Non c’è pace tra gli ulivi

La storia plurimillenaria dell’ebraismo
Nell’antichità in Palestina erano esistiti due regni separati fra loro rivali, quello di Israele, scomparso nel 721 a.C. e quello di Giuda, scomparso nel 586 a.C., ma la loro popolazione non era solo ebraica e la religione non era solo monoteista. Anche dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C., la diaspora aveva riguardato solo lo strato più alto della popolazione mentre la maggior parte degli ebrei non se ne andò mai via dalla Giudea e, in coincidenza con il diffondersi del cristianesimo e la sua trasformazione in religione di Stato dell’impero bizantino, che perseguitava le altre religioni, si convertì, più o meno spontaneamente, al cristianesimo (di cui permane tuttora una comunità specie a Betlemme, ma che è oggi in via di estinzione a seguito della politica israeliana) e, dopo la conquista araba, all’islamismo, divenendo i palestinesi odierni. Tuttavia una minoranza di palestinesi ha mantenuto fino ad oggi la religione ebraica, a cui si è aggiunta, nel corso dei secoli, una corrente migratoria ebraica verso la Palestina, motivata essenzialmente da ragioni religiose, per essere seppelliti in Terrasanta. Questi ebrei residenti prima dell’emigrazione sionista del 1882, venne chiamata “Vecchia Yishuv” (ah-Yishuv ah-Yashan), mentre quelli delle migrazioni successive (aliyah) costituivano la “Nuova Yishuv”. La Vecchia Yishuv era costituita da tre diverse componenti: la prima era quella presente fin dall’antichità, costituita dai Sefarditi della Galilea e delle quattro città sante ebraiche (Gerusalemme, Hebron, Tiberiade e Safed) e dai Musta’arabim (gli ebrei di lingua araba), la seconda era costituita dagli Askenaziti e dai Chassidici, emigrati dall’Europa nel 18esimo e agli inizi del 19esimo secolo e la terza era costituita da co-loro che arrivarono più tardi, nel 19esimo secolo.
Per secoli gli ebrei hanno pregato “l’anno prossimo a Gerusalemme”, ma si trattava di un concetto religioso simbolico, legato al ritorno del Messia, e raramente cercavano davvero di raggiungere Gerusalemme. Nel secolo XVI José Nassi, un ebreo portoghese, sfuggito alle persecuzioni e alle conversioni forzate rifugiandosi alla corte di Istanbul e diventato duca di Naxos e signore di Tiberiade, aveva incoraggiato l’emigrazione in Palestina, ma senza successo, perché gli ebrei (sefarditi) preferivano andare a Istambul, Smirne, Salonicco, Alessandria. A partire dalla rivoluzione francese è sorta anche una immigrazione laica, assai limitata, di ebrei europei, contro l’assimilazione nelle diverse società nazionali. Napoleone, giunto in Palestina, chiese agli ebrei europei di insediarvisi, ma rimase inascoltato. L’emigrazione ebraica è derivata perlopiù dal tentativo di sfuggire alle feroci persecuzioni che hanno sempre colpito gli ebrei nel corso dei secoli, con l’accusa di “deicidio”, che ha accompagnato fin dall’antichità la diffusione del cristianesimo e fu particolarmente sanguinosa all’epoca delle Crociate (anche nel loro passaggio a Praga e nella valle del Reno) e della “reconquista” spagnola del XV secolo (che costrinse i sefarditi spagnoli a cercar rifugio nell’impero ottomano).
Il precetto del Deuteronomio, fatto proprio per molti secoli dal cristianesimo e ancor oggi dall’Islam: “non presterai ad usura al fratello tuo ma solo allo straniero” ovvero ai “gentili”, di fatto condannava non solo l’usura ma ogni forma di commercio e la semplice richiesta di un interesse e, per aggirare tale norma in Europa era stata imposta agli ebrei, come se fossero “stranieri”, l’attività commerciale e bancaria (vietando loro ogni altra attività), e ciò li ha trasformati in quel-lo che Abram Léon ha chiamato un “popolo-classe”, suscitando l’odio popolare, che poi è diffusamente sfociato, specie nell’Europa orientale, nei “pogrom” (dal russo “devastazione”), violente e sanguinose sollevazioni popolari contro gli ebrei, spesso incoraggiate dai governanti ed in parti-colare dalla polizia zarista. Ma anche l’illuminismo laico fu spesso violentemente ostile agli ebrei per ragioni economiche, sociali e politiche, con conseguenti persecuzioni. Ma l’intolleranza tipica del mondo cristiano è stata causata anche dalla comparsa di mercanti locali che aggiravano i di-vieti religiosi e non tolleravano la concorrenza ebraica, per cui in Italia sono state le Repubbliche marinare le prime a cacciare gli ebrei. Al contrario il mondo islamico ha consentito una convivenza pacifica e addirittura era sorta una civiltà arabo-ebraica, quella prestigiosa del califfato di Al-Andalus in Spagna.

La rilevanza giuridica dell’identità ebraica in Israele
La domanda fondamentale sull’identità ebraica assume una notevole rilevanza giuridica nella de-finizione del diritto all’immigrazione nello Stato d’Israele secondo la “Legge del ritorno” approvata nel 1950, che garantisce la cittadinanza israeliana ad ogni persona di discendenza ebraica del mondo, purché si trasferisca in Israele per viverci, semplicemente richiedendola, e di riceverla non appena arrivato, ma, dato che non vi è accordo fra i vari rami dell’ebraismo su chi sia ebreo, ciò ha dato origine ad una nutrita serie di contestazioni giudiziarie. L’ebraismo ortodosso, sulla base della Genesi e del Deuteronomio, ammetta come ebrei solo coloro che sono discendenti da madre ebraica, anche se apostati od atei, o coloro che si convertono secondo le regole dell’ortodossia. Occorre ricordare che secondo la Bibbia Saul, David e Salomone erano figli di donne non ebree ed erano sposati con donne di altre religioni e perciò dal punto di vista degli ebrei ortodossi odierni non verrebbero considerati ebrei. Nei matrimoni misti, mentre nel Tanakh (Torah, Nebi’îm , Ketubîm, ovvero la Bibbia ebraica), lo status di ebreo veniva determinato patrilinearmente, la Mishnah (la Torah orale dell’ebraismo rabbinico, che fa parte del Talmud) ha adottato la linea matrilineare, sembra per l’influenza del diritto romano (Mater semper certa). Gli in-dividui di religione ebraica non nati da madre ebrea possono essere accettati come ebrei dagli ortodossi e dai conservatori masoretici (prevalenti negli Stati Uniti) solo se “giusti convertiti” (Geirei tzedek). L’ebraismo riformato (ed anche alcune comunità ebraiche come i caraiti turchi) accetta come ebreo chi ha un genitore, padre o madre, ebreo e riceve un’educazione ebraica (discendenza bilineare). Il problema è che l’ebraismo ortodosso, largamente dominante (e quello conservato-re) non riconosce l’ebraicità patrilineare, mentre viene accettata dai riformati e dai liberali (presenti in Gran Bretagna). Tutti i gruppi ebraici accettano le conversioni (con la circoncisione, il Brit milah), ma prevedono procedure diverse che non sono reciprocamente riconosciute dai vari movimenti; in particolare gli ortodossi accettano solo le conversioni effettuate all’interno della loro comunità, mentre quelli conservatori le accettano tutte. Gli ebrei siriani non accettano le con-versioni. Gli ebrei ortodossi considerano ebrei quelli per nascita, anche se si convertono ad altra religione, mentre quelli riformati non li considera ebrei (a meno che non siano “anusim”, cioè “forzati”, costretti a convertirsi). Gli immigrati in Israele che intendono sposarsi devono dimostrare la propria matrilinearità ancestrale da 4 generazioni (se etiopi da 7) ma in assenza di tali documenti perdono la cittadinanza israeliana e possono essere espulsi. La questione di “chi è un ebreo” è dunque molto complessa e controversa, comunque sempre in discussione.

Dunque, chi sono gli ebrei attuali?
Numerosi gruppi dispersi per il mondo intendono avvalersi della Legge del ritorno per emigrare in Israele, e la loro ammissione viene sottoposta al giudizio del Gran Rabbinato. Comprendono gli ebrei berberi (dell’Atlante in Marocco), indiani (Kochi, Bnei Menashe e Bene Israel), cinesi (Kaifeng), etiopici (Beta Israel o falascià), sudafricani (Bantù Lemba), Nuovo Messico (Cripto-ebrei).
Ugo Caffaz ha scritto il libro “Le nazionalità ebraiche”, mettendo in rilievo il loro pluralismo ed eterogeneità. Le comunità ebraiche nei vari paesi hanno assorbito, attraverso conversioni e assimilazioni, svariate popolazioni, con una forte differenziazione fra le diverse comunità, sia nei caratteri fisici (i falashà etiopici , i Lemba e gli ebrei indiani sono neri, quelli cinesi gialli), che nelle lingue parlate (per gli askenaziti lo yiddish, un tedesco medievale; per i sefarditi il ladino, uno spagnolo medievale; per i mizrahi l’arabo, l’aramaico, il georgiano, il marathi, il malayalam, va-rie lingue curde e persiane). Vi sono state anche conversioni dal cristianesimo all’ebraismo, nella cosiddetta “eresia giudaizzante” della Russia del Quattrocento, che ha determinato in quel paese persecuzioni e divieti rigorosi al proselitismo ebraico. Lo Stato di Israele ha continuato a incoraggiare le conversioni, per compensare la scarsa affluenza dalle più grandi comunità ebraiche, soprattutto degli Stati Uniti. Un caso limite è quello della comunità neoebraica sorta spontaneamente negli anni Trenta tra i contadini cristiani di San Nicandro Garganico, spinti poi ad emigrare in Israele negli anni Cinquanta, senza che avessero la più lontana ascendenza ebraica (ma servivano come braccianti). Anche una parte cospicua degli immigrati provenienti dall’URSS negli anni Set-tanta e Ottanta non avevano una ascendenza ebraica, e spesso non erano neppure di religione ebraica, ma volevano solo sfuggire alla crisi del loro paese.
Gli studi sulla genetica di popolazione (come la ricerca dell'”Y-cromosomico Aronne”) del genetista David B. Goldstein, collaboratore di Luigi Luca Cavalli-Sforza, non solo sta cambiando lo studio della storia ebraica, ma “ha alterato le nozioni di identità ebraica e persino la nostra comprensione di cosa renda un popolo tale”. Una ricerca di Eran Elhaik della Johns Hopkins University, riportata da Le Scienze, sull’origine degli ebrei dell’Europe orientale, fa chiarezza rispetto alle due ipotesi finora contrapposte, quella “renana” e quella “cazara”. Secondo l’ipotesi renana gli ebrei europei discenderebbero da quelli che, nel VII secolo, lasciarono la Palestina in seguito alla conquista musulmana, per trasferirsi in Europa, in particolare nella Renania, e nel XV secolo circa 50.000 di loro si trasferirono ad est. Secondo l’ipotesi cazara gli ebrei dell’Europa orientale (so-stanzialmente gli askenaziti) avrebbero ricevuto un significativo apporto genetico dai Cazari, una confederazione di tribù di origine turca, iraniana e mongola che viveva nell’area della Russia meridionale, che fra il VII e il IX secolo si convertì al giudaismo e, a partire dal XIII secolo, a seguito del crollo dell’impero cazaro, si dispersero in tutta l’Europa orientale, dall’Ucraina al lago Aral, amalgamandosi con armeni e georgiani. L’analisi genetica conferma l’ipotesi cazara perché mostra una stretta relazione genetica tra ebrei dell’Europa orientale e le popolazioni del Caucaso. Già nel saggio del 1976 “La tredicesima tribù”, Arthur Koestler (lo scrittore ebreo del “Buio a mezzo-giorno) aveva descritto che nel settimo secolo d.C. si era formato, a nord del Caucaso, un impero la cui popolazione, di origine turca, che non aveva niente a che fare con la Palestina, aderì in mas-sa all’ebraismo, per poi migrare verso l’Europa, ed è da essa che derivano gli askenaziti e gran parte della comunità ebraica mondiale.
Dunque i palestinesi, a prescindere dalla religione che professano, discendono, nella stragrande maggioranza, dagli antichi abitanti della Palestina e l’unica comunità che, oltre a loro, può essere definita ebraica come origine storica è quella dei Sefarditi, mentre le altre comunità, a partire da quella dominante, degli Askenaziti, deriva da una conversione ed i suoi antenati non sono mai sta-ti abitanti della Palestina.
Nella Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele del 1948 si afferma che “Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei di ogni generazione successiva aspirarono a tornare a stabilirsi nella loro antica patria.” Deriva dalla frase “Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come al-leanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.” (Genesi 17:7,8).
Ma la pretesa dei sionisti di “ritornare nella loro terra ereditata dai padri” è dunque basata su un “mito fondativo” religioso senza alcun fondamento, perché la maggior parte di loro non discende affatto da quei “padri”. Paradossalmente la “legge del Ritorno” degli ebrei, dopo duemila anni, favorisce delle persone che emigrano per motivi economici o che sono realmente convinte di di-scendere dagli antichi ebrei senza esserlo veramente, mentre è sempre stato negato il diritto a ri-tornare a coloro che erano nati in Palestina ed erano stato cacciato dalle proprie case, poi assegna-te agli ebrei, nel 1947-48, che probabilmente discendono proprio dagli antichi ebrei ed ai quali gli impegni assunti da Israele con l’ONU prevedevano il loro diritto al rientro, mai rispettato e assolutamente escluso. Lo Stato di Israele ha continuato a incoraggiare le conversioni, per compensare la scarsa affluenza dalle più grandi comunità ebraiche, soprattutto degli Stati Uniti.
Secondo il più recente CIA Factbook in Israele la popolazione sarebbe formata da ebrei per il 74,9% (aprile 20\5), di cui: 67,1% nati in Israele, 22,6% nati in Europa e America, 5,9% nati in Africa, 4,2% nati in Asia, e non ebrei 23,6% (principalmente arabi). Secondo una statistica inter-nazionale del 2015, Israele è l’ottavo paese meno religioso al mondo con il 65% degli israeliani che si definisce non religioso (57%) o ateo (8%).

