Governo Draghi, il cambiamento annunciato è… rimandato

Il governo del “professor Mario” non può apparire come il sole luminoso dopo una terribile tempesta, non fosse altro perché la tempesta non è finita. D’altronde, a rileggere il discorso di insediamento di Draghi di fronte al Parlamento, il commento quasi unanime degli opinionisti non è stato prodigo di incenso, perché non sono stati proposti percorsi di lavoro strabilianti e idee rivoluzionarie rispetto al governo precedente.

Quanti nel coro dell’informazione conservatrice si sono spesi a tessere le lodi sull’autorevolezza del nuovo capo del governo, si sono poi dati da fare nei distinguo, rispetto alla squadra dei ministri. Come se non si sapesse che, se hai piantato corbezzoli, non si può sperare di raccogliere ciliegie: nel mazzo dei parlamentari di Camera e Senato il tasso medio di competenza e capacità di pensiero, da diverse legislature, per giudizio popolare, è medio-basso. Da qui la richiesta di soccorso ai “tecnici”, che dovrebbero migliorare la qualità del prodotto.

Il neo Presidente, anche nella conferenza stampa di fine inverno 2020, ha confermato di navigare a vista, senza slanci particolari per ambiziosi obiettivi, dati i tempi e le condizioni generali del Paese Italia (e del mondo), al limite di una crisi di nervi e dalle prospettive economiche incerte. Anche ai pochi che hanno elevato a mantra la filosofia della “discontinuità” con quelli di prima, hanno dovuto riconoscere che Mario Draghi ha sì un bagaglio notevole di autorevolezza internazionale, ma non dispone di “libretti di miracoli”, a breve o a lungo termine. Nel pantano della pandemia, anche l’accademia dei Santi può offrire navigazioni tranquille a vista, e solo per brevi tragitti. Perciò vanno bandite le facili illusioni e le promesse rassicuranti ai governati, che qualche comunicato sindacale ha imprudentemente ventilato.

La cautela che si usa nel giudizio sul governo deve essere riproposta anche nei confronti delle dichiarazioni politico-sindacali e dei comportamenti della cosiddetta società civile. Una nota particolare merita l’atteggiamento di CGIL-CISL-UIL, dalle velleità riformiste, nel vuoto di pensiero politico che li accompagna. Ci chiediamo: quand’è che si metterà un freno alla propaganda e alla genericità degli obiettivi di lotta (lo sviluppo) e si passerà alla concreta realizzazione del movimento sulle questioni del lavoro? Nel frattempo, non sarebbe un buon segnale di cambiamento la richiesta sindacale di informare i cittadini sull’inizio dei lavori, grandi o piccoli che siano, in questo o in quel comune, attraverso un bollettino quotidiano, così come si fa nelle comunicazioni sui contagiati, i ricoverati, i vaccinati? Non pretendiamo che nei comunicati ufficiali le parole siano pesate con il bilancino del gioielliere, ma che almeno si abbia l’accortezza di non affidarne la stesura al primo alfabetizzato presente alla riunione, per caso, e dotato dell’unica biro in circolazione. Nei confronti dell’attuale governo, come di tutti i precedenti, il pensiero sindacale e politico non può che utilizzare la critica agli atti e alle misure che l’Amministrazione Statale assume di volta in volta. E questo, sia chiaro, indipendentemente dai risultati ai quali perviene e dai conflitti che si possono generare. Noi non ci stancheremo di ripetere che si deve andare sempre al fondo delle questioni socio-economiche.

Ricorreremo all’aratura critica tra i solchi contraddittori dell’attuale sviluppo delle forze produttive, convinti come siamo che senza antagonismo non c’è progresso. Certo, noi dobbiamo rifuggire dall’errore di sollevare la critica in sé, che postula la distruzione di qualsiasi proposta formulata dalla nomenclatura nazionale e periferica. Noi dobbiamo essere in grado di costruire, mentre si demolisce il decrepito tran-tran, elevando il tono del confronto e abbassando, tra le rovine, il livello della comprensione degli obiettivi. Scuotere il Sindacato dall’indolenza, denunciando “la scontata ignoranza” dell’economia politica dei gruppi dirigenti, specie in periferia, è anche compito nostro.

Da molto tempo si sta parlando, per abusati slogan, di “modello di sviluppo” diverso da quello attuale. Poi, quando bisogna presentare almeno il primo metro della matassa da tessere, gli epigoni del cambiamento a parole trovano scusanti generiche per rimandare il lavoro e la ricerca ad altri, senza neanche indicare chi sono gli altri. Anche tra noi si rischia di parlarci addosso e di non azzardare il dialettico confronto necessario con gli attori possibili del viaggio politico da intraprendere, con le nuove generazioni e le loro attese. Per ritornare solo un momento al bisogno di trovare e fare affermare “il nuovo modello di sviluppo”, non dobbiamo dimenticare che questo cambiamento può avvenire solo se si conquistano nuove forze disposte a perseguire una lotta strenua alfine di mettere da parte il modo di produzione attuale (che non ha risolto l’eterna contraddizione tra ricchezza e miseria). Soltanto a queste condizioni irrinunciabili possono cambiare i rapporti sociali e di potere. Non è un lavoro da dilettanti apprendisti stregoni, né uno sforzo per pochi eletti. Bisogna riuscire ad usare al meglio l’attrezzatura della critica storica, perché non basta scrostare gli intonaci umidi della malizia capitalista, ma, andando in profondità, bisogna abbattere i muri, le armature globaliste della concentrazione della ricchezza e dell’esclusione sociale di miliardi di uomini, donne e giovani. Maturare la coscienza generale nell’immane lavoro di ricostruire una civiltà a misura d’uomo e della dignità del lavoro, è un compito pedagogico e politico che non si può pensare di realizzare in laboratorio, ma che abbisogna di lotte mirate in grado di mobilitare moltitudini in tutti i paralleli e meridiani del pianeta.

