieme culture diverse, esperienze differenti e sensibilità molteplici, senza pretendere che l’unità coincida con l’uniformità.

Per questa ragione il testo di Luca Scacchi (visibile a questo link) suscita preoccupazione non tanto per le opinioni che esprime, legittime e discutibili come tutte le opinioni politiche, ma per l’impostazione che assume nel ricostruire la vicenda dell’Area ‘Le Radici del Sindacato’ e nel rappresentare chi non condivide le sue conclusioni.

Il primo elemento problematico è la tendenza alla misattribuzione negativa. Nel testo il dissenso non viene semplicemente registrato o analizzato. Viene frequentemente interpretato. Alle differenze politiche si attribuiscono finalità implicite, strategie non dichiarate, intenzioni che gli interessati non hanno espresso. Si suggerisce che alcune scelte siano motivate dalla ricerca di collocazioni organizzative, da logiche di gruppo dirigente, da percorsi già definiti altrove. In questo modo il terreno della discussione si sposta dalle idee alle intenzioni. È un errore politico e metodologico.

Quando si attribuiscono agli altri motivazioni che non hanno dichiarato, si finisce inevitabilmente per discutere meno delle questioni e più delle persone. Deleuze osservava che il problema della discussione nasce quando non ci si confronta più sui problemi ma sui soggetti che li esprimono. E persino il richiamo evangelico più essenziale – “Non giudicate” – conserva una sua forza civile prima ancora che religiosa: invita a distinguere il giudizio sulle idee dalla pretesa di conoscere le intenzioni profonde delle persone.

Questo limite produce una conseguenza evidente: il testo finisce per apparire come una ricostruzione parziale e sbrigativa della storia recente dell’Area.

Si afferma implicitamente che le difficoltà sarebbero emerse nell’ultimo anno e che le differenze politiche recenti avrebbero fatto precipitare una situazione precedentemente stabile. Ma questa lettura non corrisponde alla realtà.

Le difficoltà sono presenti sin dall’origine dell’esperienza de ‘Le Radici del Sindacato’.

Erano presenti nella difficile integrazione tra culture politiche, sindacali e organizzative differenti. Erano presenti nella scelta di una struttura che avrebbe dovuto favorire il pluralismo ma che spesso ha prodotto tensioni irrisolte. Erano presenti nella decisione di approvare ed eleggere il portavoce.

Quella scelta non era neutrale. Affidava al portavoce una responsabilità precisa: rappresentare l’insieme dell’Area, tenere insieme differenze, costruire sintesi, favorire il confronto. È legittimo allora domandarsi se questo compito sia stato assolto fino in fondo. È una domanda politica che riguarda tutti e che non può essere rimossa mentre si attribuiscono le difficoltà esclusivamente alle scelte altrui.

Lo stesso vale per il funzionamento del Coordinamento nazionale. Da tempo esistono osservazioni critiche sulla sua composizione, sul peso attribuito ai diversi territori, sulla sproporzione tra realtà molto piccole e realtà molto grandi, sull’attribuzione di ruoli e funzioni che non sempre trovavano un fondamento chiaro nelle regole statutarie condivise. Sono questioni che meritavano una discussione approfondita e che non possono essere liquidate come elementi secondari. Una struttura organizzativa percepita come squilibrata rischia inevitabilmente di alimentare diffidenze e irrigidimenti.

A questo si aggiunge un ulteriore aspetto.

Se si vuole discutere seriamente di metodi, occorre farlo con coerenza. In questi anni vi sono state iniziative pubbliche, partecipazioni a convegni, firme di appelli, interventi esterni e prese di posizione della portavoce che non sempre sono state preventivamente condivise con l’insieme dell’Area. In più di un’occasione compagni e compagne si sono trovati a rincorrere decisioni già assunte, anziché concorrere alla loro formazione.

Non si può quindi sostenere che il problema della collegialità emerga soltanto in occasione di specifici passaggi organizzativi. Se il tema è la partecipazione, allora la partecipazione deve riguardare tutte le dimensioni della vita dell’area.

Vi è poi nel documento una evidente scorciatoia argomentativa.

Le posizioni proprie vengono rappresentate come espressione di coerenza strategica, mentre quelle altrui vengono lette come adattamento, moderazione o progressivo allontanamento dalle ragioni originarie dell’Area.

Ma la realtà è più complessa.

La critica al Patto della Fabbrica, per esempio, oggi giustamente richiamata, convive con comportamenti che non sempre hanno espresso la stessa nettezza nei passaggi contrattuali più rilevanti: astensione nel Comitato Centrale FIOM sul Ccnl dei metalmeccanici e invito al voto contrario nelle fabbriche di riferimento.

Ancora. Per citare fasi salienti della vita della Cgil, le valutazioni sui referendum hanno conosciuto evoluzioni significative: dopo aver sostenuto noi dell’Area che la scelta referendaria rappresentasse un errore strategico, si è poi cercato di rivendicare alcuni dei contenuti di quella stessa campagna. Sulla Palestina, tema centrale della nostra epoca, l’Area nel suo complesso non è riuscita a costruire una presenza politica all’altezza della gravità degli eventi. Sulla GKN si è spesso manifestata una condivisione simbolica, senza che ciò si traducesse sempre in una riflessione adeguata sulle conseguenze organizzative e sindacali di quella esperienza. Abbiamo contribuito al sostegno politico e finanziario all’iniziativa ma non abbiamo in nessuna occasione ragionato sulla situazione di questa importante esperienza negli ultimi 18 mesi.

