Un sentiero per il caos globale

“Con i maggiori introiti dei dazi, Trump vorrebbe finanziare la riduzione delle imposte e la reinternalizzazione delle catene di produzione industriale. Ma le risorse non bastano”

Il costo del dominio militare americano (oltre 800 basi militari e 7 flotte in tutti gli oceani), è diventato sempre più gravoso e insostenibile, e gli Usa sono pressati dalla crescita dei Brics, che rappresentano più della metà della popolazione mondiale e il 40,4% della ricchezza globale, sono in forte e rapida ascesa e intendono operare una “dedollarizzazione” verso una moneta mondiale. Tale scelta risulterebbe esiziale per gli Stati Uniti, che dovrebbero ridimensionare sia il tenore di vita della popolazione sia la loro presenza militare nel mondo, rinunciando al loro potere unilaterale globale.

L’insostenibilità della politica finanziaria americana è rappresentata dai “deficit gemelli”, pubblico e commerciale, ormai fuori controllo. Con i maggiori introiti dei dazi, Trump vorrebbe finanziare la riduzione delle imposte e la reinternalizzazione delle catene di produzione industriale, ma le risorse non bastano. Nel 2024, gli interessi sul debito (1.100 miliardi) hanno superato la spesa militare (892 miliardi), ed è un segnale di crisi sistemica che accompagna sempre le fasi di declino di ogni potenza egemone. Il rialzo dei tassi sul debito attorno al 5% segnala la perdita di fiducia dei risparmiatori e la Cina ha smesso di rinnovarne l’acquisto di bond, riversando il proprio surplus commerciale sull’oro. La dedollarizzazione manderebbe gli Stati Uniti in bancarotta, portando ad un cambiamento degli equilibri economici e politici mondiali. È questa la spiegazione della guerra commerciale scatenata da Donald Trump contro il resto del mondo, che spera di riequilibrare li deficit gemelli, ma si tratta d’una manovra disperata, che getta il mondo nel caos ed ha scarse possibilità di successo, perché il previsto introito dei dazi sarebbe del tutto insufficiente. Se gli Stati Uniti vogliono ridurre il loro deficit esterno devono mettere in atto politiche che aumentino il risparmio netto del settore pubblico e privato. Autorevoli economisti ritengono probabile una recessione, con un rapido abbandono del dollaro, il rialzo dell’inflazione e il blocco del commercio internazionale ma ciò segnerebbe la fine del dominio economico statunitense ed una crisi finanziaria mondiale.

In Europa la Germania è da tempo in recessione, a Francia è messa male ed ha chiesto alla Bce di abbassare i tassi; ‘Italia è tornata alla crescita dello ‘zero virgola’, ma è in recessione industriale da due anni con la crisi dell’acciaio e l’industria automobilistica. La situazione resta però oltremodo critica sul fronte macroeconomico. Le ‘Big Three’ hanno declassato il rating del debito americano, per i timori circa la capacità del governo di gestire in modo efficace i suoi impegni finanziari nel medio-lungo termine e l’aumento dei tassi di interesse ha cominciato a rallentare l’attività economica, raffreddando l’aspettativa d’una crescita robusta promessa dalla Trumponomics, per ora largamente disattesa.

Oltre alla “guerra dei dazi”, Trump sta operando una progressiva legittimazione delle criptovalute, pensando di inserire il Bitcoin nel paniere valutario della Fed, per affermare una posizione dominante del dollaro anche nella convertibilità delle criptovalute. L’accordo del G7 sulla “Global minimum tax” delle multinazionali garantisce una vistosa esenzione per le compagnie americane, in particolare dei colossi tecnologici statunitensi, che risparmieranno circa 100 miliardi di dollari in tasse all’estero. Inoltre, Trump è riuscito a portare i 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica ad aumentare delle spese militari al 5% del Pil annuo entro il 2035, e il Segretario della Nato Rutte ha chiarito che queste nuove spese devono essere finanziate con tagli della spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione); decisione che peggiorerà drasticamente le condizioni di vita delle popolazioni, dando un’ulteriore spinta politica verso l’estrema destra.