Le diverse opinioni sulla nascita di uno stato ebraico
Fra gli ebrei della diaspora, rispetto alla nascita di uno stato ebraico v’erano tre diverse posizioni: l’autonomismo, che chiedeva l’autonomia politica degli ebrei negli stati in cui vivevano, il territorialismo, che chiedeva un focolare ebraico, senza preferenze sul luogo, e il sionismo, che intende-va creare uno stato ebraico in Palestina ed aveva diverse anime: quella liberale, quella politica, quella revisionista e quella socialista.
All’inizio l’autonomismo era largamente maggioritario, con posizioni apertamente antisioniste degli ebrei russi ashkenaziti, di lingua yiddish, che si definivano “ebrei secolari” e avevano abbandonato l’osservanza religiosa per abbracciare gli ideali socialisti. Il Bund russo e polacco sosteneva la trasformazione socialista delle comunità ebraiche, che dovevano però rimanere nei paesi in cui vivevano. Anche le organizzazioni ebraiche tedesche intendevano integrare gli ebrei nella società europea e avevano addirittura chiesto al governo tedesco di vietare l’effettuazione del primo congresso sionista, organizzato da Herzl a Monaco nel 1897, che è stato perciò trasferito a Basilea.
Successivamente anche fra gli ebrei askenaziti continentali (con organizzazioni sioniste come il Partito sionista socialista operaio e la Jewish Colonization Association, e antisioniste, come la Jewish Territorialist Organization) aveva fatto breccia il territorialismo, con l’idea della creazione di un “focolare” ebraico non necessariamente pienamente autonomo, specialmente in Sudamerica (in Argentina dove vennero fondate la Colonia Esmeralda e la Colonia Lapin, in Equador, Suriname, Amazzonia), negli Stati Uniti (Colonia Kiryas Joel e di New Square, nello stato di New York), in Canada, in Africa (Kenya, Uganda, Madagascar) Asia e Australia.
Il governo britannico aveva proposto la costituzione di uno stato ebraico in Uganda. L’URSS ave-va proposto un insediamento territorialista in Ucraina, in Crimea e per poi costituire l’Oblast’ autonomo ebraico del Birobigian, ai confini con la Cina, ancora esistente, con lingua ufficiale yiddish, ma la sua popolazione ebraica askenazita è perlopiù emigrata in Israele. Negli Stati Uniti la Lega per la terra libera aveva proposto la creazione di territori autonomi in Ecuador, Australia e Suriname. Il Piano Kimberley prevedeva l’acquisto di un territorio autonomo in Australia.
Particolarmente rilevante è stato il Piano Madagascar, un progetto francese di creazione di un “fo-colare” ebraico in quell’isola, che era una colonia francese, condiviso dalla Polonia e dalla Francia, che venne poi adottato, prima di programmare lo sterminio dell’Olocausto, da Adolf Hitler, che intendeva occupare militarmente quell’isola per trasferirvi forzosamente gli ebrei tedeschi ed europei. In alternativa aveva pensato a una deportazione in Sudamerica (Argentina o Paraguay), e Adolf Eichmann stava progettando il sostegno all’emigrazione degli ebrei in Palestina, trovando il sostegno di Avraham Stern, fondatore del movimento Lehi (di cui era membro anche Yitzhak Shamir, futuro primo ministro di Israele), che nell’autunno del 1940 inviò un messaggio e poi in-contrò un importante diplomatico tedesco a Beirut, Werner Otto von Hentig, dicendosi disposto addirittura ad affiancare la Germania in guerra se le istanze nazionaliste ebraiche fossero state riconosciute. Nel ’41 Eichmann aveva scritto che “C’è il pericolo che quest’inverno gli ebrei non possano più essere nutriti tutti. Si deve seriamente discutere se la soluzione più umana non possa essere quella di eliminare gli ebrei non in grado di lavorare mediante un qualche preparato ad azione rapida”, e si trattava della premessa per la “soluzione finale” di cui proprio Eichmann fu un importante esecutore. Ma non si deve credere che l’odio nazista fosse una novità: il Kaiser Guglielmo II aveva scritto che “gli ebrei sono una peste da cui il mondo in un modo o nell’altro deve liberarsi. Peggio delle zanzare! Ci vorrebbe un periodico pogrom alla russa su scala internazionale…anzi, la miglior cosa sarebbe il gas“, molto prima che il nazismo lo realizzasse.

L’affermazione del Sionismo
Il sionismo è un movimento ebraico che ha per scopo il “ritorno” dopo duemila anni degli ebrei in Palestina ed ha diverse anime: quella pratica, quella politica, quella socialista e quella revisioni-sta.
Secondo il Tanakh la Terra di Israele (Eretz Yisrael) è la “terra promessa” da Dio al suo “popolo eletto”, ovvero ai discendenti di Abramo, attraverso suo figlio Isacco, e agli Israeliti, discendenti di Giacobbe, nipote di Abramo. Per questo l’idea del “ritorno” in massa, dopo duemila anni, degli ebrei in Terra di Israele è una costante della tradizione religiosa ebraica scritta e orale, in genere associata alla venuta del Messia, e per molti rabbini, e comunque anche per i laici, il sionismo è appunto l’inizio dell’era messianica.
Questa idea è stata sostenuta e realizzata da movimenti di diversa natura.
Nella seconda metà del 19° secolo, per sfuggire ai continui pogrom, è iniziata la serie delle Aliyah (salite o pellegrinaggi, ovvero emigrazioni in Palestina) degli olìm hadashìm (i nuovi arrivati): prima Aliyah (1882-1903) causata dai pogrom del 1880-1882, e seconda Aliyah (1904-1914) per i pogrom del 1903-1906; terza
Aliyah (1919-1923), per la guerra civile russa; quarta Aliyah (1924-1928) per il nazionalismo antisemita dopo la prima guerra mondiale; quinta Aliyah (1929-1939), per le per-secuzioni naziste e la chiusura delle frontiere statunitensi causata dalla Grande Depressione; Aliyah Bet (1933-1948) cioè “B”, clandestina (Ha’apala), prima (1934-1942) e dopo (1945-1948) la Shoah; Kibbutz Galuyot (1948-1950), il “ritorno”, per la fuga dal comunismo in Europa centro-orientale e dall’antisionismo arabo (“Operazione Tappeto Volante”).
Alcuni filantropi (Moses Montefiore, Edmond James de Rothschild, Maurice de Hirsch) lanciaro-no l’idea “sionista” pratica di una patria nazionale ebraica, finanziando gli insediamenti ebraici di immigrati europei in Palestina.
L’emigrazione ebraica askenazita dalla Russia e dall’Europa orientale, causata dai “pogrom”, che a partire dal 1880 e fino al 1929, ha coinvolto circa 4 milioni di persone, era diretta per quasi 3 milioni negli Stati Uniti e il resto in Argentina, Canada, Francia, Germania e solo 120.000 in Pale-stina. Dunque l’emigrazione in Israele, sollecitata dai sionisti, aveva trovato uno scarso successo ed era rimasta esigua, nonostante gli sforzi dei sionisti che la sostenevano, ed è stato solo l’orrore della “shoah”, iniziata nel 1938 con la “notte dei cristalli”, che ha determinato il suo successo, anche a causa del blocco dell’immigrazione verso gli Stati Uniti e gli altri paesi europei. Dando la spinta decisiva alla creazione dello stato di Israele.
Il sionismo politico, fondato da Theodor Herzl e promosso da Chaim Weizmann, come si legge nella sua carta costitutiva, redatta a Basilea il 29 agosto 1897, in occasione del primo Congresso sionista, “ha per scopo di creare in Palestina una sede nazionale per il popolo ebraico garantita dal diritto pubblico”.
Vari movimenti ebraici socialisti, in particolare polacchi, che proponevano la creazione in Israele, almeno fino al 1967, di una società socialista tra ebrei ashkenaziti. Sono confluiti nel sionismo so-cialista, laico, e libertario, che si richiamava al marxismo e alle idee anarchiche (Kropotkin e Tol-stoi) e credeva che uno Stato ebraico potesse nascere solo dalle lotte della classe operaia ebraica, con la creazione di kibbutz e moshav agricoli in cui ebrei e palestinesi avrebbero dovuto convivere pacificamente. Molti non rivendicavano la nascita di uno stato d’Israele ma auspicavano lo svi-luppo di rapporti conviviali e solidaristici con i palestinesi ed una convivenza fra i popoli come comunità libere nello stesso territorio della Palestina. Il filosofo austriaco antiautoritario ebreo Martin Buber, si considerava culturalmente un sionista, ma respingeva l’idea nazionalista, propo-nendo la convivenza tra le due nazionalità residenti in Palestina.
L’Organizzazione Sionista Mondiale ha fondato nel 1909 il primo insediamento collettivo ebrai-co, il kibbutz di Degania, sulla sponda meridionale del Mare di Galilea.
I kibbutz erano cooperative agricole basate su regole rigidamente egualitarie e sul concetto di pro-prietà collettiva, da una distribuzione ugualitaria delle risorse senza uso del denaro e da un alle-vamento comunitario dei figli che non potevano nemmeno vivere assieme alla famiglia, mentre i moshav prevedevano la proprietà individuale di appezzamenti di dimensione identica. Costituiva-no anche un presidio militare. Ma già dagli anni ’20 è iniziato l’abbandono dei principi originari e una graduale privatizzazione dei kibbutz. Nei primi anni il sionismo socialista fu largamente maggioritario, ma è stato il sionismo revisionista, un tempo minoritario ma poi divenuto maggio-ritario, che è stato protagonista degli eventi traumatici che hanno caratterizzato la nascita dello stato di Israele.
Il sionismo generale, liberale, venne fondato da Herzl col libro Der Judenstaat, seguito dal primo Congresso sionista mondiali che definì il Programma di Basilea, proponendo la colonizzazione ebraica della Palestina e creando l’Organizzazione sionista, massimo organismo politico ebraico fino alla costituzione dello stato di Israele. Questo movimento, laico in superficie, si fonda tutta-via, per definire i propri diritti sulla Palestina, su precetti religiosi che sostengono l’esistenza di un obbligo divino al “ritorno” degli ebrei nella “terra promessa” da Dio al suo “popolo eletto” e consideravano gli arabi che vi abitavano (musulmani, cristiani, drusi) come abusivi da cacciare anche con la forza, come intrusi, per creare la “Terra d’Israele” da una “terra senza popolo”, abro-gando chi in precedenza c’era vissuto da millenni.