Sono contraddizioni che riguardano quindi tutti e dalle quali, a partire dal sottoscritto, nessuno può sentirsi escluso.

Proprio per questo nessuno dovrebbe assumere il ruolo di giudice della coerenza altrui.

Il pluralismo de ‘Le Radici del Sindacato’ è stato reso possibile anche dall’assenza di vincoli di mandato negli organismi della CGIL. Questa scelta ha consentito nel tempo la convivenza di posizioni molto differenti. Ha consentito di tenere insieme sensibilità diverse persino in occasioni nelle quali alcuni compagni e compagne hanno espresso orientamenti radicalmente divergenti su questioni fondamentali, compreso il tema dello sciopero generale. Quando si è votato contro!

Se questa libertà è stata considerata un valore fino a ieri, non può diventare improvvisamente un problema quando produce conclusioni non condivise.

Esiste però una questione più generale che il testo di Scacchi sfiora senza affrontarla realmente.

Quale autonomia deve avere una sinistra sindacale?

A nostro avviso una sinistra sindacale degna di questo nome deve essere autonoma. Autonoma dai gruppi dirigenti confederali e delle proprie categorie, con particolare attenzione all’assunzione dei ruoli e di ogni disponibilità organizzativa del gruppo dirigente e ogni qualvolta è necessario esserlo. Ma anche autonoma dai piccoli partiti e dalle microculture politiche esterne al sindacato.

Negli ultimi anni si è spesso avuta l’impressione che alcune posizioni dentro l’Area fossero influenzate non soltanto da valutazioni sindacali ma anche da dinamiche, appartenenze e culture provenienti da organizzazioni politiche minoritarie. Non c’è nulla di illegittimo nell’avere riferimenti culturali o tradizioni politiche. Diventa però un problema quando il sindacato smette di essere il luogo di elaborazione autonoma e diventa il terreno sul quale si proiettano schemi e conflitti esterni.

Questo rischio riguarda in particolare una certa cultura politica che continua talvolta a leggere i processi sindacali attraverso categorie identitarie e minoritarie, privilegiando la delimitazione del campo rispetto alla costruzione di alleanze sociali e sindacali più ampie.

La storia del movimento operaio offre esempi diversi. Antonio Gramsci evitò sempre di ridurre la polemica politica a caricatura morale. Cercò invece di comprendere il rapporto concreto tra organizzazione, rapporti di forza, egemonia e trasformazione sociale. È una lezione che conserva ancora oggi una straordinaria attualità.

Perché il problema non è dimostrare ogni giorno di essere i più radicali.

Il problema è essere utili alla costruzione di una forza collettiva.

Per questo motivo appare insufficiente anche la prospettiva che emerge nelle conclusioni del documento. Una semplice opposizione permanente, se malauguratamente fosse questa la piega, rischia di trasformarsi in autoisolamento. Una sinistra sindacale non cresce delimitando continuamente il proprio perimetro; cresce costruendo relazioni, elaborazione, iniziativa, conflitto sociale e capacità di proposta.

Come scriveva Vittorini, la verità non appartiene mai a una sola voce ma nasce dall’incontro di molte esperienze e molti sguardi. Un’area programmatica dovrebbe custodire proprio questa pluralità.

Queste, ad esempio, sono state le finalità dell’unica iniziativa politica nazionale organizzata ogni anno a Cinisi all’interno dell’Area e che per evidenti limiti politici o giudizi affrettati è stata sempre sottovalutata e in alcune occasioni addirittura osteggiata.

Abbiamo bisogno piuttosto di più trasparenza nei ruoli e nelle funzioni. Abbiamo bisogno di sapere con chiarezza chi rappresenta cosa, chi partecipa a quali organismi, quali responsabilità vengono esercitate e con quali criteri.

Abbiamo bisogno di canali di comunicazione realmente aperti, nei quali il dibattito non sia filtrato da cerchie ristrette e nei quali tutti possano contribuire alla formazione delle scelte collettive.

Abbiamo bisogno di discutere del futuro della CGIL, della sua organizzazione, del programma fondamentale, della redistribuzione delle risorse, della democrazia interna, della rappresentanza e del rapporto con il conflitto sociale. Temi sui quali troppo spesso il confronto è stato insufficiente.

E abbiamo bisogno di una sinistra sindacale larga, inclusiva, capace di parlare al lavoro reale e non soltanto a sé stessa.

Per questo il punto non è stabilire chi possieda le “vere” radici del sindacato. Le radici non sono una proprietà da rivendicare. Sono una responsabilità da esercitare.

E questa responsabilità richiede una qualità politica diversa da quella che emerge nel testo di Scacchi: meno attribuzioni di intenzioni, meno processi alle persone, meno semplificazioni identitarie; più confronto, più elaborazione comune, più autonomia e più capacità di costruire un progetto collettivo all’altezza delle sfide enormi che abbiamo davanti.

Si, sarà così.

Adriano Sgrò

Pubblicato il 17 Giugno 2026