Per quanto strano possa apparire, preparare il terreno per innescare un nuovo modello di sviluppo economico costringerà organizzatori e attori delle lotte sociali a riscoprire il pensiero marxiano contenuto nel “Per la critica dell’economia politica”. Bisogna smontare l’architettura della globalizzazione. Questo progetto, che alla fine dello scorso secolo annunciava il benessere diffuso e l’emancipazione dei popoli, in poco tempo ha mostrato la sua vera essenza: una colossale aggressione all’economia reale da parte del sistema finanziario che ha comportato una concentrazione della ricchezza, come mai era avvenuto nella storia, e un’estensione altrettanto diffusa delle disuguaglianze. In conseguenza di ciò, si sono trasformati i rapporti sociali in un vero campo di battaglia tra individui, con ridotta volontà di lotta in direzione del cambiamento del progetto di vita per i singoli e per l’intera società, composta oggi da omologati.

Nel tempo dell’incertezza e della paura non bisogna però chiudersi nel circuito della disperazione e della sconfitta generazionale. Nell’orizzonte a tinte nebulose, infatti, si agitano idee e giovani volontà che prospettano una via d’uscita e di salvezza della civiltà umana dall’attuale pantano.

In questo scenario non sembra che vogliano partecipare il Sindacato e la sinistra europea, troppo presi dalle questioni immanenti e privi di progetto ideale e politico. Questo spazio vuoto, sia ben chiaro, non resterà a lungo “disabitato”. Prima o poi entreranno in gioco forze che troveranno facile l’inserimento e potranno anche determinare il segno del prossimo futuro. Si ripeterà il risultato delle modifiche che si sono determinate nel globalismo del confronto tra le potenze mondiali. L’asse occidentale Europa-America non è più in grado d’essere la bussola dello sviluppo, a vantaggio dell’impetuoso incedere nella produzione mondiale dell’Oriente e del Sud Est asiatico (Cina-Giappone-Corea). Naturalmente la globalizzazione non ha messo al primo posto il miglioramento delle classi lavoratrici, anzi, ad ogni ristrutturazione innovativa del modello di produzione, dopo la fine del fordismo, chi ci ha rimesso sono stati il ceto medio e gli operai di tutto il mondo, che hanno pagato e stanno pagando prezzi altissimi in termini salariali e di scadimento dei Welfare statali.

In questa cornice non facile, tuttavia, non compare un ritorno sulla scena del confronto tra il soggetto sindacale e la sinistra storica. Naturalmente a sinistra nessuno può ergersi a giudice o vantare miracolistiche ricette per risollevarsi dall’inazione del movimento. Il bisogno di umiltà autocritica, di cui ogni tanto si parla, resta una declamazione di principio, ma non di messa in pratica attuazione nei territori. Il bisogno di rinnovamento, prima che necessario per la società occidentale, dovrebbe riguardare i gruppi dirigenti, spesso protetti da popolarità senza meriti particolari. Ma non c’è da farsi illusioni. La corazza conservatrice non è facilmente perforabile senza un moto di risveglio del mondo del lavoro e delle nuove generazioni.

Sarebbe quanto mai utile rivisitare le leggi dello sviluppo storico di questo tempo, per poterne rilevare gli errori di pratica sindacale, prima che teorici. E invece ci si attarda oltremodo sulle “questioni interne”. Così il riferimento principale non diviene il lavoro verso i bisogni sociali, ma spesso tutto è traguardato al prossimo Congresso. E’ augurabile almeno che si riesca tutti a parlare lo stesso linguaggio, prima di professare il rispetto del catechismo democratico. Qualche pensiero in più sui comportamenti delle forze in campo   non costituirebbe un fastidioso accidente.

Nel frattempo, il capitalismo delle piattaforme, oltre ad aver imposto flessibilità e precarietà nei rapporti produttivi per congelare i CCNL e introdurre il contratto “ad personam”, ha rispolverato il caro vecchio “cottimo” che, al contrario di quello che si pensa, abbassa i salari e prolunga i tempi di lavoro. E’ risaputo che il salario “cattivo” costituisce uno strumento molto vantaggioso per il datore capitalista, che si libera dai compiti di controllo sul processo produttivo e consente, con l’imposizione della Partita IVA al cottimista, di addossargli oneri previdenziali e tasse. Il cottimista si accolla anche il consumo del tempo e l’usura della salute, si carica del peso della concorrenza. Intanto, diminuisce la quota di solidarietà tra lavoratori e si favorisce l’inserimento di intermediari parassiti e mafiosi. Così la strombazzata propaganda globalista, che prometteva lavoro e benessere diffuso, ha accresciuto sfruttamento e miseria. Si confermano così, dopo 150 anni, le tesi del 1° capitolo del Capitale. Quanto ci sia di legittimo ancora oggi in questo modus operandi del capitalismo è veramente strano e avvilente. Tuttavia, noi non ci scordiamo che, se oggi ci sono Amazon e i suoi fratelli a dettare l’algoritmo della nuova schiavitù per i riders, la famigerata Legge 30/2003 fu una coalizione di centro-sinistra ad introdurla in Italia. Ecco perché non ci sono sconti politici da concedere alla linea della minestra di centro-sinistra e del Sindacato. Ancora c’è qualcuno che, obnubilato, va domandandosi perché i lavoratori ci stanno abbandonando. Semplice, mi pare la risposta: perché noi li abbiamo abbandonati.        

Saverio Taverna
Direttivo regionale Spi-CGIL Calabria