Storia del diritto al riposo. Che sta naufragando
In Italia il 21,6% dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti presta attività di domenica: più di uno/a su cinque
“Io credo nel popolo italiano. E’ un popolo generoso, laborioso, non chiede che il lavoro, una casa, e il tempo di potersi dedicare ai propri cari. Non chiede il paradiso in terra. Chiede ciò che dovrebbe avere ogni popolo”. Agli inizi degli anni Ottanta, quando Sandro Pertini pronunciò queste parole nel tradizionale messaggio di fine anno, tutto ciò pareva essere alla portata di tutti. Anche la domenica era sacra, i negozi erano chiusi, le fabbriche idem, il lavoro festivo era confinato ai soli servizi essenziali, come trasporto pubblico e sanità. C’era il tempo per parlare, per tacere e per tenersi per mano, come Kafka diceva efficacemente del giorno del Signore. Oggi, invece, in Italia il 21,6% dei lavoratori dipendenti presta attività di domenica, cioè più di un lavoratore su cinque sul totale degli occupati, e la tendenza pare in aumento. E’ quanto emerge da un’elaborazione Adapt su dati Eurostat 2023, dove però non si evince la diversa intensità con cui il lavoro domenicale viene svolto.
Considerando cento il totale dei lavoratori che lavorano la domenica, il 26,85% dichiara di farlo “talvolta”, mentre il restante 73,14% vi è impegnato con maggiore frequenza. I “sometimes workers” rappresentano il 5,8% del totale degli occupati mentre gli “usually workers” raggiungono il 15,8%. L’analisi consente inoltre di evidenziare una differenziazione di genere, risultando leggermente più elevata per le donne: lavora abitualmente di domenica il 16.1% delle donne a fronte del 15,6% degli uomini.
Complessivamente, secondo i dati Istat relativi al quarto trimestre 2024 – periodo in cui l’incidenza del lavoro domenicale è più contenuta – si stimano 4.205.154 occupati al lavoro di domenica, pari al 17,5% del totale.
In parte ciò è dipeso dall’affermazione crescente dell’ideologia liberista nel nostro continente a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, secondo cui diritti fondamentali in materia di stabilizzazione del rapporto di lavoro, igiene e sicurezza, salari e orari rappresentano i “lacci e lacciuoli” da cui occorre liberare l’economia. Ciò è risultato particolarmente evidente nella grande distribuzione. La liberalizzazione degli orari commerciali è stata avviata dal decreto ‘Bersani’ nel 1998 e completata con il decreto ‘Salva Italia’ del 2011, consentendo ai punti vendita l’apertura 7 giorni su 7 senza particolari restrizioni.
Se è vero che in un primo momento ha causato un aumento dei consumi e dell’occupazione del settore, tale sorta di effetto doping si è ormai esaurita da tempo, considerato il netto calo delle vendite al dettaglio registrato nel 2025, con particolare riferimento ai generi alimentari. Negli ultimi anni, inoltre, si registrano crisi occupazionali crescenti nella grande distribuzione; ne sono esempio la chiusura di molti punti vendita Coop a Roma e nel meridione, l’abbandono dell’Italia da parte di Carrefour e l’attuale crisi del gruppo Realco, con centinaia di posti di lavoro a rischio. Spezzare la vita familiare delle lavoratrici del settore, e privare i figli della compagnia della madre proprio quando sono a casa da scuola, non solo ha prodotto una società più triste, ma non si è rivelato nemmeno un buon affare.
Nell’industria l’aumento al ricorso del lavoro festivo è stato più contenuto, ma c’è stato, spinto da scelte di economia e politica industriale volta a un maggiore sfruttamento degli impianti. Nel settore metalmeccanico, e in particolare nel settore automobilistico, tuttavia non sono mancate importanti battaglie per arginare o evitare il ricorso al lavoro festivo, in Fiat fin dal 1994 con le lotte di Termoli, o come il limite ai 17 turni settimanali in atto nello stabilimento di Melfi. Quanto a dire che è possibile dire un netto no al lavoro festivo, anche dimostrando che il vero incremento della produttività non corrisponde certo ad un aumento delle ore di lavoro, ma piuttosto in soluzioni organizzative e in investimenti tecnologico.
Ci sono dunque margini da parte del movimento sindacale per mostrare maggiore coraggio nelle contrattazioni a venire. Il dato sul lavoro domenicale conferma come la trasformazione nei modelli di consumo e l’estensione dei servizi abbiano progressivamente ridefinito in peggio i tempi di vita e di lavoro, rendendo più difficile la loro conciliazione. Non si tratta inoltre di una semplice questione quantitativa, ma di intensità e gravosità del lavoro, con implicazioni rilevanti sul piano della contrattazione e della definizione dei diritti. Se il legislatore non interviene in modo efficace, la contrattazione collettiva deve dunque farsi carico di regolare le condizioni alle quali è possibile lavorare di domenica, valorizzando le specificità territoriali e settoriali. Ma soprattutto, introducendo margini di flessibilità governata per garantire la reale volontarietà della prestazione domenicale.
Davide Vasconi
Pubblicato il 26 Febbraio 2026
