Falcinelli, Segretario Filctem: “Interpretare i cambiamenti tutelando i diritti”

Marco Falcinelli, classe 1966, è alla guida della Filctem (la categoria a cui aderiscono lavoratori della Chimica, del Tessile, dell’Energia e delle Manifatture) dal luglio 2019. Si è occupato dei lavoratori chimici dal 2001 e dal 2006, e fino al 2010 ha proseguito il suo incarico nella Filcem (la categoria figlia del primo “accorpamento”, quello tra lavoratori chimici ed elettrici), per poi entrare, nel 2011, nella Segreteria nazionale della neocostituita Filctem. Nella nostra conversazione con Falcinelli abbiamo toccato vari temi, dalla particolarità di aver contribuito ad armonizzare ambiti produttivi strategici, come quelli del Tessile e dell’Energia, fino alle conseguenze della crisi economica nei settori seguiti dalla categoria e al dibattito sull’imminente avvio del Congresso.

La Categoria della Filctem ci “parla” appunto di tanti settori produttivi: dal tessile (che oltre ad avere alle spalle una grande storia caratterizza il famoso “made in Italy”) all’energia (per tante ragioni nell’occhio del ciclone). Come “stanno insieme” i due ambiti?

Avete riscontrato difficoltà organizzative o nella gestione di questi due “mondi” così significativi? La Filctem ha un perimetro di rappresentanza molto ampio, basti pensare che, come categoria, rinnoviamo 22 contratti nazionali, tra cui ad esempio il chimico-farmaceutico e la gomma plastica. Il tessile e l’energia sono due “contenitori”: il primo, oltre a tutto il Sistema Moda, tiene dentro altri pezzi importanti della manifattura del settore (concia, lavanderie industriali, penne e spazzole, giocattoli e modellismo, calzaturiero, reti e retifici, occhialeria, pelli e succedanei), oltre a tutta la parte delle PMI e dell’Artigianato. Per quanto riguarda il secondo, quando si dice settore dell’energia stiamo parlando di tre grandi macroaree: Elettrico, Energia e Petrolio, Gas/Acqua. Fatta questa premessa, per rispondere alla domanda, sia il settore tessile – soprattutto per gli effetti della pandemia inizialmente – sia quello dell’energia – in un secondo momento per gli effetti dei grandi processi di cambiamento che riguardano la Transizione Ambientale ed Energetica – sono stati impattati fortemente. Ma, in termini generali, se sommiamo gli effetti della pandemia (che ha accelerato i processi di cambiamento che erano già innovati), le grandi transizioni, quella ambientale e quella digitale e, da ultimo, purtroppo, il conflitto tra Russia e Ucraina, possiamo affermare che tutta la nostra discussione sulla nostra azione sindacale ha avuto come comun denominatore la ricerca di una interlocuzione con le Istituzioni (Governo e Ministeri) e con le Aziende sul tema dello sviluppo di politiche industriali per il Paese.

Entrando nel merito del settore tessile, è forse quello che ha subito le più grandi trasformazioni produttive, scontando anche un lunghissimo periodo di crisi. Come fotograferesti il settore, nella sua complessità?

E’ un settore che ha dimostrato più volte la propria grande capacità di risollevarsi e ridisegnarsi. Consideriamo che già la crisi finanziaria mondiale del 2008 si abbatté quando ci si stava appena rialzando dalla crisi tessile del 2005. La fotografia attuale ci mostra l’immagine di un settore in continua evoluzione e ristrutturazione, che riesce a coniugare l’abilità artigiana con la complessità industriale in una filiera produttiva integrata, in tutte le sue fasi, con le innovazioni tecnologiche. Un settore che progetta e realizza il made in Italy e che esporta nel mondo il 90% della moda di alta qualità. Il post-pandemia, grazie all’intervento degli ammortizzatori sociali richiesti e gestiti congiuntamente da OOSS e parti datoriali, ci ha restituito un settore che è riuscito a mantenere al suo interno professionalità che altrimenti si sarebbero perse e che è riuscito a recuperare quote di mercato e, in alcune fasce, anche ad aumentarle. In prospettiva ci sono molte incertezze, dovute alla fase congiunturale internazionale: gli aumenti dei costi dei materiali e dell’energia dovuti alla ripresa post-Covid, aggravati dalla guerra in corso, ci pongono dubbi sul futuro. Ma ci sono anche forti possibilità di crescita, nei nuovi prodotti che dovranno essere pienamente sostenibili, sia ambientalmente che socialmente, e nella reinternalizzazione di fasi produttive che consenta una maggior controllo sul prodotto e una maggior garanzia di poterlo produrre. Tutto ciò deve però vedere investimenti nella formazione, perché questo settore sconta la mancanza di ricambio generazionale nelle competenze e nelle professionalità.

