Se la Palestina muore, noi non ci salviamo!
“È arrivato il momento anche per i sindacati di entrare sulla scena con azioni più forti contro lo sterminio, per affermare la pace e l’autodeterminazione dei popoli, ad iniziare da quello palestinese”
Se la Palestina sopravvive sotto il giogo di figli e figliastri di Abramo, noi saremo ugualmente sotto il giogo: soltanto il riscatto della Palestina libera può mettere in sicurezza la nostra libertà, perché la libertà della Palestina è la libertà di tutti.
Al punto in cui siamo, non è immaginabile che Israele e Netanyahu possano avere un soprassalto di umanità ed accogliere gli appelli del Papa o di chi altro a cessare il fuoco. Ormai tutti riconoscono, dopo mesi di distinguo confusi e più o meno imbarazzati, che si tratta di uno sterminio genocida; lo riconoscono semplicemente perché si sta compiendo, e forse è troppo tardi per intervenire.
La stessa Meloni, ha dovuto ammettere che è stata “superata la proporzionalità” nel diritto di Israele all’autodifesa. Proporzionalità che non c’ è mai stata né prima né dopo il 7 ottobre, ma la proporzionalità non c’è mai stata, ed ancora non c’è, neanche nelle reazioni della comunità internazionale.
Infatti, se la Russia occupa territori ucraini, l’Occidente si mobilita con forniture di armi per decine di miliardi, con 18 provvedimenti sanzionatori nei confronti della Russia e con miliardi di rubli sequestrati. Israele occupa territori palestinesi da oltre 60 anni e nessuno fiata. Uccide oltre 60 mila civili, in maggior parte bambini, e non solo non c’è nessuna reazione di sdegno, ma si arriva a negare la realtà, accusando Hamas di farsi scudo della popolazione civile (Hamas si farà pure scudo, ma l’esercito israeliano non si fa nessuno scrupolo a sparare sui corpicini dei bambini inermi ed affamati che vanno in cerca di cibo).
Si arriva alla proporzione inversa, in quanto più aumenta la protesta dell’opinione pubblica mondiale in favore della Palestina e contro le azioni criminali di Israele e più aumenta la repressione di tali manifestazioni fino ad episodi paradossali (l’arresto di personalità come lo sceneggiatore di Ken Loach). Per non dire delle sanzioni a Francesca Albanese, Rapporteur dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati in Palestina.
La proporzione non c’è perché da una parte c’è lo Stato d’Israele e dall’altra non c’è lo Stato Palestinese.
La formula “due Popoli due Stati”, ancorché prevista dal Piano dell’ONU del 1947, è una presa per i fondelli: tutti dicono che è la soluzione, ma continuano a cincischiare. Se il riconoscimento dello Stato di Palestina è così importante per riequilibrare le relazioni e, se non mitigare, almeno codificare e assoggettare i conflitti al diritto internazionale civile e militare… perché non farlo?
Se invece l’obiezione è che non cambia niente in quanto sarebbe soltanto un riconoscimento simbolico… perché non farlo?
È evidente la sproporzione tra gli atti di Israele e le reazioni dei governi, a quasi due anni dal 7 ottobre, con lo sterminio in atto, con la popolazione residua sfollata e l’ulteriore annessione illegale di territori in Cisgiordania. E siamo ancora al punto di dover stigmatizzare il comportamento dei coloni, di cui alcuni particolarmente violenti… ma quali coloni? L’annessione di una porzione di territorio della Cisgiordania è avvenuta con un atto legislativo della Knesset, non a causa di qualche israeliano esagitato.
Gira un video che parla di Gaza come “riviera del Medio Oriente” come una sorta di tragica barzelletta, poi però si scopre che il governo israeliano avrebbe messo al lavoro esperti ed imprenditori del settore per progettarla.