Il sionismo revisionista
Il sionismo revisionista, creato a Parigi da Vladimir Ze’ev Jabotinsky (definito da Begin “Vladi-mir Hitler) è stato un movimento nazionalista ed anticomunista, ispirato al fascismo, che ha for-temente influenzato la destra israeliana. Sosteneva una “revisione” del “sionismo pratico” di Da-vid Ben-Gurion e Chaim Weizmann, incentrata sull’insediamento massiccio di ebrei in Eretz Yisrael (Terra d’Israele).
Il revisionismo si differenziava dagli altri tipi di sionismo, contrapponendosi in particolare a quel-lo laburista, allora maggioritario, principalmente nel suo massimalismo territoriale, che insistendo sul diritto ebraico, per volontà divina, alla sovranità su tutto il Eretz Yisrae, aveva per obiettivo l’annessione ad Israele dell’intera Palestina e della Giordania, nonché di altri territori limitrofi (alcuni si spingevano fino ad ipotizzare un territorio dal Nilo all’Eufrate), espellendone la popola-zione ivi presente.
Alla sua morte il suo progetto venne proseguito da Menachem Begin, creatore del partito Herut (“Libertà”), che poi diede vita al partito Likud e divenne primo ministro. Aveva una piccola presenza nello Yishuv, che era invece dominato dal sionismo laburista, che controllava i kibbutzim e lavoratori, a cui si contrapponeva. Si divideva in tre distinte correnti: centristi, Irgune e messianisti. Era più presente nella diaspora ebraica e, partendo da posizioni di minoranza, è riuscito grazie in particolare alla sua azione di “pulizia etnica”, ed alla sua maggiore aggressività militare, a conquistare la classe media, in precedenza vicina ai laburisti, raggiungendo infine la maggioranza elettorale e il controllo del governo, che detiene tuttora, attraverso una variegata rappresentanza partitica, favorevole all’ulteriore sviluppo delle colonie nei territori occupati, alla demolizione delle abitazioni palestinesi e all’annessione dell’intera Cisgiordania.
Nel 1940, il gruppo paramilitare terroristico Lehi, emanazione dei revisionisti, aveva inviato a Beirut un proprio rappresentante, Naftali Lubenchik, per proporre ad un alto funzionario tedesco, Werner Otto von Hentig, con l’offerta di “prendere parte attivamente alla guerra a fianco della Germania” in cambio del sostegno tedesco per “l’istituzione dello storico stato ebraico su base nazionale e totalitaria”, per espellere la Gran Bretagna dal Mandato sulla Palestina e per offrire la sua assistenza per “evacuare” gli ebrei d’Europa verso la Palestina.

I gruppi terroristici paramilitari
Nel 1926 , unificando delle bande sioniste armate, Jakobinsky aveva fondato la Haganah, una milizia armata, tollerata dagli inglesi, che era organizzata come un esercito, dotata di veicoli leggeri e corazzati, armi leggere e artiglieria, stazioni radio, e contava nel 1948 circa 120.000 miliziani di cui una mezza dozzina di battaglioni componevano il Palmach, reparto d’attacco specializzato nei sabotaggi e nel terrorismo antipalestinese , che faceva nottetempo saltare le case palestinesi uccidendone gli abitanti. Sosteneva i coloni sionisti nell’occupazione illegale delle terre dei palestinesi. Dall’Haganah si sono staccate delle milizia sioniste prettamente terroristiche come l’Irgun (Irgun Tsvai Leumi, Organizzazione militare nazionale), comandata da Menachem Begin (divenuto primo ministro, responsabile dell’inizio della colonizzazione della Cisgiordania, dell’invasione del Libano e dell’aver promosso il massacro di Sabra e Shatila), e il Lehi (Lohamei Herut Israel, Combattenti per la Libertà d’Israele, meglio nota come Banda Stern), fascista e revisionista, creata da Avraham Stern, come propaggine dell’Irgun e diretta da Yitzhak Shamir, responsabile dell’omicidio di Folke Bernadotte e poi agente del Mossad per varie operazioni ad hoc (in parti-colare assassinii mirati) e lavorò all’Operazione Damocle in Egitto (è stato due volte primo ministro). Hanno avuto un ruolo di primo piano nei combattimenti contro le forze britanniche e arabe negli anni ’30 e ’40, e poi hanno svolto un ruolo decisivo nella Nakba, con la pulizia etnica dei palestinesi nel 1948.
Pur agendo spesso in modo coordinato, l’Irgun ha interrotto le sue attività contro gli inglesi durante la seconda guerra mondiale, fino al 1944, mentre il Lehi ha continuato la guerriglia contro le autorità britanniche, considerando illegale il governo britannico della Palestina e concentrando i suoi attacchi principalmente contro obiettivi britannici. Nel 1944 le milizie ebraiche Irgun e Lehi, contrarie alla politica inglese che aveva limitato l’immigrazione ebraica, attaccarono con azioni di commando e sabotaggio anche l’esercito e l’amministrazione inglesi. Il Lehi assassinò al Cairo lord Moyne, ministro inglese per il Medio Oriente, e nel 1946, oltre a vari attentati, fece saltare la sede dell’amministrazione inglese alloggiata nell’albergo King David di Gerusalemme, con un centinaio di morti, ed anche l’ambasciata britannica a Roma, demolita da un terribile attentato. Nel 1947 i terroristi dell’Irgun assassinarono a Gerusalemme il conte svedese Folke Bernadotte (noto per aver ottenuto la liberazione di 31.000 prigionieri dei tedeschi) inviato dall’ONU per la Palestina, mentre stava trattando per una ennesima tregua.
Dopo il 1948, i membri dell’Irgun furono smobilitati o incorporati d nel nascente esercito israeliano, mentre sul fronte politico, hanno trovato espressione nel partito Herut e poi nel Likud. Ufficialmente le milizie Irgun e Lehi vennero sciolte alla fondazione dello stato di Israele ma molti ufficiali e miliziani furono integrati nel nascente esercito ufficiale di Israele Tzahal (per esempio Ariel Sharon divenne capo dell’unità 101 pure specializzata nel far saltare le case palestinesi con i loro abitanti, come a Qibya 69 morti nel 1953). Ciò che le milizie e i paramilitari facevano prima di nascosto e di notte ora l’esercito ufficiale lo fa alla luce del sole, “legalmente”, “per combattere il terrorismo”.

Il mandato britannico e la spartizione dell’UNSCOP
Nel 1917 la Gran Bretagna aveva conquistato Gerusalemme sconfiggendo l’esercito ottomano, e ottenuto, il 24 luglio ’22, dalla Società delle Nazioni, nella spartizione dei territori, il mandato sulla Palestina che includeva la Transgiordania e si impegnò, con la “Dichiarazione Balfour”, a mettere a disposizione del movimento sionista dei territori per costituire un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, sia pure col “rispetto delle minoranze” (ma i palestinesi erano di gran lunga la maggioranza degli abitanti), “essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”, cosa ribadita dal mandato che impegnava il Mandatario alla “salva-guardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente da razza o religione” e “lo sviluppo di istituzioni di autogoverno”, che l’Yishuv ebraica provvide a formare costituendo nel ’23 l’Agenzia ebraica come organo di autogoverno. Da notare che in precedenza la Gran Bretagna s’era impegnata con gli arabi per la creazione di uno stato arabo in Palestina. Sulla base del principio “divide et impera”, la Gran Bretagna era interessata a scatenare un conflitto tra arabi ed ebrei, come ha fatto anche col conflitto sanguinoso tra musulmani e indù innescato per tentare di mantenere il controllo sul subcontinente indiano.
Dopo il 1930 l’immigrazione ebraica, che fino ad allora era stata abbastanza limitata, esplose con la quinta aliyah, per le Leggi di Norimberga naziste in Germania e il divieto di immigrazione ne-gli Stati Uniti (1932) causato dalla enorme disoccupazione determinata dalla Grande Depressione, ma anche nella maggior parte dei paesi del mondo per cui l’unico rifugio possibile divenne la Palestina. Tale invasione aveva portato all’acquisto da parte degli ebrei di terre e imprese di traspor-ti, allontanando i palestinesi che vi lavoravano.
Le popolazioni arabe palestinesi che già in precedenza s’erano sollevate contro l’occupazione ottomana, e in risposta a sanguinosi atti di terrorismo ebraico e di massacri contro la popolazione locale vi furono delle rivolte arabe che nel 1920 e nel 1929 attaccarono diverse comunità di immigrati sionisti e sono culminate nella “Grande rivolta araba” del 1936-39, contro la crescente immigrazione dei coloni di origine ebraica, e la conquista economica del paese e venne ferocemente repressa, in modo violento e sanguinoso, dall’esercito britannico assieme alle milizie sioniste, con circa 5000 morti arabi e 500 ebrei e l’espulsione dei capi arabi. Ciò ha scavato un solco definitivo tra le due comunità che fino ad allora erano vissute in amichevole convivenza per millenni.
Dopo la rivolta palestinese, i britannici, che dovevano fare i conti con una forte componente araba e islamica nelle loro colonie e protettorati, nel 1939 pongono limitazioni all’immigrazione sionista. Gran Bretagna aveva vietato l’ingresso degli ebrei in Transgiordania, dove era stato costituito il regno hascemita e fissò per legge (Libro bianco) un limite agli ingressi in Palestina di 75.000 ebrei per 5 anni e, vista l’impossibilità d’un accordo per la divisione, propose la creazione di uno stato federale, rifiutata dagli ebrei perché sarebbero stati una minoranza pari ad un terzo della popolazione complessiva, mentre volevano raggiungere la maggioranza. Il rifiuto venne anche dai regimi arabi adiacenti, tutti governati da sovrani feudali sotto tutela britannica, che aveva disegna-to per loro dei confini del tutto artificiali, e i loro eserciti erano comandati da ufficiali inglesi. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale aumentò enormemente il numero dei rifugiati ebrei illegali per le restrizioni all’immigrazione.
Nel 1947 la Gran Bretagna rinunciò al suo mandato, rimettendolo alle Nazioni Unite e venne costituita (15 maggio 1947) l’UNSCOP che propose la divisione della Palestina in due stati di simile estensione, uno a maggioranza ebraica ed una a maggioranza araba. La proposta era ingiusta e squilibrata perché, mentre alla popolazione ebraica di 608.000 persone (33%) veniva assegnato il 56% del territorio con le principali fonti idriche, che comprendeva anche una forte minoranza palestinese, quella araba era di 1.237.000 persone (67%) col 40% del territorio, scarse risorse idriche e senza sbocco sul mar Rosso e il resto era Gerusalemme che doveva restare “zona internazionale” sotto il controllo dell’ONU. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181 con la divisione della Palestina. Ma la soluzione prospettata dall’ONU fallì e gli stati arabi, contrari a tale divisione non certo equa, fecero ricorso alla Corte internazionale di Giustizia, che venne respinto.
Da notare che la Gran Bretagna ha convenuto con i rappresentanti ebraici sulla necessità di evitare una consultazione popolare, perché si sarebbe tradotta in una vittoria schiacciante dei palestinesi, addirittura col sostegno degli ebrei del “Vecchio Yishuv”.

