Sulla scuola un progetto di regressione autoritaria

Il “merito” di questo governo è classista: ignora che la scuola deve “rimuovere gli ostacoli” e punta a premiare chi è già eccellente senza investire su chi è ai margini

Poco più di un mese fa abbiamo ricordato a Cinisi Peppino Impastato: in un tempo in cui troppo spesso il pensiero critico viene guardato con sospetto, raccontare Peppino ha significato insegnare il coraggio della domanda, della partecipazione, della disobbedienza alle ingiustizie. Ha significato anche ricordare che la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni, ma nella capacità delle persone di prendere posizione, di esporsi, di scegliere da che parte stare. E abbiamo ancora più bisogno di figure come la sua. Perché Peppino Impastato non appartiene soltanto alla memoria antimafia: appartiene all’educazione sentimentale e civile di questo Paese.

Peppino ci ricorda ogni anno anche quale sia oggi una delle più importanti bussole del nostro agire: l’orgoglio. Ma non è un orgoglio di facciata. È l’orgoglio di chi sa che, in un’Italia frammentata e smarrita, la CGIL resta l’unico spazio in cui la parola “insieme” ha ancora un senso concreto. Siamo orgogliosi, perché mentre il potere cercava di dividerci, noi abbiamo risposto con il corpo e con la firma, portando i Referendum nelle piazze, nei luoghi di lavoro… Quei Referendum sono il nostro argine contro la precarizzazione dell’esistenza, contro chi vuole ridurre il lavoro a un favore e non a un diritto. Contro chi vuole rinnegare, strappare la Costituzione.

La CGIL che verrà è quella che non ha mai finito un secondo di lottare e che oggi rivendica la sua natura di sindacato generale, confederale e antifascista: non siamo un’istituzione burocratica, cerchiamo di agire atti di resistenza quotidiana, là dove la solitudine dei lavoratori e delle lavoratrici si trasforma in forza collettiva. Mentre il governo frammenta i diritti, noi uniamo le firme; mentre loro precarizzano la vita, noi rivendichiamo la stabilità come valore non negoziabile.

Credo sia utile richiamare le parole di Giuseppe Di Vittorio: “Il sindacato non serve solo a difendere il salario, serve a difendere la dignità dell’uomo e la sua libertà”. Questa è la nostra radice e il nostro orgoglio di appartenenza nasce dalla certezza che la CGIL sia uno spazio certo e tangibile in cui la vulnerabilità del singolo diventa forza collettiva.

Quando parliamo della “CGIL che verrà” non possiamo immaginare un sindacato che si limiti soltanto a contrattare salari o a rincorrere emergenze. La CGIL che verrà, se vuole essere davvero all’altezza del proprio tempo, è quella che già oggi combatte nei luoghi in cui si decide la qualità della democrazia, della dignità e del futuro. E la scuola è uno di quei luoghi decisivi.

Perché difendere la scuola pubblica oggi non significa occuparsi di una categoria soltanto: significa difendere un’idea di società. Significa decidere se vogliamo un Paese in cui l’istruzione continui a essere uno strumento di emancipazione collettiva oppure diventi progressivamente un privilegio attraversato dalle disuguaglianze sociali, territoriali ed economiche.

La scuola italiana sta vivendo una stagione durissima. Assistiamo alla de-strutturazione della Scuola statale… pubblica! Dobbiamo allora “sminuzzare” politicamente l’azione del Ministero dell’Istruzione, perché siamo di fronte a un progetto sistemico di regressione autoritaria.

E’ in atto un’ossessione sanzionatoria. Il ministro Valditara sta sostituendo la pedagogia con il codice penale: la riforma del voto in condotta non è uno strumento educativo, è un messaggio ideologico. Si vuole una scuola che “addestra” all’obbedienza, dove il dissenso o il disagio vengono repressi invece di essere compresi. Il “merito” di Valditara e di questo governo è classista; ignora che la scuola deve “rimuovere gli ostacoli” (Art. 3 della Costituzione), punta a premiare chi è già eccellente senza investire su chi è ai margini. Ciò conduce a trasformare la scuola in un certificatore di disuguaglianze ereditarie.

