L’unica guerra giusta? Quella che non si fa

Poco prima dell’invasione russa in Ucraina si registravano oltre 250 morti al giorno per il Covid-19, erano oltre 112mila i morti dall’inizio della pandemia e si dichiaravano più di cinque milioni di contagiati dal corona virus. Oggi non ci sono cifre, le rilevazioni statistiche si sono fermate al 24 febbraio, il giorno della invasione russa in Ucraina.

Dal Covid alle bombe

Secondo le informazioni del Ministero della Sanità, la copertura vaccinale per il Covid-19 in Ucraina si aggira intorno al 35% della popolazione, rappresentando una fra le più basse in Europa. Kiev aveva chiesto aiuto all’Unione Europea, ma non c’è stato il tempo per avere i vaccini necessari per gli oltre 42 milioni di abitanti e prima della campagna vaccinale è arrivata la guerra e sono arrivate le bombe.

Questa è stata la drammatica situazione in cui ha ripreso vigore e si è estesa in tutto il Paese: una guerra che dal 2014 non era mai cessata e che fino al 24 febbraio 2022 insanguinava questa parte di Europa, le regioni dell’est del Donbass, nel Donetsk e nel Lugansk, provocando in 8 anni oltre 14mila morti e migliaia di feriti.

Ora l’invasione russa e l’estensione della guerra stanno producendo una vera e propria ecatombe con migliaia di caduti militari e civili, donne, bambini, vecchi che da più di nove settimane sono vittime in questo disastro. Una follia che distrugge vite, paesi e città, strutture e ogni cosa.

Anche in questi ultimi giorni assistiamo ad una escalation militare con l’esercito ucraino rifornito dagli Stati Uniti (il presidente americano Joe Biden ha firmato una legge per velocizzare l’invio di armi a Kiev, ispirata a una misura del 1941, usata per fornire equipaggiamenti ai britannici che combattevano contro Hitler e si è impegnato con un aumento massiccio degli aiuti all’Ucraina, pari a 33 miliardi, di cui 20 solo in armamenti).

Altrettanto rilevanti gli aiuti dei paesi occidentali (tra cui l’Italia) con armamenti sempre più pesanti e con aiuti tecnologici, informatici, con istruttori e addetti militari inglesi, statunitensi e canadesi. Sull’altro fronte un’armata russa che dispone di uomini e mezzi in grande quantità e con navi, sottomarini, aerei, missili.

Il territorio dell’Ucraina (con i suoi 603 mila kmq è vasta due volte l’Italia) è diventato di fatto il teatro di uno scontro mondiale con protagoniste le due super potenze, Stati Uniti d’America (con accodati gli alleati Nato) e Russia. Come fermare questa follia?

La diplomazia al palo

In tutto questo tempo la diplomazia è rimasta al palo, subordinata agli interessi delle grandi potenze, ancora piegata a strategie che portano ad uno stato di guerra permanente. Una guerra per “procura” e una rincorsa alle armi con grande soddisfazione per le industrie di materiali bellici.

Contro queste logiche, per chiedere la pace, sono ancora poche le voci che si fanno sentire, tra queste papa Francesco che accoratamente interviene e in maniera netta condanna l’aumento delle spese militari con il suo grido “vergogna!”.

In Italia nei giorni scorsi è stata organizzata una protesta contro l’esaltazione delle armi come soluzione, una manifestazione-spettacolo promossa da Michele Santoro al Teatro Ghione di Roma; la serata è stata una protesta contro la logica diffusa, quella che pretende che “per combattere la guerra, ci vuole la guerra” mentre, in realtà, “l’unica guerra giusta è quella che non si fa”, come ha ricordato Tomaso Montanari.

Vale la pena riportare l’appello dei partecipanti all’iniziativa al teatro Ghione:

  • Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
  • Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
  • Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone.
  • Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
  • La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata. Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
  • È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera non violenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso il pensiero unico e la resa dell’intelligenza.

(Firmatari: Luciana Castellina, Ascanio Celestini, Emily Clancy, don Fabio Corazzina, Jasmine Cristallo, Fiammetta Cucurnia, Donatella Di Cesare, Sara Diena, Elio Germano, Sabina Guzzanti, Fiorella Mannoia, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Michele Santoro, Vauro Senesi, Cecilia Strada, Marco Tarquinio)

L’Europa è morta?

“Esisti ancora Europa? Non ti trovo più, tu che sei la mia essenza, la mia fede ma anche il mio infinito sconforto; sedimento di millenni, lingue, religioni, incubi, speranze e convulsioni, dai quali è nata, come per miracolo, l’idea. Il tuo silenzio è assordante. Ti leggo come un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la tua carne”. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ha scritto queste parole, ricordando che “il vero pericolo viene da noi. Da una balcanizzazione in cui ciascun Paese sta già consumando la sua Brexit”.

La diplomazia è bloccata, i paesi europei forniscono armi sempre più sofisticate, la guerra prosegue e gli effetti dei vari pacchetti di sanzioni prendono corpo. Le sanzioni economiche colpiscono anche chi le eroga, mentre di blocco del petrolio e del gas non si può parlare perché non è praticabile, pena il fermo delle attività economiche in Germania, Italia, Grecia. Per la Russia gli effetti delle sanzioni non sono quelli previsti ed il rublo ha un valore di cambio ai massimi da due anni, i consumi non calano e si usa la stessa elettricità di prima. Il merito va soprattutto agli incassi garantiti dall’export di idrocarburi che dall’inizio della guerra hanno portato a Mosca 65 miliardi di dollari. Secondo gli osservatori economici del settimanale inglese The Economist, “L’economia russa sta reagendo bene”.

Intanto le esportazioni di grano dalle zone di guerra sono ferme e le conseguenze sono la carestia e la fame in tanti paesi del sud.

Più di 5 milioni di profughi

Vi sono poi da considerare altri effetti della guerra, come il dramma dei profughi. Ad oggi sono più di cinque milioni le persone costrette a lasciare l’Ucraina per sfuggire alla guerra. Polonia, Russia, Moldavia, Slovacchia, Romania, Ungheria le mete principali, ma decine di migliaia si sono rifugiati in altri paesi (in Italia ad oggi sono 111 mila).

Già prima della invasione russa l’emigrazione era stata massiccia, con centinaia di migliaia di persone espatriate verso Polonia, repubblica Ceca, Russia, Spagna, Portogallo, Germania, Italia (235 mila) verso il Canada.

Ora la guerra sta radendo al suolo una economia di un paese già tra gli ultimi in Europa: come si uscirà dalle macerie e che futuro sarà?

Antonio Morandi