Qualcuno parla di un giacimento di gas tra i più grandi al mondo, nelle acque territoriali palestinesi a sedici miglia dalla Costa della Striscia: anche questa sembra una cinica favola, se non fosse che il governo israeliano avrebbe già perfezionato una ‘joint venture’ con grandi players internazionali, fra cui l’Eni, per lo sfruttamento di questa preziosa fonte energetica, a discapito della Palestina che ne sarebbe la legittima proprietaria. E che, potendolo sfruttare, potrebbe detenere un buon viatico per la ricostruzione e la futura prosperità dell’auspicato Stato Palestinese.
Ormai il re è nudo, ma non accenna imbarazzo. Perciò è necessario un salto di qualità della protesta civile. Tutte le opinioni pubbliche mondiali si stanno mobilitando e si segnalano movimenti, associazioni e cittadini, disponibili anche a rischiare in prima persona per impedire il genocidio del Popolo Palestinese. Non sappiamo se sarà sufficiente e vincente questa lotta, ma avvertiamo comunque un cambio di fase: la missione umanitaria della “Global Sumud Flotilla” è emblematica, importante in sé, ma tanto più significativa perché mette i governi e gli Stati democratici nella condizione di uscire dalla neutralità, dall’indifferenza e dall’ambiguità. Anche verso la Flotilla però ci sono ancora troppi distinguo: una missione umanitaria deve avere necessariamente una copertura diplomatica internazionale, soprattutto quando Israele non consente un corridoio umanitario e minaccia di arrestare chiunque si avvicini, come se si trattasse di terroristi fiancheggiatori di Hamas.
Il Primo Ministro Spagnolo Sanchez ha dichiarato ufficialmente di garantire la protezione diplomatica per i cittadini spagnoli che fanno parte della ‘Global Sumud Flotilla’; lo ha dichiarato in tempi non sospetti e le autorità israeliane lo hanno saputo preventivamente, mentre la Meloni ha dichiarato che assisterà i cittadini italiani che partecipano al convoglio umanitario della Flotilla nel caso che in cui incontreranno problemi: è chiarissima la differenza tra i due governi. Ma, ancora più grave, nella posizione del governo italiano e della Meloni, è la volontà di voler mettere in discussione la natura della missione dicendo che ci sono altri canali umanitari ufficiali più efficaci e meno rischiosi: a quali canali si riferisce la Meloni? Quelli organizzati da Israele che costringono la popolazione alla fame, alla carestia (dichiarata dagli osservatori dell’ONU), gestiti dall’esercito israeliano come arma di guerra, e per fare il tiro a bersaglio sulle donne e i bambini che si accalcano per ricevere un piatto di minestra?
Israele ha superato ogni limite ed ogni crimine, ma anche i suoi alleati lo hanno superato, rendendoli complici e colpevoli.
È arrivato il momento anche per i sindacati di entrare sulla scena con azioni più forti contro lo sterminio, per affermare la pace e l’autodeterminazione del popolo palestinese e di tutti gli altri popoli.
La presa di posizione dei Camalli di Genova, alla quale è seguita quella di tanti altri portuali italiani ed europei, è molto significativa per poter definire un cambio di fase e dimostrare le potenzialità di lotta e di reazione del mondo del lavoro. Chiamato ad intervenire concretamente contro questa deriva barbara per uscire dalla sensazione d’impotenza. Ci avevano raccontato che i Camalli di Genova erano morti, sconfitti dalla globalizzazione e sconfitti sindacalmente, vittime della ormai superata lotta di classe del secolo scorso, così come i minatori inglesi, sconfitti dalla Lady di Ferro Thatcher negli anni 90. Invece sono vivi e lottano insieme ai giovani del movimento ambientalista ed umanitario di Greta Thumberg. Occorre uno sciopero generale indetto a livello europeo e mondiale: nessuna arma di pressione pacifica deve restare nel fodero.
Anche l’Assemblea delle Nazioni Unite deve osare di più, non rassegnandosi al declino ed al dissolvimento, bensì difendendo il diritto internazionale violato. Lo deve fare anche superando i veti del consiglio di sicurezza e decidendo un intervento con tutte le nazioni di buona volontà per garantire il ritorno alla legalità internazionale.
Pietro Soldini
Pubblicato il 9 Settembre 2025