E ancora: in molte zone del Paese (pensiamo soltanto a titolo di esempio al polo di Prato o al quartiere milanese di via Paolo Sarpi) si intreccia fortemente al tema dell’immigrazione (spesso irregolare), con i connessi rischi di dumping sociale e di lesione delle tutele, anche minime, a beneficio delle lavoratrici e dei lavoratori. Come tenere assieme la battaglia per i diritti sociali e quella per il lavoro sicuro e tutelato?

Il modello produttivo della moda si basa sulla completa esternalizzazione delle produzioni; ciò porta una parte della committenza a pensare che insieme alla produzione sia esternalizzata, oltre al costo del lavoro (in primis retribuzioni e contributi), anche la sicurezza sul lavoro. Invece non è così: le leggi vigenti dicono chiaramente il contrario. Ma queste leggi sono scarsamente applicate e ciò fa proliferare comportamenti lesivi, non solo delle tutele, ma della stessa dignità dei lavoratori. È chiaro che questo sistema produce delle vittime, e sono le persone più ricattabili: chi è in condizioni di disagio economico e deve avere uno stipendio se pur minimo (e questo vale anche per gli italiani) e chi non può restare legalmente in Italia se non può esibire una busta paga, perché se non lavora non ha il permesso di soggiorno diventa clandestino e quindi, per le nostre leggi, commette un reato. Un reato commesso non per quello che fa, ma semplicemente per quello che è. Difficilmente un lavoratore in queste condizioni, spesso di vero e proprio sfruttamento, denuncia: perché rischia di perdere il lavoro, la possibilità di mandare i soldi a casa (motivo per il quale si trova in Italia), il permesso di soggiorno e, sovente, anche l’alloggio. Se vogliamo garantire a queste persone tutele e diritti, bisogna applicare le leggi, riconducendo le retribuzioni non corrisposte, i contributi non versati e la mancata sicurezza in capo a chi sta in cima a tutta questa catena; cioè a chi commissiona il tessuto o il capo finito. Bisogna perseguire e condannare per sfruttamento lavorativo chi fa lavorare le persone in certe condizioni e bisogna rivedere quelle leggi (criminogene) che, invece di creare clandestinità, dovrebbero incentivare le denunce e tutelare chi ha il coraggio di farle. A Prato, stiamo facendo la nostra parte: come Filctem-Cgil abbiamo sottoscritto diversi protocolli con i datori di lavoro, con le istituzioni, con gli organi di controllo, con la Procura e con il Sistema antitratta, ponendo le basi per contrastare il sistema di produzione illegale, e per la tutela e la presa in carico delle vittime di sfruttamento; oltre alla sindacalizzazione e alla regolarizzazione di un certo numero di aziende a conduzione cinese che oggi operano nel pieno rispetto delle leggi sul lavoro e del contratto nazionale.

Anche il settore dell’energia ha subìto trasformazioni importantissime negli ultimi decenni e si intreccia inevitabilmente con la presenza delle multinazionali sul territorio nazionale, con tutte le criticità legate a “spezzatini” produttivi e contratti differenti in uno stesso sito produttivo. Descriveresti il settore, evidenziando punti forti e problemi da affrontare?

Il settore dell’energia da tempo è oggetto e soggetto di trasformazione con le conseguenti frammentazioni dovute a scelte politiche sul tema della concorrenza. Ciò ha prodotto un aumento anche di soggetti che, non avendo una vocazione industriale, hanno guardato esclusivamente al mercato in assenza di una politica industriale. Servirebbe un piano energetico nazionale di sistema che metta in sicurezza il sistema-Paese. Dentro queste scelte servirebbe – nei luoghi dove convivono le diverse tipologie contrattuali – fare sistema attraverso gli accordi territoriali di bacino e di filiera che governino i processi di trasformazione per evitare di subirli, avendo come presupposto una politica sensibile a questi temi; una politica che va stimolata.

