La guerra (economica) che fa male all’Italia

Per comprendere l’evoluzione dell’attuale situazione economica occorre guardare oltre la volatilità e la confusione odierna, per individuare le prospettive e le linee di tendenza che definiranno il nostro futuro. Secondo la classifica di Standard Chartered, entro il 2030 assisteremo a una vera e propria rivoluzione nella gerarchia economica mondiale, con i primi due posti occupati da Cina e India, lasciando gli Stati Uniti al terzo posto, seguiti da Indonesia, Turchia, Brasile, Russia, Giappone e Germania, mentre Gran Bretagna, Italia, Francia e Canada, nell’ordine, usciranno definitivamente dalla classifica delle prime 10 economie mondiali. La causa di questo ribaltamento sta principalmente negli effetti sull’economia della crisi demografica dei Paesi avanzati e nella crescita della classe media nei paesi emergenti, ma non dobbiamo ignorare le conseguenze delle crisi odierne, dalla guerra in atto, che disegna nuovi equilibri strategici, alla crisi climatica che minaccia il futuro del pianeta, a quella pandemica, ancora irrisolta a causa delle sempre nuove varianti che emergono da quei due terzi del mondo che non è stato adeguatamente vaccinato e per le nuove pandemie, già in atto o attese. Il fattore determinante è che potere economico e politico sta migrando verso un’Asia in inarrestabile ascesa. Già negli anni ’90 un articolo su Foreign Affairs, la rivista del Dipartimento di Stato americano, sosteneva che gli Stati Uniti non avrebbero mai consentito, anche a costo di un conflitto, il sorpasso cinese. In questo quadro il conflitto fra America e Russia in Ucraina è solo un episodio propedeutico al vero conflitto con la Cina, teso ad impedire il suo sorpasso economico globale.

Per i prossimi anni si prospetta una vera e propria “economia di guerra”, con ricadute negative globali sulla crescita mondiale per un lungo periodo, peggiorando la situazione in tutti i Paesi, ma le cui conseguenze non saranno uguali per tutti, portando molti Paesi in recessione, e l’Italia è tra quelli che ne risentiranno di più. L’elemento più aleatorio che inciderà fortemente sull’andamento economico è la durata del conflitto e delle sanzioni.

Il FMI prevede che le sanzioni alla Russia ridurranno la crescita globale nel 2022, “frenando l’attività economica per vari anni a venire (…) questo shock arriva proprio quando alcune parti del mondo stavano superando la fase acuta della pandemia. Si prevede che i consumi saranno più deboli per via dell’inflazione che erode il reddito disponibile e che condizioni fiscali più stringenti raffreddino gli investimenti”: sono a rischio 30 milioni di posti di lavoro.

Le sanzioni arricchiranno gli Stati Uniti, i cui legami economici con la Russia sono limitati, che venderanno a carissimo prezzo il proprio gas di scisto altrimenti fuori mercato, di scarsa qualità e ambientalmente devastante, e oltre il 70% degli armamenti aggiuntivi imposti ai paesi della NATO per raggiungere il 2% del Pil (con una spesa che passa, per l’Italia, da 25 a 38 miliardi). La Cina è in ripresa dopo la pandemia, pur presentando un rischio di bolla immobiliare, e subirà conseguenze marginali. 

Nonostante previsioni di un collasso economico della Russia, questo sembra ancora lontano. Per eludere l’embargo, e far arrivare greggio russo in Ue nonostante le sanzioni, la Russia effettua il passaggio del petrolio da una nave russa, che ha disattivato i trasponder di identificazione, a una non russa, in genere greca, dove viene diluito con altri greggi e viene etichettato come petrolio kazako o del Turkmenistan. Il forte aumento del prezzo del petrolio e la forte richiesta proveniente dalla Cina e da altri Paesi, ha consentito alla Russia ingenti guadagni, aumentando il saldo della bilancia commerciale e, imponendo il pagamento in rubli (che sono stati agganciato all’oro, unica valuta mondiale, a 5000 rubli per grammo), ha rafforzato moltissimo il corso del rublo, a cui è agganciato anche lo Yuan cinese, mentre l’euro sta perdendo valore, aumentando i costi delle importazioni. L’obiettivo è quello strategico, accettato anche da Brasile, Sudafrica e da molti altri Paesi, di renderlo una valuta alternativa al dollaro nelle transazioni internazionali, mentre l’Arabia Saudita accetta i pagamenti in yuan, reso convertibile col rublo.