Si continua a parlare di merito, eccellenza, competenze, innovazione, tra edifici che cadono a pezzi, classi sovraffollate, personale precario, territori impoveriti e studenti e studentesse lasciate soli dentro fragilità sempre più evidenti. La retorica dell’efficienza si scontra ogni giorno con la realtà concreta di una scuola che viene caricata di responsabilità enormi mentre le vengono sottratte risorse, stabilità e riconoscimento.

Viviamo un’emergenza sociale che non riesce a passare dalla sanzione alla cura… ed è questo che dobbiamo continuare a chiedere. Le nostre scuole “sanguinano”, a Palermo (dove la sottoscritta insegna) e non soltanto… assistiamo a una fragilità psichica che sfocia in violenza o ritiro sociale. E lo Stato risponde con sanzioni, pretendendo di curare il disagio con una o più sospensioni.

Da qui la proposta del Coordinamento Donne della CGIL di Palermo (di cui faccio parte) approvato da tanti collegi dei docenti e consigli d’istituto: rivendichiamo l’istituzione di un organico socio-psico-pedagogico stabile. Servono psicologi e assistenti sociali di ruolo per intercettare il dolore prima che diventi cronaca nera, che sia supporto prima di tutto per i docenti, e anche per le famiglie, spesso impreparate e sole davanti a tutto questo.

Esiste poi una questione culturale che ci riguarda profondamente. Assistiamo sempre più spesso al tentativo di trasformare la scuola in uno spazio disciplinare più che democratico, dove l’obbedienza rischia di prevalere sul pensiero critico. Ma una società democratica non ha bisogno di ragazze e ragazzi addestrati al silenzio: ha bisogno di persone capaci di interrogarsi, dissentire, comprendere la complessità del presente.

E’ inquietante che proprio chi prova a coltivare spirito critico e coscienza democratica venga talvolta delegittimato, anche sanzionato.

Va denunciato inoltre con forza il clima di intimidazione che si respira: i docenti sono gravati da una burocrazia asfissiante che ruba tempo alla didattica, e anche così sono spinti al silenzio. Guai a chi critica, arrivano decreti e circolari… guai a chi prova a scrivere nella sua pagina che non condivide la posizione del ministro… guai a chi non si allinea al dogma del “merito”. Ma di quale merito parliamo in un Paese dove le condizioni di partenza sono così diverse?

Una scuola che smette di interrogarsi sulla giustizia, sui diritti, sulla memoria storica, diventa una scuola più fragile e più esposta alla paura. Ogni volta che si prova a colpire il pensiero critico o a intimidire chi educa alla cittadinanza democratica, non si colpisce soltanto la scuola: si colpisce la democrazia stessa.

Per questo la CGIL che verrà è, in realtà, la CGIL che già oggi resiste. È quella che continua a stare accanto ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola, agli studenti, alle famiglie, ai territori più fragili. È quella che comprende che il lavoro educativo non produce merci ma umanità, coscienza, libertà.

Ed è qui che la CGIL deve continuare a stare: dentro questa contraddizione… da soggetto politico e sociale capace di leggere ciò che sta accadendo. Perché quando migliaia di docenti e personale ATA vivono nella precarietà cronica, non si sta soltanto negando un diritto del lavoro: si sta indebolendo la qualità stessa della relazione educativa. Una scuola fondata sulla precarietà abitua tutti all’idea che la vita possa essere instabile, sostituibile, intermittente.

La CGIL che verrà è allora quella che continua a rivendicare stabilità, dignità salariale, tutela del lavoro educativo, ma anche il valore profondo della conoscenza come bene comune. Perché il sapere non può essere piegato soltanto alle esigenze produttive del mercato.