La Nakba
Rispetto alla spartizione prevista nella risoluzione dell’ONU, l’Agenzia Ebraica lamentava la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate allo Stato ebraico, mentre le organizzazioni paramilitari (Haganah, Irgun e Lehi) la rifiutarono, essendo contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che consideravano “la Grande Israele”, nonché al controllo internazionale di Gerusalemme. Gli stati arabi proposero invece la creazione di uno Stato unico federato, con due governi.
Dopo il voto dell’ONU del 29 novembre 1947 le organizzazioni paramilitari ebraiche clandestine (Haganah, Irgun e Lehi o Banda Stern) che intendevano occupare tutta la Palestina, la Giordania ed i territori limitrofi, ed erano del tutto insoddisfatte della proposta dell’ONU sia perché ritenevano il territorio troppo esiguo che per l’esclusione di Gerusalemme, come un “corpus separatum”, sotto amministrazione ONU, mentre volevano farne la propria capitale, si accordarono, in vista del termine del mandato inglese (14 maggio 1948), per conquistare il maggior territorio possibile e raggiungere anche Gerusalemme, proclamando unilateralmente l’indipendenza dello Stato di Israele, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto con gli stati arabi in cui Gran Bretagna e Francia avevano diviso artificiosamente il Medio Oriente arabo, che ravvisavano in questo colpo di mano un atto di aggressione contro il mondo arabo, con il furto di un territorio e lo spossessamento dei palestinesi.
Il “piano Dalet” (ovvero “Piano D”) dell’Haganah, doveva essere applicato prima del 15 maggio 1948, data in cui ci si poteva attendere che, a fronte della dichiarazione unilatera di indipendenza israeliana, gli eserciti regolari arabi sarebbero intervenuti per fare rispettare lo statu quo in Pale-stina, ed è stato realizzato tra l’annuncio del ritiro britannico e la fine del mandato. Aveva come scopo il controllo del territorio del quasi neonato Stato israeliano, e degli insediamenti ebraici posti di là dal suo confine, presentato ufficialmente come unicamente difensivo, ma traccia la linea di condotta data all’Haganah per una politica di espulsione degli abitanti dei villaggi palestinesi che prevedeva la distruzione dei villaggi (“setting fire to, blowing up, and planting mines in the debris” ovvero “dar fuoco, far saltare in aria e minare le rovine”) espellendone gli abitanti oltre confine, divenendo così responsabile dei massacri e delle azioni violente contro la popolazione palestinese, in quella che è stata definita una “pulizia etnica”, come nei massacri di Deir Yassin e Tantura, per indurre la popolazione palestinese alla fuga. Le atrocità commesse dalle milizie e dai paramilitari sionisti (e in seguito dall’esercito ufficiale di Israele) sono sempre state nascoste e negate dalla propaganda ufficiale, ma nel maggio 2002 uno storico prestigioso dell’università di Haifa, Ilan Pappé, ha ricostruito il massacro operato dal 33° battaglione della brigata Alessandroni nel villaggio palestinese di Tantura dove il 23 maggio 1948 furono uccisi 200 civili. Pappé consi-dera il Piano Dalet come un “piano globale di espulsione” e di “pulizia etnica”, che rispecchia i propositi di Ezra Danin: “gli Arabi sulla terra d’Israele, resta solo una cosa da fare, partire di corsa”. I profughi palestinesi che sono rimasti in territorio israeliano sono stati considerati “squatters”, ovvero “intrusi, abusivi”.
Fu così che nel 1948, qualche mese prima della nascita dello Stato di Israele, ebbe luogo la Nakba ovvero la catastrofe dell’esodo palestinese (al-Hijra al-Filasṭīniyya), con la cacciata, con terrore e minacce, di oltre 700.000 palestinesi (musulmani, cristiani e drusi) dalla loro terra, che poi si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, pur sancito dall’ONU, sia durante che al termine del conflitto, per cui la loro percentuale nello Stato di Israele, in origine vicina al 50%, venne drasticamente ridotta. Questo esodo è anche all’origine del problema dei rifugiati palestinesi, e dei loro discendenti (5.149.742 nel 2015, secondo l’UNRWA, distribuiti in Giordania, Stri-scia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano e nei campi-profughi palestinesi) che costituisce uno dei contenziosi più difficili da risolvere del conflitto israelo-palestinese.
Gli israeliani hanno sostenuto che la tragedia dei rifugiati palestinesi non sarebbe direttamente imputabile ad Israele perché fu il mondo arabo a convincerli a fuggire, nonostante gli appelli dei leader ebrei a rimanere, ma si tratta di una enorme falsificazione storica, un “memoricidio” secondo Angelo D’Orsi de La Stampa. Ilan Pappe, un illustre esponente della Nuova Storiografia Israeliana, post-sionista, consultando gli archivi militari desecretati nel 1988, assieme ad Avi Shlaim, è giunto a chiarire quanto era accaduto nel ’48, in totale contrasto con la versione della storiografia ufficiale.
Il “trasferimento” della popolazione araba fuori dalla Palestina faceva parte del pensiero sionista fin dall’epoca di Theodor Herzl che considerava indispensabile realizzare una omogeneità della popolazione ebraica nello stato da realizzare.
Già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele, ed in particolare David Ben Gurion, aveva programmato un piano sistematico di pulizia etnica della Palestina. L’idea del “trasferimento” che è stato un pilastro dell’ideologia sionista, riteneva che uno Stato ebraico vitale non potesse veder la luce e sopravvivere con una minoranza araba troppo consistente e che dunque il suo “trasferimento” fuori dallo Stato fosse indispensabile. Le autorità sioniste e britanniche avevano con-cordato circa sulla “necessità” di procedere a “trasferimenti di popolazioni”. Ma secondo la giurisprudenza internazionale si tratta d’un crimine contro l’umanità e per questo il processo di pace si potrà avviare solo dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”. Non c’è speranza di una pace duratura in Medio Oriente finché i fantasmi del 1948 continuano a camminare” (The Independent).
Queste vicende sono generalmente suddivise in due fasi. Nella prima (dicembre 1947 – marzo 1948), subito dopo il voto dell’ONU, si allarga la violenza, con attentati e rappresagli che causano 2.000 morti e 4.000 feriti, e si allarga il panico perché la partenza dei britannici determina l’abbandono graduale dei pubblici servizi, i problemi di rifornimento e assistenza, il crollo dell’amministrazione, la scomparsa dello stato di diritto, lo sgretolamento della struttura sociale palestinese, per cui le classi dirigenti e medie arabe abbandonano il Paese, sperando di tornare, una volta terminate le ostilità. Nella seconda fase, fra aprile e giugno, che ha riguardato principalmente l’evacuazione di villaggi, ha visto un vero e proprio esodo rurale per gli attacchi, le intimidazioni e le espulsioni dall’Haganah, dell’Irgun e del Lehi, o per paura di tali attacchi, specie dopo le stragi avvenute in alcuni villaggi, come Deir Yassin e Tantura, con un esodo di circa 300.000 palestinesi.
È seguita una terza ondata (luglio-ottobre) ed una quarta (ottobre-novembre). Dal ’48 al ’50 l’esercito israeliano ha “pulito” le frontiere, eliminando diversi villaggi arabi, con l’espulsione di circa 40.000 civili palestinesi. Gli esodi sono stati sempre l’effetto di attacchi militari israeliani, che hanno prodotto un effetto valanga nelle città e villaggi nei dintorni di quelli già distrutti o do-ve erano state commesse delle atrocità, come il massacro di Deir Yassin, e le operazioni dei gruppi terroristici ebraici che miravano alla totale distruzione di gruppi interi di villaggi, specie a seguito delle diretti impartite dal Piano Dalet, al fine di provocare una situazione di panico e minacciando la fucilazione un esodo di massa, in applicazione dell’obiettivo del “trasferimento” della popolazione, implicita nel pensiero sionista. Secondo lo storico ebreo Ilan Pappé “l’esodo dei Palestinesi è il risultato d’una deliberata azione dei dirigenti sionisti di Palestina, che rientrava, in-fatti, in un piano di carattere generale finalizzato a sbarazzare il futuro Stato ebraico dal maggior numero possibile di palestinesi” e il piano Dalet sarebbe stato “un progetto di distruzione della società palestinese”, per cui parla di “pulizia etnica”. Sono 420 le città e i villaggi palestinesi spopolati o occupati e in buona parte interamente distrutte e rese inabitabili e le cui rovine sono state spesso sepolte e trasformate in parchi naturali per cancellarne le tracce. Fin dal 1948 Israele ha praticato la distruzione di interi villaggi, uccidendo una parte della popolazione e mettendo in fuga con il terrore i sopravvissuti e gli abitanti dei villaggi vicini. Il 9 aprile toccò a Deir Yassin, con un bilancio di circa 250 morti. Altre distruzioni “per rappresaglia” vi furono nel 1953, a Qibya (60 morti, per reazione alla morte di tre israeliani, uccisi non si sa da chi), mentre 500 civili furo-no assassinati a freddo durante la conquista di Gaza nel 1956, 200 a Khan Yunis e altrettanti a Rafa, e 49 contadini furono sterminati mentre tornavano dal lavoro ignari del coprifuoco imposto da Israele a Kfar Qasim. Queste operazioni furono compiute direttamente da militari israeliani, men-tre i massacri di Sabra e Shatila nel Libano furono delegati ai mercenari falangisti libanesi.
Come previsto ed atteso, il 15 maggio 1948, a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza gli eserciti degli stati arabi attaccarono lo Stato di Israele. ma vennero sconfitti e Israele conquistò che distrusse centinaia di villaggi palestinesi determinando l’esodo di 711.000 profughi arabo-palestinesi. A seguito di questa guerra (definita da parte israeliana “guerra d’Indipendenza” e da parte araba Nakba, “catastrofe”), Israele ha pressoché raddoppiato il suo territorio rispetto a quanto previsto dalla ripartizione proposta dall’ONU e conquistato anche la maggior parte di Gerusalemme, che sarebbe dovuta diventare un “territorio libero” sotto il controllo dell’ONU, occupando oltre trequarti del territorio del mandato inglese, isolando nettamente Gaza dalla Cisgiordania e giungendo ad occupare anche la maggior parte di Gerusalemme. Ma la vittoria israeliana venne agevolata dall’accordo segreto con Abdallah di Transgiordania, che consentì la spartizione definitiva lungo i confini rimasti in vigore fino al 1967, in cambio della sua sovranità sulla Cisgiordania.
La guerra si è conclusa con la tregua di Rodi, che ha tracciato solo una “linea verde” provvisoria di armistizio, che è diventata pressoché definitiva, come un confine esistente “de facto”, ma non “de iure” dello Stato di Israele dal 1949 fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, perché non ha mai portato ad un trattato di pace. Gli unici accordi sui confini furono in seguito raggiunti solo con Egitto (1979) e Giordania (1994), mentre rispetto ai territori palestinesi non esistono tuttora confini precisi.
Tutto ciò non è però finito in quegli anni, ma è proseguito finora con la legge sulle proprietà degli assenti per cui nessun palestinese oggi può rivendicare una proprietà confiscata, che ha determina-to la spoliazione dei palestinesi per legge, condannata dalla Corte internazionale di giustizia, che Israele rifiuta di accettare e che continuerà, perché l’estrema destra oggi al governo è alleata dei coloni che occupano gli edifici. E inesorabilmente continuano la loro guerra contro la presenza palestinese attraverso il sistema legale dell’occupazione e spesso della distruzione per legge. L’espulsione “legale” di decine di famiglie palestinesi dalle case di Sheikh Jarrah, nelle quali hanno vissuto per decenni, è la concretizzazione brutale dell’apartheid e dell’”ebraicizzazione” di Gerusalemme. Il villaggio di Al-Araqib della tribù araba beduina Al-Turi, cinque miglia a nord di Beersheba, è stato demolito dagli israeliani e ricostruito dagli abitanti più di 184 volte. Un altro esempio fra i tanti è il villaggio cristiano di Kafr Bir’im, in prossimità della frontiera libanese, la cui popolazione è stata interamente sgomberata con la forza nel novembre 1948 e il villaggio è stato bombardato e distrutto dall’aviazione israeliana.
Il “Giorno della Nakba” (Yawm al-Nakba, 15 maggio), viene commemorato ogni anno, ma nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce di manifestare pubblicamente in Israele lutto e dolore il 15 maggio.
Dopo la Guerra dei sei giorni del 1967 Israele ha occupato l’intera Palestina, compresi i territori di Gerusalemme est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, le Alture di Golan e la penisola del Sinai, e nel corso degli anni e ha iniziato a costruirvi delle colonie ebraiche, severamente vietate dal diritto internazionale nei territori occupati militarmente, sostenendo che non si tratta di territori occupati ma di regioni (Galilea e Samaria) sue fin dall’antichità e attribuite da Dio.
La Corte internazionale di giustizia ha confermato nel 2004 che i territori conquistati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano a essere definiti “territori occupati”, compresa Gerusalemme est, annessa da Israele nel 1980.
Con l’ammissione all’ONU, l’11 maggio 1949, Israele s’è impegnata a rispettarne le risoluzioni, ma ha subito provveduto ad emanare di leggi e decreti che ne contraddicono i principi, proibendo il rientro dei profughi palestinesi imposto dall’ONU con la risoluzione 194 del 1948 che sancisce il diritto di ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, confiscando i beni dei palestinesi e di-struggendo 420 villaggi palestinesi e scacciandone gli abitanti. Nel 1950 sono state approvate due leggi discriminanti, finalizzate all’espulsione definitiva dei palestinesi che sono:
La Legge del ritorno, fondata sulla definizione rabbinica di ebreo, che comprende chiunque sia nato da madre ebrea o si sia convertito alla religione ebraica. La cittadinanza israeliana viene data immediatamente, all’atto del suo arrivo, a qualsiasi ebreo, il che significa che qualsiasi ebreo, proveniente da qualsiasi parte del mondo che ne faccia richiesta e intenda stabilirsi nel paese; il diritto al ritorno è invece escluso, nonostante l’obbligo imposto dall’ONU con la risoluzione 194 del 1948 che sancisce il diritto di ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ai rifugiati palestinesi che sono stati costretti alla fuga prima, durante e dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948-1949. Pertanto, la nozione israeliana di cittadinanza, basata su legami di sangue e sulla fede religiosa, viene considerata discriminante e antidemocratica per definizione.
La Legge sulle proprietà degli assenti stabilisce che qualsiasi proprietà “abbandonata” da coloro che furono costretti alla fuga nel corso del conflitto del 1948-1949 sia incamerata dallo Stato di Israele. Si applica sia ai 200.000 palestinesi di cittadinanza israeliana (20% del totale), che fuggirono dalle loro case nel 1948 e si stabilirono in altre aree all’interno di Israele, sia ai palestinesi espulsi o costretti a fuggire in Cisgiordania, nella striscia di Gaza o in altri paesi. A tutte queste persone è stato cancellato ogni diritto di proprietà sui beni (terreni, abitazioni, società, azioni, conti bancari, cassette di sicurezza, ecc.) che appartenevano loro fino al 1948, con una vera e pro-pria espropriazione del tutto illegale per le leggi internazionali.
Dopo l’approvazione della Legge del ritorno da parte del governo israeliano, si assistette a una nuova forte immigrazione ebraica, che portò al raddoppio della popolazione di Israele. a legge fondamentale del 1980 (Israele, come il Regno Unito, non ha una Costituzione scritta) afferma che la capitale è Gerusalemme ma non vengono definiti i confini dello Stato, lasciando aperta la possibilità di estensione.

