Segnalare i docenti ‘di sinistra’? Un attacco alla scuola
L’affissione, sui muri del liceo Leopardi-Majorana di Pordenone, di un manifesto a firma di Azione Studentesca che invita gli studenti a segnalare i docenti “di sinistra” non è solo un episodio inquietante: è un campanello d’allarme che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, la libertà di pensiero e il ruolo costituzionale della scuola.
L’idea che si possa stilare una “lista” di insegnanti sulla base delle loro opinioni politiche richiama alla memoria le pagine più buie della nostra storia. È un gesto che, per forma e sostanza, si avvicina pericolosamente alle pratiche di delazione e schedatura proprie dei regimi autoritari. E che a farlo siano giovani studenti, probabilmente strumentalizzati, non attenua la gravità dell’atto: semmai la amplifica, perché segnala un’inquietante deriva culturale e civile.
Ancora più sconcertanti sono le reazioni istituzionali. Il sindaco di Pordenone, Antonio Basso, ha dichiarato che “non si possono censurare gli studenti”. Ma qui non si tratta di censura: si tratta di difendere la scuola da un attacco alla sua funzione più profonda. La scuola non è un’arena ideologica, ma un luogo di formazione del pensiero critico, dove si apprendono non solo nozioni, ma strumenti per comprendere il mondo, per interrogarsi, per dissentire. Dove si impara che la libertà di espressione non è un’arma da usare contro chi la esercita, ma un diritto da tutelare per tutti.
Penso a Paulo Freire, uno dei più grandi pedagogisti del Novecento, “insegnare non è un atto neutro”. Ogni gesto educativo è intrinsecamente politico, perché implica una visione del mondo, una scelta di campo. Educare significa schierarsi: non per indottrinare, ma per emancipare. Chi pretende una scuola “neutra” spesso auspica, in realtà, una scuola silente, addomesticata, incapace di porre domande scomode.
L’insegnamento, se è autentico, non può che essere “politico” nel senso più alto del termine: perché educare significa anche trasmettere i valori fondanti della nostra Costituzione (l’antifascismo, la solidarietà, l’uguaglianza, la dignità della persona, la libertà di pensiero). Chi teme questi valori, chi li considera “di parte”, dovrebbe interrogarsi a cosa stia realmente mirando.
L’educazione civica, oggi più che mai, non può essere relegata a un’ora settimanale o a un capitolo di un manuale. Deve attraversare tutte le discipline, deve essere il filo rosso che lega la storia alla contemporaneità, la letteratura alla vita, la scienza alla responsabilità sociale. E deve insegnare che la democrazia non è mai acquisita una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno, anche – e soprattutto – tra i banchi di scuola.
Chi oggi chiede di “segnalare” i docenti che stimolano il pensiero critico, domani chiederà di zittirli. E dopodomani, forse, di sostituirli. È già successo. E la storia ci insegna che quando si comincia a mettere in discussione la libertà dell’insegnamento, presto si mettono in discussione tutte le altre libertà.
Per questo, come docente, come cittadina, non posso che ribadire con forza: la scuola è e deve restare un presidio di libertà. E chi la attacca, chi attacca il personale, attacca la democrazia.
Antonia Cappelli
Docente Scuole Civiche
RSU Comune di Milano
Pubblicato il 10 Febbraio 2026