L’impatto di gran lunga maggiore delle proprie sanzioni lo subirà l’Europa, che è già arrivata al sesto pacchetto, facendo del male soprattutto a sé stessa. Preoccupa soprattutto la Germania, che è stata finora la locomotiva d’Europa, ma che perderà, al 2023, il 6,5% della ricchezza attuale e ciò peserà sull’intera UE, ma soprattutto sull’Italia, che ha un consistente flusso di esportazioni agricole, di moda verso la Germania e la cui economia del nordest funge da subfornitura per la sua industria, specie nella componentistica auto. Le sfide cruciali che l’Europa deve affrontare riguardano la politica migratoria (a causa del forte aumento dell’immigrazione clandestina causata dall’enorme carestia prodotta dalla guerra che, secondo Oxfam, riguarderà a fine anno 830 milioni di persone), l’inflazione, l’impennata dei prezzi dell’energia e la carenza dei rifornimenti, la realizzazione di un sistema alimentare sostenibile, la riduzione della dipendenza e la costruzione dell’autonomia strategica e tecnologica dell’Unione europea.

L’impatto della guerra in Europa si riflette soprattutto nella sicurezza energetica e l’Italia e la Germania saranno i Paesi più colpiti perché dipendono maggiormente dalle importazioni di gas russo, di cui l’Italia non può fare a meno, come ammette il ministro della Transizione ecologica Cingolani, perché il suo blocco renderebbe “gli stoccaggi fermi al 40%” e comporterebbe una grave recessione con la perdita di 4 punti di pil”, e che “l’autonomia totale dalla Russia ci sarà solo dal 2024”, ma il prezzo resterà comunque molto più alto nei prossimi anni. Ma il blocco, a fine anno, dell’importazione del petrolio russo determina, con conseguenze drammatiche, un forte rincaro immediato, che deriva dal fatto cha ciascuno stato cerca di accumulare grandi scorte prima del blocco, ingolfando una domanda che, nonostante l’incremento del 50% della produzione dell’Opec, resta molto superiore all’offerta ma anche la speculazione contribuisce a far lievitare ulteriormente i prezzi determinando forti extraprofitti per tutte le imprese energetiche. Anche la fissazione di un tetto ai prezzi, proposta da Draghi e approvata dalla UE, non appare risolutiva, perché produrrà solo il risultato di una espansione di un mercato nero e una ulteriore rarefazione dei rifornimenti ufficiali. Il forte aumento del prezzo della benzina avrà pesanti conseguenze sia sulla logistica (che poi incide come un moltiplicatore su tutti i prezzi, alimentando il carovita e riducendo i consumi), che sulla pesca e su tutte le industrie energivore (acciaio e metalli, vetro, carta, meccanica, estrazione e alimentare), perché il costo eccessivo rende la loro attività non più competitiva e sostenibile. Ma preoccupano anche le attività che dipendono da forniture estere sempre più scarse (grano, fertilizzanti, carta, legno, nickel, neon, materiali edili, semiconduttori). La cosa più assurda è l’impegno al riarmo per cui occorrono materiali strategici (terre rare, indio, gallio, tungsteno, germanio, cobalto e nickel) controllati da Cina e Russia. 

L’inflazione ha tolto alle famiglie italiane 1.240,80 euro a gennaio, mentre dilaga la povertà.  Non manca poi la stangata delle sovraimposte sull’Irpef per gli enti locali. Insomma, chi più ne ha più ne metta, non c’è limite alla creatività dei balzelli. Mentre l’inflazione annuale, calcolata a marzo, è aumentata del 6,5% e i salari solo dello 0,6%, il rinnovo dei contratti è molto spesso bloccato e non recupera la perdita passata, il bonus di 200 euro una-tantum appare quasi ridicolo. Occorre recuperare davvero la perdita per il caro vita per salari e pensioni, e rinnovare i contratti scaduti, ciò serve anche alla tenuta del mercato interno, ma gli aumenti non vanno detassati, perché ciò significa la demolizione del sistema di “welfare” italiano, già scarso e ampiamente amputato. Occorre anche ripristinare un meccanismo automatico come la “scala mobile”, che non aumenta salari e pensioni, ma semplicemente ne impedisce l’erosione, e chi la rifiuta vuole semplicemente ridurne il valore. 

Draghi ammonisce che ci sono paesi come la Norvegia che hanno fatto profitti per “150 miliardi di dollari extra per un Paese di 5 milioni di persone”, ma dimentica di dire che la sua prosperità dipende dal fatto che è un grande esportatore di petrolio di alta qualità del Mare del Nord. Draghi ha spiegato, il 6 aprile, che “noi andiamo con quello che decide l’Unione europea. Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire”. Ma lo facciamo fino al suicidio?

Giancarlo Saccoman