La frammentazione della Cisgiordania
Per impedire la formazione di uno stato arabo, nel ’79 il Piano Drobles “per la colonizzazione della Giudea e della Samaria”, ha frammentato i territori palestinesi in 227 piccole aree, simili a piccoli “bantustan”, circondate da insediamenti ebraici civili e militari, vietati ai palestinesi, appropriandosi della maggior parte dei terreni coltivabili sostituendo i contadini palestinesi con grandi proprietari terrieri israeliani. Le colonie ebraiche sono collegate fra loro e con Israele da 1661 km di strade chiuse ai palestinesi e presidiate da centinaia di posti di blocco che separano casa dal luogo di lavoro, di studio, dagli ospedali e rendono molti terreni coltivabili inaccessibili ai loro proprietari palestinesi. che possono circolare solo sulle vecchie strade secondarie, in pessimo stato e non possono raggiungere gli altri piccoli insediamenti palestinesi. Gli Accordi di Oslo del ’93 hanno diviso la Cisgiordania in tre aree: quella A, urbana, gestita dall’ANP, col 17% del territorio e il 55% della popolazione; quella B, rurale, amministrata dall’ANP ma sotto controllo militare israeliano, col 24% del territorio e il 41% della popolazione, e l’area C sotto il tota-le controllo militare israeliano e pressoché interdetta ai palestinesi, col 59% del territorio e il 4% della popolazione, che Netanyahu vuole annettere. Occupa l’intera valle del Giordano collegandola a Gerusalemme, e comprende la maggior parte delle risorse naturali, vietando ai palestinesi l’accesso al Mar Morto. La frammentazione è stata completata dal Muro, lungo 708 km, più del doppio della linea verde di armistizio, di 315 km, perché si insinua capillarmente all’interno del territorio palestinese anche per 25 km, inglobando colonie ebraiche, sorgenti e riserve naturali, tagliando l’11% del territorio e della popolazione e rinchiudendo nell’area cuscinetto, come in una prigione, 60.000 abitanti e 42 villaggi, circondando e soffocando anche città come Qalqilya e Betlemme. Sono in costruzione due nuovi muri: quello di Gaza di 65 km al confine con Israele e quel-lo alto 8 metri che corre lungo una nuova autostrada che taglia a metà, da nord a sud, la Cisgiordania. Continuano a crescere le colonie israeliane, illegali per i trattati internazionali, e gli avamposti, illegali anche per la legge israeliana, ma protetti dall’esercito, finanziati dal governo, allacciati ai servizi (acqua, luce, gas, etc.) e collegati con strade vietate ai palestinesi.

La situazione nei Territori occupati
Il ministro degli Interni israeliano, Ophir Pines-Paz, ha dichiarato nel 2005 che la politica verso i cittadini arabi è caratterizzata da “discriminazione istituzionale”. Buona parte del territorio intorno a paesi e villaggi arabi israeliani è stato confiscato o dichiarato ‘zona verde’, in cui è vietato costruire; le case costruite senza permesso vengono distrutte. Da quando lo Stato di Israele è sor-to, sono stati istituiti 700 paesi e villaggi per ebrei; non uno per i cittadini arabi. Decine di villaggi arabi, che già esistevano nel 1948, non sono riconosciuti dallo Stato di Israele; non ricevono quindi acqua, elettricità, fognature, non sono collegati alla rete fognaria e a quella stradale, e sono sotto la continua minaccia di essere demoliti. Questa minaccia è particolarmente concreta per i be-duini del Negev le cui coltiva-ioni sono state distrutte con prodotti chimici nel 2003.Nei Territori occupati sotto amministrazione israeliana vi sono violazioni dei diritti umani a causa della continua espansione degli insediamenti israeliani, l’aumento delle restrizioni per l’economia palestinese a causa della barriera di separazione israeliana nella Cisgiordania, gli attacchi dei coloni israeliani contro i civili palestinesi, l’embargo imposto dall’esercito israeliano e le continue incursioni e operazioni.
Israele accorda un trattamento preferenziale agli abitanti ebrei delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est per quanto riguarda la costruzione di case e i servizi municipali, mentre ai palestinesi è spesso vietato costruire, e molte case, ma anche scuole, vengono demolite, mentre nessuna restrizione esiste per i coloni ebrei, la cui presenza è illegale, ma, come denunciato anche dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah, distruggere case nei Territori occupati viola l’articolo 147 della Quarta Convenzione di Ginevra e dunque l’esercito israeliano ha compiuto crimini di guerra. Nei Territori Occupati i soldati israeliani hanno ripetutamente usato civili palestinesi, minori compresi, come scudi umani, ciò che è esplicitamente vietato dall’articolo 28 della Quarta Convenzione di Ginevra.
Nei Territori Occupati valgono leggi diverse per i coloni e per i palestinesi e l’uso di sistemi legali differenti, a seconda della nazionalità, ricorda il sistema dell’apartheid sudafricano. Se i coloni commettono reati sono sottoposti alla legge penale israeliana per i civili, se li commettono i palestinesi, i tribunali di Israele applicano la legge penale militare israeliana. Migliaia di detenuti palestinesi presenti nelle carceri israeliane sarebbero trattenuti per motivazioni politiche o in “detenzione amministrativa”, vale a dire sa tempo indefinito e senza che sia stato fissato un processo. La gestione degli acquedotti è riservata agli israeliani, che ‘prevedono una distribuzione giornaliera notevolmente diversa per i coloni e per i palestinesi e ai palestinesi è vietato scavare pozzi.
Per ammissione stessa della municipalità, molte delle politiche attuate a Gerusalemme, fin dal 1967, hanno lo scopo di ridurre la popolazione non ebraica.
Freedom House ha classificato i “territori occupati da Israele” come “non liberi”, con il punteggio di 6 sia per i diritti civili sia per quelli politici, dove 1 è la maggiore libertà e 7 la minore). Per quanto riguarda i milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati nel 1967, tuttora governa-ti in maggioranza da Israele) i diritti sono quelli di un popolo sotto occupazione militare.
Il presidente dell’assemblea dell’ONU Miguel d’Escoto Brockmann, ha definito il regime israeliano una forma di apartheid e l‘inesistenza d’ uno Stato palestinese e la continua situazione di tensione in medio oriente “Il più grande fallimento nella storia delle Nazioni Unite”.