Per l’Italia la spesa annua in armamenti sarà insostenibile, perché dovrà crescere dagli attuali 33 miliardi di euro a 73 miliardi annui, per i prossimi 10 anni e una parte consistente di tale incremento andrà a finanziare l’acquisto di armi dagli Stati Uniti. Solo la Spagna si è rifiutata di raggiungere tale obiettivo, troppo oneroso. Nel 2024 la spesa bellica dell’UE risulta di 730 miliardi di dollari il 58% in più dei 462 miliardi spesi dalla Russia e, data questa grande superiorità della spesa europea nei confronti della Russia, appare del tutto ingiustificata la scelta di 800 miliardi di nuovi investimenti entro il 2030 del Piano ReArm Europe, proposto da Ursula Albrecht, coniugata von der Leyen, e approvato dal Parlamento Europeo, che comporta enormi sacrifici e il taglio della spesa sociale e che viene giustificato da un lato con una inesistente minaccia di invasione da parte della Russia, mente la Kallas propone la folle idea di prepararsi ad un attacco alla Russia per il 2030.

La “Dottrina Trump” ha aperto una nuova guerra commerciale con tutto il mondo, minacciando enormi dazi per moltissimi paesi, ma li ha modificati e infine sospesi fino al 1° agosto, a causa dell’enorme caos, con il crollo dei mercati finanziari, che stava mettendo in crisi l’intero settore del commercio internazionale. Su acciaio e alluminio ha fissato ovunque dazi specifici del 50% e sulle auto del 25%. Trump aveva imposto alla Cina dazi del 145% che rendevano impossibili gli scambi commerciali, ma la Cina in un primo tempo ha rifiutato le trattative e minacciato il blocco delle esportazioni di “terre rare”, di cui è quasi monopolista, per cui Trump ha fatto retromarcia, riducendo i dazi e concedendo esenzioni. Ma la partita è ancora aperta. 

Trump ha definito il 2 aprile come il “liberation day”, dalle “ingiuste” barriere tariffarie, impostegli da tutti i Paesi del mondo, che avrebbero “derubato” gli USA per decenni. Intende imporre dazi “reciproci”, pari alla metà di tutte queste barriere, il cui valore sarebbe rivelate dal deficit commerciale, che sarebbe, secondo lui, la prova di tale furto, ma è cosa del tutto falsa. La reciprocità, misurata da Trump sul deficit commerciale, dovrebbe eliminare le barriere tariffarie e non tariffarie (come i vincoli ambientali e della salute) e l’Iva (che riguarda tutte le merci e dunque non discrimina i prodotti americani, ma che Trump considera come una sorta di dazio), ma anche presunte “manipolazioni” del tasso di cambio per favorire chi esporta negli USA. Nel caso che i Paesi coinvolti non accettino tali tariffe, queste verrebbero raddoppiate.

Trump vorrebbe anche reinternalizzare le attività all’estero ma ciò implicherebbe anni di lavoro ed alti costi di impianto, ma soprattutto avrebbe costi di produzione più che quadrupli rispetto ai prodotti importati e ciò di tradurrebbe in un’alta inflazione ed in costi inaccettabili per i consumatori. Coi dazi molto alti Trump però sta già ottenendo entrate molto maggiori nelle casse federali, che in un anno crescerebbero a più di 290 miliardi di dollari.

Trump usa i dazi anche come pressione politica, minacciando il Brasile per ottenere la liberazione dell’ex presidente Jair Bolsonaro, un golpista fascista e alleato di Trump. Prevede anche dei “dazi secondari”, per colpire i Paesi che commerciano con uno stato sanzionato e non si adeguano ai divieti imposti dagli Stati Uniti. Anche la UE ha deciso di adottare i dazi secondari nei confronti dei Paesi che commerciano con la Russia, ma già Cina e India hanno risposto che non intendono assolutamente adeguarsi a divieti che ritengono illegittimi e che interferiscono con la loro autonomia politica e ciò potrebbe produrre effetti devastanti per la stessa UE, dato il peso di questi Paesi nel commercio internazionale. 