Ad oltre quattro mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, l’attenzione della politica e dei mass media si è spostata sulle drammatiche ricadute economiche: crisi energetica, tariffe alle stelle, preoccupazioni sull’approvvigionamento alimentare, inflazione galoppante. Come vive la Filctem questo dramma? Come il protrarsi del conflitto potrà incidere sul mercato energetico e, più in generale, sul settore nel suo complesso? E infine: quali indicazioni vi sentireste di dare alle istituzioni per intervenire sulle tariffe, ormai fuori controllo (sia nelle bollette sia alla pompa di benzina)?

E’ necessaria una premessa. Il processo di trasformazione del settore energetico che era in corso da anni, e che la pandemia ha accelerato, poggiava su una gradualità nei tempi di attraversamento verso un nuovo modello di sviluppo. Ovviamente condividiamo gli obiettivi definiti dall’Europa nel New Green Deal, ma dobbiamo evidenziare che la decisione presa dalla Commissione Europea – con il pacchetto “Fit For 55” e gli ambiziosi obbiettivi al 2030 con la riduzione del 55% dei gas climalteranti e al 2050 con la neutralità carbonica – ha accelerato, ed in alcuni casi esasperato, il processo di trasformazione del settore. Il rischio concreto è fare i conti con la scomparsa di intere filiere, soprattutto quelle dell’Oil&Gas all’interno dell’Unione Europea, in un contesto che vede l’Italia come Paese ben più esposto di Francia o Germania (la prima ha il nucleare, la seconda ha le centrali a lignite), in virtù da un lato della presenza di grandi gruppi nazionali e multinazionali sul processo di raffinazione e dall’altro essendo la seconda manifattura europea, con aziende energivore definite hard to abate, alle quali il sistema degli ETS, se applicato, non le renderebbe competitive sui mercati internazionali. Il conflitto in Ucraina ha prodotto il rincaro del costo del gas in Europa e innescato una spirale di aumento dei costi delle materie prime, della logistica, e della supply chain, mettendo in crisi intere filiere produttive, con riflessi pesanti sui costi di sistema e sociale con un’erosione del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, accompagnata da un tasso di inflazione altissimo che rischia di innescare fenomeni speculativi sui mercati con esiti non prevedibili. I provvedimenti del Governo per calmierare il caro bollette sono stati necessari, ma, allo stesso tempo, non può essere una misura strutturale: si prevede che, se la situazione dovesse perdurare, tale intervento costerebbe al Paese 25 miliardi di euro. Per calmierare i prezzi bisognerà ridurre la dipendenza energetica riprendendo gli investimenti di settore, trasformare le raffinerie tradizionali in bioraffinerie, rivedere il PITESAI perché figlio di un altro contesto, per immettere nel più breve tempo possibile nella rete europea più gas possibile attraverso le attuali e nuove infrastrutture. Ciò sarà possibile assumendo come paese il concetto della neutralità tecnologica su vettori quali il gas, che assicurano una transizione giusta e sociale fino a quando le nuove tecnologie e le nuove filiere verdi dell’idrogeno non saranno mature per competere con quelle tradizionali.

È iniziato il Congresso della principale organizzazione dei lavoratori e dei pensionati italiani, che cade in un momento di acutissima crisi economica e anche politico-istituzionale, se pensiamo a quanto sia stata accidentata questa legislatura. Che cosa “chiedete” al Congresso? Quale segnale dovrebbe dare agli iscritti, ai simpatizzanti, al mondo del lavoro? E quale strada dovrebbe intraprendere la Cgil per poterli rappresentare al meglio?

Il Congresso è sempre stato per la Cgil un momento fondamentale per la sua “elaborazione politica”. Oggi registriamo una certa “distanza” o, peggio, una frattura tra la rappresentanza politica e la rappresentanza sociale, ma in passato il Congresso della Cgil rappresentava un laboratorio di costruzione delle idee e delle strategie per tutto il mondo politico, almeno per quello che possiamo identificare nell’area progressista del Paese. Inoltre, il Congresso rappresenta anche il momento di maggior partecipazione “dal basso” della nostra base di iscritti; e il contributo di idee e proposte che viene da chi tutti i giorni svolge il suo ruolo sindacale nei luoghi di lavoro è linfa vitale per una organizzazione come la nostra. Questo Congresso avrà un ruolo importante per determinare il futuro, anche della organizzazione stessa, perché si colloca al centro di grandi processi di cambiamento della società e del mondo del lavoro: più saremo in grado di interpretare correttamente i cambiamenti e più riusciremo a dare risposte positive ai bisogni e ai diritti delle persone che vogliamo rappresentare.