Difendiamo il diritto alla pensione
Una riflessione sulla nuova disciplina del TFR e sulla previdenza complementare, dopo 30 anni di ‘riforme’
La decisione di rafforzare il conferimento del TFR alla previdenza complementare rappresenta un ulteriore passo verso lo spostamento di quote sempre più consistenti del salario differito dei lavoratori dal sistema pubblico e dalle tutele dirette al mercato finanziario. E non c’è da meravigliarsi per chi non ha mai creduto alle baggianate di Salvini.
Non nascondo di essere tra coloro che, fin dall’introduzione della previdenza complementare nel nostro Paese – ormai quasi trent’anni fa, a partire dalle riforme della seconda metà degli anni Novanta – hanno espresso forti perplessità e condotto una battaglia politica e sindacale contro un modello che affida una parte crescente della futura pensione alle dinamiche dei mercati finanziari.
Ricordo bene il referendum sulla riforma del TFR e della previdenza complementare. In quella occasione, insieme a tante compagne e tanti compagni, conducemmo una vera battaglia per sostenere le ragioni del “No”, anche in aperta dialettica nella Cgil e nel mio posto di lavoro, convinti che il TFR dovesse rimanere nella piena disponibilità delle lavoratrici e dei lavoratori e che non fosse giusto orientarne il conferimento verso la previdenza privata. A Milano quella posizione trovò un consenso maggioritario: prevalse il “No”, a dimostrazione che una parte importante del mondo del lavoro guardava con preoccupazione a quella trasformazione e rivendicava un sistema previdenziale fondato sulla solidarietà pubblica.
La mia convinzione rimane immutata: il diritto alla pensione deve trovare il proprio fondamento nella previdenza pubblica, universale e solidaristica. Il TFR è salario differito, frutto del lavoro, e non dovrebbe essere progressivamente trasformato in capitale destinato ad alimentare i circuiti della finanza.
Oggi, con il nuovo meccanismo che rafforza il conferimento automatico del TFR ai fondi pensione in assenza di una scelta esplicita del lavoratore, si compie un ulteriore passo nella stessa direzione. Si consolida un modello che considera naturale affidare quote crescenti del risparmio previdenziale ai mercati finanziari, anziché rafforzare il sistema pubblico.
Occorre tuttavia prendere atto della realtà. Almeno tra coloro che per impegno di lavoro o sindacale non fanno solo gli urlatori. Dopo decenni di sviluppo della previdenza complementare, milioni di lavoratrici e lavoratori hanno aderito ai fondi pensione negoziali o aperti. Pensare oggi di invertire semplicemente questo percorso e riportare integralmente tali risorse fuori dal sistema della previdenza complementare è un obiettivo estremamente complesso, che richiederebbe profonde modifiche legislative e un mutamento degli equilibri economici costruiti in questi anni.
Proprio per questo, senza arretrare di un millimetro nella critica di fondo alla privatizzazione di una parte della previdenza, ritengo necessario almeno aprire una nuova vertenza sul modo in cui vengono investite le risorse accumulate con il lavoro.
I fondi pensione gestiscono centinaia di miliardi di euro affidandoli a grandi operatori finanziari internazionali. Una quota rilevante di queste risorse viene investita sui mercati globali, anche attraverso strumenti indicizzati, che possono comprendere partecipazioni in imprese operanti nel settore degli armamenti o comunque coinvolte in attività incompatibili con una cultura della pace, dei diritti umani e della cooperazione tra i popoli.
È qui che il movimento sindacale può e deve esercitare un ruolo di indirizzo.
Come primo obiettivo concreto, occorre promuovere l’adozione, da parte di tutti i fondi pensione negoziali, di criteri di investimento ‘peace compliant’, che prevedano l’esclusione degli investimenti nelle imprese produttrici di armamenti e nelle attività direttamente connesse all’industria bellica, andando oltre le attuali limitazioni che riguardano soltanto alcune categorie di armi vietate dal diritto internazionale.
Sarebbe un primo passo importante. Non esaurisce la nostra critica alla previdenza complementare, ma impedisce almeno che il salario differito delle lavoratrici e dei lavoratori contribuisca a finanziare l’economia di guerra. Chi lavora non può ritrovarsi, inconsapevolmente, a sostenere attività in contrasto con i principi di pace e solidarietà che il sindacato ha sempre rivendicato.
Il salario differito dei lavoratori deve essere coerente con i valori della Costituzione repubblicana, a partire dall’articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali.
Questa proposta non sostituisce la battaglia storica per il rafforzamento della previdenza pubblica, che continua a rappresentare il nostro orizzonte. Rappresenta però una misura immediata, concreta e coerente con i principi che il sindacato ha il dovere di affermare: il risparmio costruito con il lavoro deve essere al servizio delle persone, dello sviluppo sociale e della pace, non della speculazione finanziaria e dell’industria degli armamenti.
Adriano Sgrò
Pubblicato il 27 Luglio 2026