Le critiche e opposizioni al sionismo
I mass media influenzati, dai sionisti più radicali, tendono a creare un’identificazione totale tra “ebraismo” e “sionismo”, che è storicamente infondata, perché il sionismo è una proposta politica specifica, di emigrazione verso Israele e all’inizio era un movimento di minoranza a cui moltissimi ebrei si opponevano, anche la maggioranza delle comunità ebraiche europee, e la quasi totalità di quelle arabo-ebraiche, fino a quando l’avvento del nazismo con le sue leggi razziali e l’Olocausto e il blocco dell’emigrazione negli altri paesi, l’ha trasformata in una specie di ancora di salvataggio.
L’opposizione deriva sia da motivi religiosi che da quelli laici e secolari, democratici e della sinistra.
A livello religioso molte componenti hanno rifiutato il sionismo, per diversi motivi.
Le organizzazioni religiose non sioniste sono radicalmente ostili all’esistenza stessa di uno Stato ebraico, per l’antica e irrisolta polemica tra chi era fautore della presenza a Gerusalemme del Tempio salomonico, in cui si credeva fossero tradizionalmente conservate le tavole della legge ricevute da Mosè sul Monte Sinai e chi è ancora contrario attualmente alla sedentarizzazione del “Popolo Eletto” e considera addirittura blasfema la pretesa di quanti credono nella necessità di ricostruire il Tempio distrutto dai soldati romani dell’Imperatore Tito, contrapponendosi in tal modo alle previsioni bibliche che considerano possibile la ricostruzione del Tempio soltanto con l’avvento del Messia e la fine del mondo (ma alcuni sionisti messianici cercano di costruire il Terzo tempio distruggendo la Moschea della Cupola della Roccia, che provocherebbe un conflitto quasi mondiale).
I Canaanisti hanno rifiutato la nozione di “popolo ebraico”, asserendo che l’Ebraismo è una religione, non una nazione e pensavano che l’Ebraismo come religione non fosse radicato nella terra d’Israele come lo era invece l’identità etnica ebraica. Per l’ebraismo ortodosso il regno d’Israele deve essere ristabilito solo col ritorno del Messia e dunqu8e l’esistenza dello Stato di Israele equivale ad una bestemmia. Per gli ebrei riformati gli ebrei costituiscono una comunità religiosa e non un’entità etnica, e il regno messianico atteso non sarebbe che una metafora per un futuro di libertà religiosa, di giustizia e di pace, da realizzarsi nei diversi stati. Particolarmente interessante è la posizione della popolazione palestinese di religione ebraica, appartenenti alla “Vecchio Yishuv”, presenti in parte fin dall’antichità ed in parte presente da molte generazioni, che si è op-posta decisamente al movimento sionista e all’immigrazione degli ebrei della diaspora, che consideravano una aggressione colonialista europea, e ha dato origine nel 1912 al movimento antisionista Agudath Israel da cui è nato, nel 1938, Neturei Karta (Guardiani della città in aramaico, che aveva progressivamente sostituito come lingua parlata dalla fine dell’esilio babilonese, nel 538 avanti Cristo, l’antico ebraico divenuto lingua liturgica), estesa anche fuori dalla Palestina, che per motivi religiosi non riconosce come legittimo lo stato di Israele, rifiuta il servizio militare e le elezioni, e ritiene che la terra attualmente occupata dallo stato di Israele appartenga ai palestinesi, che vi hanno sempre abitato ed ha perciò protestato spesso a fianco dei palestinesi arabi. Il loro rabbino Amram Blau, sopravvissuto all’Olocausto, ha affermato che il riconoscimento accordato dall’ONU allo Stato israeliano è una grave ingiustizia nei confronti degli stessi ebrei, accusando il sionismo di essere all’origine dell’antisemitismo e pregando affinché cessino le sofferenze e lo spargimento di sangue dei palestinesi nella Terra Santa. Il loro rabbino Moshe Hirsch è stato ministro del governo di Yasser Arafat. Anche per altri ebrei ortodossi (haredim, chassidici) l’dea sionista appare come una minaccia alla tradizionale identità ebraica, perché considerano gli ebrei come un gruppo religioso e non una nazione separata e nel 1958 Rabbi Joel Teitelbaum ha redatto una confutazione teologica del sionismo. Avishai Margalit, professore di filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme ha scritto che “chi si impossessa di parti di territori palestinesi come fa quotidianamente lo stato d’Israele al di là della linea verde deve sapere che deruba e ferisce la parte più delicata dell’identità dei suoi abitanti, e nessuno sa meglio di noi ebrei quanto l’identità nazionale e religiosa sia stata per noi importante e quanto siamo pronti a sacrificarci per lei. Da-to che la patria non è solo territorio ma anche un elemento primario nell’identità individuale e nazionale, la divisione della terra d’Israele in due stati non è solo l’unica soluzione politica, ma è anche un imperativo morale”.
In ambito secolare, si oppose al sionismo, almeno in un primo periodo il Bund, che lottava per la giustizia sociale e l’eguaglianza dei diritti in Europa orientale, e gli ebrei di sinistra, per i quali l’antisemitismo si combatte lottando per il socialismo. Infatti esiste una coraggiosa sinistra antagonista israeliana, purtroppo minoritaria, come quella fondata da Uri Avnery, che ha cercato sempre, coraggiosamente, nonostante l’ostilità dei sionisti revisionisti, il dialogo con i palestinesi a partire dalla solidarietà con le vittime di soprusi, a cui ha assicurato la difesa legale, ma è poco conosciuta nel mondo. Esistono inoltre molte ONG che svolgono un lavoro importante e prezioso di difesa della democrazia e dei diritti dei palestinesi, anche nei Territori occupati, di cui la principale è B’Tselem (“a immagine di”, come in Genesi 1:27), “Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati” fondato il 3 febbraio 1989 da un gruppo di avvocati, acca-demici, giornalisti e membri della Knesset, odiato dai sionisti revisionisti, che si propone di “documentare ed educare il pubblico ed i politici israeliani sulle violazioni dei diritti umani compiuti dallo stato di Israele nei territori occupati, impegnarsi nella lotta contro il fenomeno della nega-zione tra i cittadini israeliani e contribuire a creare una cultura dei diritti umani in Israele”. Si occupa della responsabilità della polizia e delle forze militari nei territori occupati, dell’uso di punizioni amministrative, del continuo uso della tortura negli interrogatori, della politica illegale di demolizione case come forma di punizione collettiva, spesso giustificata per inesistenti scopi militari, la discriminazione dei palestinesi nelle costruzioni, lo status giuridico degli abitanti di Gerusalemme est, gli effetti della barriera israeliana in Cisgiordania, gli ostacoli alla riunificazione familiare e minorile, la separazione familiare, l’illegalità delle colonie, l’internamento della popolazione palestinese di Hebron, la violazione del diritto internazionale nel campo dei diritti umani, l’abbandono di infrastrutture e di servizi, la crisi idrica nei territori palestinesi, l’apartheid nell’accesso alle scuole, le restrizioni alla circolazione per i palestinesi, l’espropriazione delle ter-re, le violenze dei coloni israeliani, l’uso della forza (pestaggi e abusi, uso di armi da fuoco e di scudi umani), diritti dei lavoratori provenienti dai territori. Come si vede esprime tutta la gamma delle violazioni perpetrate normalmente in Israele e costituisce uno strumento estremamente prezioso di difesa della democrazia e contro i soprusi.

Quali sono le prospettive attuali di risoluzione del conflitto?
Le responsabilità israeliane dello scontro attuale, concretizzatesi nelle deportazioni di pulizia etnica a Gerusalemme e nella violazione intenzionale della Spianata delle Moschee e della moschea Al-Aqsa, sono del tutto evidenti e derivano anche dallo scontro politico per la formazione del nuovo governo che vede come protagonisti-rivali il premier di estrema destra Netaniahu, che ha spinto verso nuovi insediamenti e l’espulsione dei palestinesi, contrapposto a esponenti ancora molto più di destra e antipalestinesi di lui, che alimentano lo scontro e intendono raggiungere la “soluzione finale” che, come hanno chiarito più volte, faccia capire ai palestinesi che sono sconfitti e senza speranza. In questo contesto la corsa è verso le posizioni più estremiste perché è or-mai chiaramente dimostrato ovunque (anche nel successo della Thatcher dopo lo scontro sulle Malvinas), che fare la guerra porta ovunque voti, almeno nell’immediato, specie se è vincente.
Ad impedire un accordo equo resta il fatto che gli interessi israeliani a proseguire il conflitto sono estremamente forti e radicati nella stessa identità sionista di Israele, mentre i palestinesi sono troppo deboli ed isolati. Per imporre una pace equa il mondo dovrebbe affrontare la crisi e agire. Troppe risoluzioni dell’Onu sono state violate da Israele e troppe responsabilità internazionali sono state ignorate. Ogni giorno che passa, da trent’anni, rende la soluzione del conflitto più inestricabile, se non impossibile. Ma la situazione attuale è insopportabile per i palestinesi, ormai afflitti dall’assenza di futuro, da un senso di oppressione e discriminazione, dalla disperazione. Ancora oggi solo gli Stati Uniti potrebbero influenzare gli attori di questo scontro perpetuo, ma sembrano, come abbiamo visto, per ragioni politiche interne, di non averne alcuna intenzione.
Anche i palestinesi sono ormai convinti del fatto che la politica di espansione coloniale di Israele, di pulizia etnica e di “apartheid” ha reso ormai impossibile l’idea dei “due stati per due popoli”, anche se è tuttora proclamata, senza alcuna efficacia, dall’ONU, mentre gli Stati Uniti bloccano ogni risoluzione. La premessa indispensabile per giungere alla pace è comunque la rinuncia ad espandere le colonie e la rimozione dei divieti di movimento per i palestinesi. Rispetto al diritto al ritorno nelle proprie case dei profughi, che sembra pressoché impossibile per Israele, perché modificherebbe gli equilibri demografici, ponendo gli ebrei in minoranza, è comunque indispensabile un adeguato indennizzo, previsto dall’ONU ma finora rifiutato da Israele.
A parte le idee, del tutto inaccettabile, di alcuni esponenti israeliani, di una deportazione dei palestinesi in Giordania, restano alcune ipotesi che però implicano una complessiva trasformazione dell’attuale realtà dello stato di Israele, da etnico-confessionale a laico democratico e pluralista, e dunque potrebbero essere praticate solo a seguito di una enorme pressione internazionale di cui non si vede alcuna traccia, neppure fra i paesi arabi, ormai dimentichi della questione palestinese, che hanno abbandonato i palestinesi a se stessi. Si tratta delle ipotesi abbastanza simili dello stato unico binazionale, della federazione binazionale e dello stato unitario binazionale.
Lo Stato unico binazionale prevede la totale parificazione della cittadinanza e dei diritti delle due etnie, realizzata eliminando la natura teocratica dello stato e cancellando lo “Stato ebraico” definito nella Legge fondamentale del 2018, come è avvenuto in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid e negli Stati Uniti a seguito delle lotte per i diritti civili (ma in ambedue i casi si tratta di situazioni irte di difficoltà).
La Federazione binazionale dovrebbe prevedere, sul modello della Svizzera, degli Stati Uniti, del-la Spagna e del Regno Unito (a seguito delle devoluzioni federali in Catalogna e Scozia, che però presentano gravi problemi di convivenza) di stati ebraici e arabi dotati di un’ampia autonomia, con una parità di diritti per tutti per tutti gli israeliani e i palestinesi, che però presenta problemi relativi alla distribuzione delle risorse naturali e dei rapporti fra i vari stati della federazione, ivi compreso il loro carattere laico o confessionale.
Lo Stato unitario binazionale, una ipotesi già molto vecchia, che presenta problemi relativi alla sua laicità e libertà religiosa e su come garantire una effettiva parità dei diritti. È sostenuto da va-ri gruppi israeliani e palestinesi, in particolare dai pacifisti e dagli antisionisti laici non nazionali-sti, come i comunisti. I timori israeliani riguardano anche la futura consistenza demografica delle due comunità, mentre gli arabi temono che il nuovo stato possa avere uno status asimmetrico. Il timore è che questa ipotesi possa finire in una guerra civile, a causa dei contrapposti sentimenti nazionalistici. Dopo il fallimento del processo di pace di Oslo e le difficoltà sorte alla soluzione dei due stati, il docente universitario palestinese-statunitense Edward Said era diventato un soste-nitore di questo piano, che aveva avuto, già nel 1948 l’appoggio di personalità come Albert Einstein e, successivamente, è stato sostenuto da numerose personalità laiche filo-palestinesi ma non anti-ebraiche come Noam Chomsky, Vittorio Arrigoni, Rachel Corrie, che giudicavano uno Stato palestinese troppo debole ed esiguo rispetto a Israele e dunque sostanzialmente da esso dipendente anche se venisse riconosciuto ufficialmente come indipendente e sovrano. Ma il principale ostacolo, quasi insormontabile, ad ogni soluzione è costituita dalla necessità di superare la concezione religiosa messianica della “terra promessa per il popolo eletto” che caratterizza le diverse sette ebraiche e che si avvale dell’uso della forza per affermare la propria superiorità.
Si tratta di obiettivi, molto difficili da raggiungere, ma essenziali per costruire un percorso verso la pace e garantire dei diritti ai palestinesi, ed esige una concreta solidarietà internazionale che purtroppo è oggi assai debole e vede la defezione degli stati arabi. Ma non esistono scorciatoie e, senza un vasto impegno internazionale in tale direzione, il massacro continuerà e non ci sarà mai pace fra gli ulivi.