Possiamo rivendicarlo con cognizione di causa partendo proprio parlare dalla forza dei numeri. La scuola statale è sotto un attacco frontale mascherato da “riforma” proprio a partire dal taglio delle risorse: l’Italia destina all’istruzione solo il 4,1% del PIL, contro una media europea del 4,8%. Siamo agli ultimi posti tra i paesi OCSE. Non sono solo numeri: sono mense che non aprono, tetti che cadono e laboratori che mancano.

Per non dire dell’umiliazione salariale, che rappresenta una vergogna nazionale: un docente italiano guadagna mediamente 30.000 euro lordi l’anno, contro i 45.000 di un collega tedesco o i 38.000 di uno francese. Abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa a fronte di responsabilità civili e penali crescenti. Questo non è solo un danno economico, è lo svilimento sociale di un’intera categoria.

E questo emerge con chiarezza nella trasformazione che stanno subendo gli istituti tecnici professionali. Proprio durante le iniziative di Cinisi, la Flc-CGIL ha proclamato un giorno di sciopero e si sono svolti sit-in tutta Italia. Contro il tentativo di orientare i percorsi scolastici verso una funzione immediatamente produttiva, quasi che alcuni ragazzi debbano essere preparati rapidamente al lavoro e altri, invece, destinati alla formazione dirigente e culturale. È una visione profondamente classista, che rischia di dividere precocemente il destino degli studenti e delle studentesse in base alla provenienza sociale. La scuola democratica dovrebbe fare l’esatto contrario: aprire possibilità, non restringerle.

Tagliare un anno di scuola significa proprio ridurre le ore di storia e pensiero critico per piegare l’istruzione ai bisogni immediati delle imprese. È la scuola ‘fast-food’: rapida e funzionale solo al mercato. Un Paese che riduce la formazione tecnica a semplice risposta ai bisogni delle imprese impoverisce non solo gli studenti e alle studentesse, ma la propria stessa democrazia.

Allo stesso modo, non possiamo ignorare il tema del tempo pieno. La sua assenza, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle periferie più fragili, rappresenta una delle più grandi disuguaglianze educative del nostro Paese. Il tempo pieno non è un servizio accessorio: è uno spazio di crescita, di relazioni, di contrasto alla dispersione scolastica, di emancipazione sociale. Dove manca il tempo pieno si allarga il divario tra chi ha strumenti culturali e sostegni familiari e chi invece trova nella scuola l’unico presidio educativo stabile.

Scontiamo infine l’assenza degli asili nido. L’Europa ci chiede di garantire il servizio al 33% dei bambini, ma nella nostra Sicilia siamo fermi a percentuali che gridano vendetta, con una copertura che in molti distretti non tocca nemmeno il 12%. A Palermo, la situazione è drammatica. La mancanza di nidi comunali e di posti convenzionati non è solo un ‘disservizio’, è un dispositivo di esclusione sociale.

E allora la CGIL che verrà non potrà limitarsi a difendere l’esistente: deve immaginare una nuova idea di welfare educativo, in cui la scuola torni a essere presidio di uguaglianza sostanziale e non semplice luogo di istruzione formale.

Ed è forse questa la sfida più grande: impedire che la scuola venga definitivamente trasformata in un’azienda e gli studenti in numeri, prestazioni, statistiche. Perché educare significa accompagnare esseri umani nella costruzione della propria libertà e della propria capacità di stare nel mondo insieme agli altri.

La CGIL che verrà continuerà ad essere credibile solo se continuerà a scegliere da che parte stare. Dalla parte della scuola pubblica, della conoscenza libera, dei diritti, delle periferie dimenticate, delle alunne e degli alunni più fragili, delle lavoratrici e dei lavoratori che ogni giorno tengono in piedi questo Paese spesso nel silenzio generale… dalla parte della pace e dei diritti internazionali calpestati, anche da questo governo.

Caterina Altamore

Insegnante, Assemblea nazionale CGIL

Pubblicato il 17 Giugno 2026