Il surplus commerciale di beni verso gli Stati Uniti è stato pari a 198 miliardi di euro, a fronte di un deficit nei servizi (finanziari, digitali e dell’intelligenza artificiale) di circa 148 miliardi, ma Trump considera solo il surplus sulle merci, anche se i risparmi delle famiglie europee, che ogni anno finiscono all’estero e foraggiano principalmente l’economia statunitense, ammontano a ben 300 miliardi di euro. Ha annunciato dazi al 30% dal 1° agosto, perché “l’UE è molto cattiva, ma abbiamo noi le carte in mano”; ossia l’applicazione di dazi generali del 30%, oltre a quelle settoriali, del 50% su acciaio e alluminio e del 25% sulle auto, che, in caso d’una ritorsione europea di pari entità, aumenterebbero d’un ulteriore 30%, arrivando ad un assurdo 60%, che significherebbe la fine di ogni rapporto commerciale. Con circa l’11% delle esportazioni dirette verso il mercato americano, l’Italia è uno dei principali paesi dell’UE esportatori verso gli Stati Uniti, con un surplus di 44 miliardi. Il deprezzamento del dollaro sull’euro (-13% dal ritorno di Trump), agisce come un “dazio implicito” che grava per il 21% sugli esportatori italiani. Gli europei hanno già accettato, senza farlo pesare sul tavolo delle trattative, l’accantonamento delle tasse sulle multinazionali statunitensi, l’assegnazione del 5% del Pil alla difesa che comporta l’acquisto di armi dagli Usa, gli acquisti di gas naturale a prezzi elevatissimi rispetto a quelli russi, che mettono in difficoltà vari settori produttivi particolarmente energivori. Trump invierà all’Ucraina i missili Patriot, pagati dalla Nato, con un ulteriore aggravio per gli stati europei.

La bozza di accordo fra Ursula Hendrich e Trump prevede una tariffa generale del 15% (14,8%) anche per l’automotive, ma bisogna aggiungere il 13% di svalutazione del dollaro per cui ci si avvicina a quel 30% che era finora giudicato da tutti insostenibile. Viene escluso dall’accordo il settore farmaceutico, e acciaio ed alluminio restano come prima. Alcuni prodotti strategici sono a dazi zero: aeromobili e i relativi componenti, alcuni prodotti chimici e farmaci generici, apparecchiature a semiconduttori, alcuni prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime essenziali. La parte politica prevede che “l’Ue acquisterà dagli Stati Uniti 750 miliardi di energia e un’enorme quantità di equipaggiamento militare”, oltre a 600 miliardi di investimenti in Usa. Gli acquisti di GNL russi saranno sostituiti da quelli Usa e già ora sono cresciuti del 40%, ma sono molto più costosi e impatteranno sulle bollette. I primi giudizi, in particolare di Cinque stelle e CNA, sono assai negativi: non è un accordo ma una capitolazione, è una tassa ingiusta e sproporzionata, con effetti molto pesanti sull’export italiano e sul ‘made in Italy’. La Confindustria prevede 23 miliardi di minori esportazioni e 100.000 posti di lavoro in pericolo. Per Cottarelli non sarà un tracollo, ma ci sarà un presso da pagare, esporteremo di meno. 

L’Europa vuole poi ridurre il sostegno al settore agricolo ed al Fondo di Coesione, e intende inoltre promuovere nuove sanzioni contro la Russia, che finora hanno danneggiato gravemente non la Russia, ma l’Europa. Si assiste anche ad una deregolazione delle politiche ambientali, mentre la Cina sta rafforzando le proprie catene del valore verso l’estero.

Per uscire da questa situazione occorre anche cambiare una gestione politica della Commissione Europea, che finora ha prodotto danni gravissimi e che sta spingendo l’Europa verso regimi populisti di estrema destra. Ma occorre che anche la cosiddetta “sinistra” cambi decisamente registro.

Giancarlo Saccoman

Pubblicato il 28 Luglio 2025