La Legge fondamentale su Israele quale Stato nazionale del popolo ebraico
Lo Stato di Israele è nato con l’obiettivo specifico di accogliere i presunti esuli della diaspora del popolo ebraico ed è perciò fortemente connotato fin dalla sua origine sotto il profilo etnico-religioso (ethnos), ulteriormente rafforzato dal credo religioso della “terra promessa” data da Dio al “popolo eletto”, ma ciò si contrappone al concetto di democrazia, intesa come governo del popolo, composto da tutti i cittadini di un determinato Stato (demos). Tale ordinamento qualifica Israele come una etno-teocrazia. Ciò avveniva di fatto ma non aveva un inquadramento giuridico, anche perché in Israele non è mai stata fatta una Costituzione, proprio per la difficoltà di definirne il territorio e la cittadinanza.
La risoluzione 181/1947 dell’Assemblea Generale dell’ONU, che prevedeva la divisione della Palestina in due stati, imponeva, quale contenuto obbligatorio, l’affermazione della libertà di co-scienza e di esercizio di ogni forma di culto, soggetta solo ai limiti del mantenimento dell’ordine pubblico e della morale, il divieto di discriminazione degli abitanti per ragioni di razza, religione, lingua o genere, con una uguale protezione delle leggi per tutti gli individui soggetti alla giurisdizione della Stato; il divieto di ogni atto d’esproprio della terra di proprietà di persone di etnia araba nello Stato ebraico (e viceversa), se non a fini pubblici e comunque dietro piena compensa-zione fissata dall’organo giudiziario di vertice prima dell’esecuzione della misura. Per questo la Dichiarazione di istituzione dello Stato d’Israele (detta comunemente Dichiarazione di Indipendenza), in ossequio alle prescrizioni della risoluzione 181/1947 dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha sancito l’impegno del nascente Stato di Israele a garantire una completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i cittadini senza distinzione di religione, razza o genere e a garantire la libertà di religione, coscienza, lingua, istruzione e cultura, ma si tratta di una petizione di principio che risulta nei fatti completamente disattesa da una serie di leggi per le quali l’appartenenza all’etnia ebraica viene utilizzata come criterio distintivo esplicito per godere di una posizione di favore, per cui la natura etnica dello Stato è divenuta la pietra angolare della sua architettura legislativa e costituzionale, mettendo in dubbio la nozione moderna di popolo come insieme dei cittadini di uno Stato.
La Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU e la Dichiarazione di Indipendenza sono state ampiamente smentite prima dalla Legge sulla nazionalità e del Ritorno e poi dalla nuova Legge fondamentale, per cui la cittadinanza formale israeliana viene segmentata in due diverse classi, accordando una posizione di privilegio a coloro che possano vantare un’ascendenza materna ebraica.
La Legge del Ritorno identifica, con valore normativo, quello ebraico come gruppo nazionale do-minante in Israele e, di concerto con la Legge sulla nazionalità, riconosce a ciascun “oleh” (ebreo immigrato in Israele) il diritto a ottenere la cittadinanza israeliana sulla base del privilegio della “aliyah” (l’immigrazione in Israele), concedendolo ad ogni persona di discendenza ebraica in linea matriarcale o convertita all’Ebraismo, il diritto a recarsi in Israele ed a potervisi stabilire in via permanente, in particolare nelle colonie, ma questo diritto è stato poi esteso anche a figli, ni-poti e relativi coniugi. Il coniuge di una persona di etnia ebraica, che non può avvalersi dei Diritto del Ritorno (in quanto non ebreo), può comunque ottenere la cittadinanza per naturalizzazione, anche qualora non soddisfi le condizioni richieste per tutti gli altri non cittadini, che possono ottenerla esclusivamente per residenza, nascita o naturalizzazione. L’appartenenza all’etnia araba vie-ne assunta come criterio di esclusione dal diritto all’ottenimento e al godimento della cittadinanza di Israele. È vietata qualsiasi rivendicazione mirante al riconoscimento di una parità di diritti del gruppo palestinese o arabo, i cui membri, se cittadini, possono ottenere soltanto eguaglianza giuridica nella propria sfera individuale, ma non in quella politica e sociale. La cittadinanza israeliana è pressoché impossibile da ottenere per i profughi palestinesi, espropriati dalle loro terre ed ai quali è vietato il ritorno (e che non possono chiedere alcun indennizzo per l’esproprio). La legge legalizza l’occupazione e regolarizza oltre 4.00 case costruite dagli ebrei su terreni privati palestinesi in Cisgiordania.
Il 6 febbraio 2017 la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato in via definitiva una controversa legge che consente una sanatoria retroattiva, definita persino da un parlamentare del Likud una “legge-rapina”, che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro, permettendo a qualsiasi cittadino di occupare un terreno in Cisgiordania senza temere conseguenze legali, favorendo le frange più estreme del movimento dei coloni (cioè i cittadini israeliani che vivono nei territori occupati militarmente da Israele) e, dato che avrà valore retroattivo, legalizzerà qualsiasi insediamento già presente in terra palestinese. Va ricordato che ai palestinesi era già prima vietato acquistare terreni o abitazioni possedute in precedenza da ebrei, mentre la autorità mettano a disposizione degli ebrei delle risorse per acquistare terre e case dai palestinesi (quando semplicemente non le sequestrano senza alcun indennizzo).
Il 19 luglio 2018 la Knesset ha approvato dopo una lunghissima discussione e con una maggioranza molto esigua, la «Legge fondamentale su Israele quale Stato nazionale del popolo ebraico», che è di rango costituzionale, e presenta una “clausola di eternità” finalizzata ad impedirne ogni modi-fica futura.
Tale legge definisce e sancisce in modo giuridicamente efficace la natura etno-teocratica ebraica dello stato israeliano, risolvendo l’antinomia fra democraticità ed ebraicità ponendo il valore dell’ebraicità al vertice dell’ordinamento., a scapito della democraticità. Di particolare rilevanza sotto il profilo costituzionale è l’art. 1, dedicato ai principi fondamentali, che sancisce che la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, sulla quale lo Stato di Israele fu istituito, afferma che lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, in cui esso realizza il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione nazionale, che è unicamente di spettanza del popolo ebraico, negando tale possibilità alle altre realtà etnico religiose, a partire dai musulmani, i cristiani e i drusi. L’identificazione fra Stato di Israele e nazione ebraica, che ne costituisce la comunità di riferimento, rende evidente la divaricazione fra la cittadinanza (conferita anche a chi ha un’origine etnica diversa) e la nazionalità, che stabilisce che Israele è lo Stato degli ebrei con un trattamento preferenziale e discriminante rispetto agli altri cittadini o residenti; la lingua ufficiale diviene solo quella ebraica (mentre in precedenza lo era anche quella araba); stabilisce lo status di Gerusalemme come capitale (cosa del tutto esclusa dalle risoluzioni dell’ONU), la relazione speciale con la diaspora, le festività ebraiche come giorni ufficiali di riposo per lo Stato. La legge non indica quali siano i confini dello stato. Promuove e incoraggia la moltiplicazione degli insediamenti illegali degli ebrei nei territori occupati definendolo un “interesse nazionale”. Persino il presidente israeliano Reuven Rivlin, del Likud, ha inviato una lettera alla Knesset sostenendo che l’approvazione della legge può danneggiare prima di tutto il popolo di Israele, mentre il rappresentante diplomatico dell’Unione Europea ha detto che questa legge “puzzava di razzismo” e danneggiava la reputazione internazionale di Israele mentre Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba, l’ha definita “una legge coloniale”.
Dato che in questa legge l’elemento dell’appartenenza etnico-religiosa determina il riconoscimento (o meno) di una serie di diritti significativi che costituiscono il nucleo essenziale della cittadinanza di uno Stato moderno, essa risulta in aperta contraddizione e violazione delle norme inter-nazionali e fa parte di un sistematico attacco alle libertà democratiche del paese, e perciò costituisce un ulteriore passo in avanti verso l’istituzione di uno stato autoritario e discriminante.

