Ricorrere alla guerra nell’illusione di salvare un “impero”
“Gli Stati Uniti sono alle prese con una crisi profonda, ben testimoniata dall’enorme dimensione dei deficit gemelli, di bilancio e commerciale, ormai non più finanziabili attraverso il “quantitative easing” del ‘signoraggio del dollaro’”
Rispetto al multilateralismo pacifista dello SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai che si è riunita a Tianjin, in Cina, per il suo 25° vertice, alla presenza anche del segretario generale dell’ONU, Guterres, la lettura occidentale della Dichiarazione finale del vertice stesso è fondata su un orizzonte di guerra a difesa dell’unipolarismo statunitense, come testimonia il commento di Trump, secondo cui “cospirate contro gli Stati Uniti”.
Occorre comprendere che gli Stati Uniti sono alle prese con una crisi profonda, ben testimoniata dalla enorme dimensione dei deficit gemelli, di bilancio e commerciale, ormai non più finanziabili attraverso il “quantitative easing” del “signoraggio del dollaro”, determinati sia dall’enorme costo dell’apparato bellico (oltre 800 basi militari all’estero e 7 flotte in tutti gli oceani), che Trump vuole scaricare sugli alleati, che dal fallimento della globalizzazione che, esportando la produzione all’estero, ha distrutto l’apparato produttivo statunitense, creando la “rust belt” (la “fascia della ruggine” delle industrie dismesse) e alimentato il debito commerciale anche con le importazioni di merci prodotte all’estero dalle imprese americane, creando una netta separazione fra la grande ricchezza delle élite finanziarie e delle piattaforme, e l’impoverimento della grande massa della gente comune.
Il successo elettorale di Trump, con lo slogan MAGA (‘Make America Great Again’), deriva dalla sua promessa ai lavoratori impoveriti di riportare le fabbriche a casa (ma i loro prodotti sarebbero assai più costosi e fuori mercato) e dal protezionismo della “guerra commerciale” dei dazi, che intende imporre agli altri Paesi il costo del riequilibrio della propria bilancia dei pagamenti, anche attraverso una svalutazione del dollaro l’attuale guerra contro l’‘autonomia ella FED (come negli accordi del Plaza). Invece i “neocon” del Partito Democratico, pur percorrendo, sia pure in modo meno appariscente, anche le stesse misure protezionistiche di Trump, insistevano sulla difesa, anche con la guerra, dell’unipolarismo statunitense e della globalizzazione finanziaria, di cui sono esponenti. Difendeva anche una scelta bellica, che doveva impedire il sorpasso economico sugli Stati Uniti sia alla Cina che alla Germania (e dunque all’Europa), rompendo quel legame economico con la Russia che forniva energia a basso costo, fondamentale per la manifattura tedesca e che, con le sanzioni suicide dell’Europa, ha spinto la Germania in recessione.
Si tratta di due strategie perdenti, che però hanno accelerato il processo di costruzione d’una alternativa pacifica e d’una autonomia finanziaria e valutaria dello SCO. L’Europa ha tenuto una posizione suicida, subendo passivamente le imposizioni americane che le succhiano risorse (dai dazi al 15% che produrranno una recessione europea di lungo periodo, al 5% del riarmo con armi all’80% americane, all’importazione di carburanti di scarsa qualità ad altissimo prezzo, alla promessa di investimenti privati che non avverranno) rappresentata dalla fanatica guerrafondaia Kaja Kallas, capo della diplomazia europea, che, riferendosi allo SCO, ha affermato che incarna “una sfida diretta al sistema internazionale”, che non solo invia “segnali anti-occidentali”, ma rappresenta “una minaccia all’equilibrio mondiale”, insistendo anche su un’assurda “invasione” russa, per sollecitare l’adesione dei Paesi europei al ReArmEurope (finanziato, secondo il Segretario della NATO, Rutte, col taglio della spesa sociale). Perché “la Cina e la Russia parlano di portare avanti insieme cambiamenti senza precedenti da un secolo” nell’architettura della sicurezza mondiale, che mettono in discussione l’unipolarismo americano.
La Germania ha rilanciato gli investimenti bellici come occasione di crescita produttiva e per diventare una potenza militare. Anche la rimercatizzazione del welfare, che produrrà un gravissimo impoverimento della popolazione, sarà un’ulteriore occasione di profitto. Tutto ciò avrà, come risultato nelle future elezioni, nel silenzio della “sinistra” tradizionale, un’ondata, già in atto, verso un’Europa governata dall’estrema destra neofascista. L’incapacità delle élite occidentali e dell’UE di resistere all’offensiva trumpiana deriva dal fatto che le loro fortune, ben distinte dagli interessi dei rispettivi Paesi, sono strettamente collegate alle sorti della globalizzazione finanziaria americana e dunque sono, assieme ai “neocon” democratici statunitensi, una parte della casta finanziaria neoliberista guerrafondaia internazionale. Un fatto simbolico è che tutte queste élite transnazionali hanno adottato, in contraddizione e distacco dalle loro popolazioni, la lingua inglese, che è quella usata anche nelle istituzioni europee. Anche se, dopo la diaspora britannica, non esiste più in Europa un solo Paese che abbia come lingua ufficiale il solo inglese.
Per questo l’Europa risulta incapace di difendere i propri interessi popolari e la borghesia finanziaria che governa l’Europa assomiglia, nel suo distacco dagli interessi popolari e nazionali, alla borghesia “compradora” sudamericana. L’unica strada di sopravvivenza per la popolazione europea è quella di lottare per la propria autonomia dalle strategie dell’unilateralismo imperialistico statunitense, in prospettiva perdente, per diventare un soggetto d’un pacifico dialogo multipolare mondiale. Ma ciò esige il ripudio da parte della sinistra del globalismo neoliberista e la costruzione d’un blocco sociale alternativo per un’economia pacifica e solidale, di cui SCO e BRICS+ appaiono come i naturali alleati.
Giancarlo Saccoman
Pubblicato il 1 Ottobre 2025