Ma in queste condizioni Israele può essere considerata una democrazia?
Haaretz, il più importante quotidiano israeliano, riferendosi alla Giordania, ha scritto che “in Me-dio Oriente c’è una democrazia, ma non è Israele”, smentendo la dichiarazione del governo israeliano che Israele è “l’unica democrazia in Medio Oriente” e affermando chiaramente un concetto che gli occidentali, che hanno sulla coscienza la colpa terribile della Shoa, hanno timore di esprimere.
Sebbene il rabbino sionista Yossef Dayan abbia affermato che “l’ebraismo e la democrazia occidentale sono incompatibili”, I sionisti hanno sempre sostenuto la compatibilità fra democrazia ed etnicità religiosa, sulla base del fatto che la concezione di Israele come “focolare ebraico” e Stato-Nazione etnico-religioso del popolo ebraico riveste un intento normativo, perché a loro avviso es-so nasce non come uno stato della popolazione stanziata e residente in un dato territorio (demos), ma come uno stato particolaristico, ovvero dedicato specificamente al gruppo etnico ebraico che lo ha fondato nel 1948 (ethnos), e ciò esige necessariamente l’esistenza d’una maggioranza ebraica permanente nella popolazione, legittimando l’ebraicità dello stato e consentendo di escludere gli altri residenti di comunità diverse. Pertanto ritengono che la conservazione e la protezione e di tale consistenza demografica maggioritaria non solo sia legittimamente perseguibile, anche con la pulizia etnica, ma anzi sia un vero e proprio diritto il cui carattere democratico deriverebbe, a loro avviso, dalla volontà di quella stessa maggioranza, che trae legittimazione dal riconoscimento internazionale del diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico. Ciò che inficia tale giustifica-zione è, da un lato, che non viene considerata l’origine terroristica (di Haganah e Irgun) che ha prodotto tale maggioranza, attraverso l’espulsione, provocata dal massacro dell’intera popolazione di villaggi innocenti, della precedente popolazione della Palestina ivi residente fin dall’antichità, ritenuta una presenza abusiva in una “terra promessa” da Dio al “popolo eletto” e, dall’altro, sta nel fatto che la risoluzione dell’ONU imponeva un analogo diritto anche per il popolo palestinese, nell’ambito della soluzione dei “due Stati per due nazioni”, ma tale autodeterminazione è riservata dalla Legge Fondamentale del 2018 ai soli ebrei ed è invece negata a tutte le al-tre comunità etniche presenti sul territorio di Israele, e ciò si pone in contraddizione con quanto statuito dalla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite che ha ritenuto che l’accordo Israelo-Palestinese ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza del 28 settembre 1995, nel riferirsi ripetutamente al popolo palestinese e ai suoi diritti legittimi, vi abbia ricompreso anche quello all’autodeterminazione, e l’obbligo di rispettare tale prerogativa è riconosciuto anche dalla Carta delle Nazioni Unite (art.1, 12 e art. 55) e, peraltro, l’affermazione della riserva di tale diritto al solo popolo ebraico configura una sua lesione non solo nei confronti del popolo palestinese, ma anche delle altre comunità minoritarie (es. Cristiani, Drusi, Beduini).
Dunque la possibilità della coesistenza fra ebraicità e democraticità nell’ordinamento dello Stato di Israele viene sostanzialmente negata dalla rilevanza preponderante dell’elemento etnico-religioso come fattore discriminante presente nel tessuto costituzionale israeliano.
Pur considerando l’esistenza di diverse forme di democrazia, più o meno autoritaria, con una tendenziale
dicotomia fra le democrazie maggioritarie liberali, secondo le quali il governo della collettività spetta alla maggioranza del popolo, e le democrazie consensuali e consociative, nelle quali il metodo maggioritario è accolto come necessario ma viene temperato da un constante impegno rivolto all’allargamento del perimetro della maggioranza che adotta le decisioni, ciò che accomuna queste due forme di governo democratico tradizionali è la irrilevanza dell’appartenenza etnica: nel modello maggioritario lo Stato lascia la dimensione etnica alla sfera privata, contribuendo a formare un ordinamento omogeneo sotto il profilo identitario, offrendo i mezzi per l’integrazione, mentre nella democrazia consociativa l’appartenenza etnica diviene un criterio di riferimento rilevante nell’organizzazione dello Stato, riconoscendo a ciascuna etnia una certa autonomia rispetto all’istruzione e una quota definita negli uffici pubblici, anche elettivi. Comune è la presenza di istituzioni democratiche, l’eguaglianza e la cittadinanza di tutti i membri della comunità e la neutralità nei confronti dell’uno o l’altro gruppo etnico, che devono pesare in modo eguale nella determinazione dell’indirizzo politico, senza distinzioni sulla base della provenienza. Perché ciò sia possibile è necessario che le istituzioni assicurino la libertà di associarsi, di manifestare libera-mente il proprio pensiero, il diritto di voto con suffragio universale e l’opportunità per i candidati di avere risorse per fare campagna elettorale e ottenere voti, la presenza di fonti di informazione alternative, delle elezioni libere e regolari e la composizione delle istituzioni, che prendono decisioni di rilevanza pubblica, che viene determinata dai voti espressi nelle consultazioni elettorali, per garantire la rispondenza dell’azione governativa alla volontà della comunità di riferimento. Deve inoltre garantire la tutela più ampia possibile delle minoranze che esprimono un indirizzo politico minoritario.
Lo stato democratico entra in crisi quando viene assicurato il predominio di un dato gruppo etnico sulle istituzioni pubbliche, limitando il godimento delle garanzie democratiche al solo gruppo etnico che comanda, escludendo tutti coloro che non vi appartengono, identificando il fondamento dello stato nella nazione intesa in senso etnico e non nella cittadinanza estesa a tutti. Viene definita etnocrazia o democrazia della razza dominante (Herrenvolk), come nella “apartheid” sudafricana (fino al 1994), ma anche Estonia e Lettonia che escludono dalla concessione della cittadinanza gli abitanti di lingua russa residenti a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.
Con la Legge Fondamentale del 2018 l’ebraicità è diventata il criterio fondamentale per il control-lo di costituzionalità di qualsiasi testo di legge ordinario, influenzando così la natura dello stato di Israele. La condizione di privilegio di coloro che hanno una discendenza ebraica, sancita dalla Legge fondamentale del 2018 avente un carattere costituzionale, configura lo stato di Israele come uno stato etnico esclusivo, discriminante rispetto ai propri cittadini di origine araba (sia musulmani che cattolici o drusi), esclusi dalla leva, dalla magistratura, dal governo e dai più elevati uffici pubblici, dalla ricomposizione familiare e dal diritto di autodeterminazione, riservato agli ebrei. Inoltre con la concessione del diritto al voto ai coloni ebrei dei territori occupati e non a quelli non ebrei, definisce il corpo elettorale sulla base della nazione ebraica (ethnos) nella sacra Terra di Israele (Eretz Israel) e non sulla cittadinanza israeliana (demos) nello Stato di Israele (Medinat Israel). Israele legifera su territori palestinesi oltre i confini internazionalmente riconosciuti dello Stato. A ciò va aggiunta l’intenzione di effettuare una espansione nei territori occupa-ti, vietata dai trattati internazionali, con una progressiva pulizia etnica dei palestinesi che li abita-no a cui va aggiunta l’applicazione della Legge del Ritorno agli ebrei di tutto il mondo che non sono mai stati in Israele né vi discendono, mentre il diritto al ritorno è escluso per i profughi palestinesi cacciati dalle loro terre.
Israele ha fatto proprio il sistema ottomano del millet, per il quale ciascun cittadino appartiene a una confessione religiosa che amministra autonomamente le questioni giuridiche di natura familiare ed ereditaria, favorendo i matrimoni all’interno del medesimo gruppo etnico-religioso.
Da tempo gli ambienti intellettuali progressisti sono sempre più allarmati per lo spostamento sempre più a destra dell’asse politico d’Israele e hanno denunciato la pericolosa deriva etnocratica del paese e delle sue istituzioni. “Israele è uno stato di tutti i suoi cittadini”, compresi 1,023 milioni di arabi, è la modifica che i parlamentari arabi israeliani volevano inserire nella Legge Fondamentale costituzionale, che il parlamento israeliano ha deciso, a grande maggioranza (95 su 120 parlamentari e 8 su 10 partiti, esclusi la Lista Araba Unita e la sinistra pacifista di Meretz), di non discuterne.
Non si tratta solo di una maggioranza politica schiacciante. È la chiara espressione della dittatura di una maggioranza che afferma che lo stato d’Israele è solo degli ebrei e che gli altri sono inferiori, un incidente della storia, e ribadisce la supremazia “etnico-identitaria” degli ebrei come elemento fondativo dello stato d’Israele, sulla base della visione messianica d’un “popolo eletto” che ha una missione divina da compiere e una “terra santa” da conquistare, per cui l’essere il focolaio nazionale del popolo ebraico nega il carattere democratico, aperto, inclusivo della democrazia in Israele. È il trionfo d’una destra che non ha mai dismesso il sogno di realizzare la “Grande Israele”, con l’espulsione dei palestinesi. Un trionfo sottolineato dal fatto che l’ingresso, con 6 seggi, alla 24° Knesset, del partito neonazista, razzista, omofobo, Religious Zionism, dei seguaci fanatici del defunto Rabbi Meir Kahane, di Brooklin, con l’incoraggiamento del primo ministro dimissionario Netanyahu, per evitare i processi penali contro di lui in tribunale. Questo è stato ot-tenuto per l’interesse personale di Netanyahu, lo chiarisce molto bene l’editoriale di Haaretz, pesa come un macigno e rappresenta uno spartiacque, come sottolinea il quotidiano Haaretz. Perfino l’American Jewish Committee (Ajc) ha dichiarato di essere “profondamente deluso” della deci-sione della Knesset sugli insediamenti israeliani.
Oggi il futuro d’Israele si gioca solo a destra, perché l’estrema destra etnocratica (cioè razzista) israeliana ha vinto, ancor prima che nelle urne, sul piano culturale, avendo plasmato la psicologia di una Nazione a propria immagine e somiglianza, facendo prevalere, nella coscienza collettiva, l’idea di appartenere ad uno stato teocratico basato sulla religione, aperto solo a chi la professa, anziché ad uno stato democratico basato su leggi uguali per tutti, indipendentemente dalla fede di appartenenza e dall’etnia, un concetto non negoziabile e chi osa farlo è considerato un traditore che merita la morte, come è avvenuto a Itzak Rabin. Il grande scrittore israeliano David Grossman ha sostenuto che per il popolo israeliano sarebbe stato meno doloroso cedere dei territori occupati piuttosto che fare una revisione critica della nascita dello Stato d’Israele, perché avrebbe dovuto portare al riconoscimento, finora rifiutato, dei palestinesi come popolo, con una propria storia e identità nazionale, che mette in discussione l’identità e il ruolo del popolo ebraico nel mondo, la sua missione storica da compiere. È una variante, particolarmente aggressiva del sovranismo nazionalista che segna ovunque la realtà odierna, minacciando il futuro. Ma i governanti israeliani, nella loro visione espansionistica, puntano sulla deterrenza militare, anche atomica, perché hanno più paura della pace che della guerra, per poter mantenere un clima di emergenza e di mobilita-zione della popolazione, temendo che un Paese normale possa significare la fine della tensione per mantenere una maggioranza demografica. Rispetto agli arabi.
La sinistra è in crisi ovunque, ma in Israele ha assunto la sua crisi ha assunto la dimensione di una catastrofe. Il sionismo laburista è stato l’ideologia fondante dello Stato di Israele, e ha governato senza interruzione dal 1948 al 1977, con il sostegno dell’Histadrut (il sindacato) e del movimento dei Kibbutz, e quando il sionista revisionista Menachem Begin ha portato al potere il Likud, era ancora il partito socialista che rappresentava l’insieme delle classi dirigenti del paese, ma il falli-mento delle trattative coi palestinesi, e l’attentato a Rabin, assieme alla sostanziale privatizzazione del movimento dei Kibbutz, al declino dello stato sociale seguito della svolta neoliberista e all’indebolimento dell’Histadrut, causato dalla profonda trasformazione del mondo del lavoro, hanno portato ad una ripresa forte del nazionalismo e ad un esodo a destra dell’elettorato, verso un accentuato nazionalismo,
A causa della frammentazione politica e della difficoltà di costruire un governo stabile, che in un periodo di crisi affligge ormai molti Paesi, ma è particolarmente grave in Israele, gli esponenti politici, quasi tuti di estrema destra (il Likud, sovranista etnocentrico ne sarebbe il fianco sinistro), che oggi competono aspramente per il controllo del potere, per affermarsi ricorrono allo scontro con un nemico esterno, in genere palestinese, ma ancheco0n l’ONU e l’opinione pubblica democratica, stimolando l’insicurezza e le paure della gente per raccoglierne i voti, per cui risulta vantaggioso ricorrere all’appartenenza etnica ed anche ad una offensiva militare che, data la profonda asimmetria delle forza in campo, consente, sacrificando pochi soldati israeliani, di infliggere gravi perdite umane ai palestinesi, che diventano cinicamente per i politici sionisti, delle medaglie sul petto da esibire nello scontro elettorale. Una situazione da incubo, un vero inferno per gli ara-bi, che potrebbe spingere Israele sull’orlo del baratro. Per questo anche il partito socialista ha cercato di recuperare spostandosi a destra e diventando pressoché indistinguibile nei suoi programmi, sul tema della sicurezza interna, ritenuto centrale dall’elettorato, per cui , davanti a programmi uguali, gli elettori scelgono gli interpreti più autentici, quelli della destra, ormai dilagante, e i laburisti hanno pagato duramente le loro scelte di slittamento a destra, quasi scomparendo dal Par-lamento dove sono rimasti, con pochissimi eletti, solo presentandosi in coalizione con altri partiti. E poi c’è anche una battaglia demografica, perché ormai da decenni gli ultraortodossi fanno molti più figli dei laburisti. Alla sinistra resta il piccolo partito di Hadash, antisionista, a favore dei lavoratori, ecologista, per i due stati col ritiro totale di Israele dai territori occupati, votato soprattutto da arabi specie cristiani, ma vive in isolamento politico ed il clima non sembra certo favorevole ad una sua più vasta affermazione.

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