Quel sacrificio inutile di Satnam Singh

Qualche giorno fa, ascoltando l’intervista al tg3 di Soni Singh – la giovane moglie di Satnam, che lei chiama ‘Navi’, il bracciante ucciso sul lavoro a Latina nel giugno dello scorso anno – ho provato inizialmente commozione.

Lei, in un italiano stentato, che sta imparando con l’aiuto della CGIL con la quale sta lavorando (perché la CGIL oltre ad assisterla sindacalmente e legalmente si è fatta carico della sua situazione, per darle una opportunità di sopravvivere a questa immane tragedia) raccontava, quasi rivivendo quei momenti, del marito che è stato scaricato davanti casa dal padrone. Con accanto una cassetta che conteneva il suo braccio stroncato da un macchinario agricolo mentre lavorava in nero ed è morto così dissanguato, senza i soccorsi che avrebbero potuto salvarlo e che sono arrivati troppo tardi.

Il padrone non solo non aveva chiamato i soccorsi, ma gli aveva anche tolto il cellulare per evitare che li chiamasse.

L’intervistatrice, anche lei visibilmente commossa, quasi a volerla distogliere da quel dolore lacerante di moglie al quale hanno assassinato il marito in questo modo così disumano (l’uomo che amava infinitamente, che era tutta la sua vita) le ha chiesto se si stesse rifacendo una vita. Lei ha risposto: “Senza Navi mia vita no più”.

Subito dopo abbiamo riflettuto sul fatto che, da quel giugno 2024, altre centinaia di lavoratori, di cui molti immigrati, sono morti sul lavoro, nella spaventosa media di tre al giorno. Così l’emozione si è trasformata in rabbia e vergogna.

Quello delle morti sul lavoro è un tema di cui si parla con ritualità e distrazione, con un coinvolgimento emotivo superficiale e di breve durata, se pensiamo che da giorni si sta discutendo con enfasi di una casa nel bosco, nella quale sono intervenuti i servizi sociali a tutela dei bambini che ci vivevano, e si dibatte sul fatto se sia stato giusto o meno separare quei bambini dai genitori e portarli temporaneamente in una casa protetta. Ma vien da chiedersi: se in quella casa avessero abitato, anziché una famiglia così detta “neorurale”, una famiglia di braccianti immigrati, chissà se, prima dei servizi sociali, sarebbe intervenuto Piantedosi ed avrebbe rinchiuso e rimpatriato il ‘padrone di casa’. Perché questo prevede la ‘Bossi-Fini’, in sfregio ai diritti dell’unità familiare e dei diritti dei bambini; avviene quotidianamente e nessuno ne parla, né se ne scandalizza.

In quella casa nel bosco, se fosse stata abitata da un bracciante straniero, costui non avrebbe potuto ottenere il permesso di soggiorno, perché le norme della ‘Bossi-Fini’, arricchite dai vari decreti sicurezza, prevedono che il lavoratore immigrato, per ottenerlo, deve presentare un certificato d’idoneità abitativa che attesti uno standard di servizi e di spazi che sarebbe impossibile certificare per il 50% delle famiglie italiane.

Negli stessi giorni ed ore in cui s’infiamma il dibattito sulla famiglia “neorurale” separata dai bambini, Piantedosi sta rimpatriando l’Imam di Torino Mohamed Shahin, un egiziano che è in Italia da 20 anni, accusato di aver manifestato in favore della Palestina e rinchiuso in un CPR a Caltanissetta in attesa di rimpatrio, strappato alla sua famiglia con due figli di 8 e 10 anni.

Tornando ai morti sul lavoro, la morte di Navi è la punta di un iceberg, un atto criminale razzista commesso lucidamente da chi disprezza la vita umana di un altro che giudica inferiore.

Ma il fenomeno dei morti sul lavoro è una piaga sociale che riguarda un sistema politico economico e produttivo, un sistema che ordina gerarchicamente, costi, ricavi, ricchezze e valori e ne stabilisce la priorità.

I dati delle malattie professionali, degli infortuni e delle morti sul lavoro, forniscono un quadro molto chiaro su concause, condizioni di lavoro, precarietà, orari, materiali ed impianti nocivi, età dei lavoratori coinvolti. Ma non ci sono investimenti sulla prevenzione e quindi sulla sicurezza.

Anzi, ormai è luogo comune che, quando si parla di sicurezza, si allude alla necessità di proteggere i cittadini dagli immigrati che delinquono. E si identifica la destra politica con chi si preoccupa della sicurezza, mentre la sinistra sottovaluta il tema e per questa ragione perde le elezioni.

Ma, ammesso e non concesso che la destra si occupi di sicurezza, nel senso dell’ordine pubblico e della repressione del crimine – peraltro senza risolvere il problema bensì limitandosi ad agitarne lo spauracchio in modo demagogico e propagandistico – di quale sicurezza non si occupa la Sinistra per cui perde le elezioni? Forse proprio della sicurezza intesa in un altro senso, ossia la “sicurezza sociale” che si misura sul grado di tutela dei lavoratori, su salari adeguati al costo della vita, sulla prevenzione e la cura sanitaria. E ancora: la sicurezza di una casa o la qualità della istruzione pubblica uguale per tutti.

Forse è perché non si occupa di “questa sicurezza” che la sinistra perde. Perché non si occupa sufficientemente, delle persone più povere, più fragili, più insicure e quindi vittime e non responsabili dell’insicurezza sociale reale e percepita. E va appresso alla narrazione manipolata della realtà, per cui sappiamo tutto della statistica del Ministero dell’Interno sulle denunce di reati, che è la più fuorviante che esista. Infatti, oltre il 50% di quelle denunce vengono archiviate in istruttoria.

Così come tutti conoscono la statistica sulla popolazione carceraria, altrettanto fuorviante, perché non ci dice per quali reati vengano arrestati gli stranieri reclusi in carcere; così come non ci dice quanti siano in attesa di giudizio né vengono diffuse altre informazioni che sarebbero illuminanti a proposito della condizione di discriminazione cui sono sottoposti. Tanto è vero che oltre il 30% della popolazione carceraria è straniera, nonostante i migranti rappresentino il 10% della popolazione, e le statistiche dell’INAIL (che in pochissimi conoscono) fotografa il fatto che oltre il 30% delle morti sul lavoro riguarda lavoratori immigrati. Ed è significativo che tale percentuale decresca (per quanto rimanga alta) negli infortuni non mortali, non certo perché siano di meno, ma semplicemente perché le morti è più difficile occultarle, mentre gli infortuni meno gravi, soprattutto se a carico dei lavoratori più precari, in nero o addirittura in schiavitù, si possono occultare.

È proprio vero: dobbiamo occuparci di più e lottare di più per la sicurezza dei lavoratori, la sicurezza sociale, proprio mentre la destra, in Italia e nel mondo sta coniugando questo termine ben oltre la lotta contro gli immigrati, contro i poveri, contro i migranti e contro le minoranze diverse, ampliandolo al tema del riarmo. Per tornare a fare la guerra, a combattere un ipotetico nemico.

E’ dunque bene sapere che venerdì 12 dicembre tutti coloro che parteciperanno allo sciopero generale indetto dalla CGIL, così come hanno partecipato a quello del 28 novembre indetto dai sindacati di base contro la manovra di bilancio, si staranno mobilitando anche per “un’altra sicurezza”.

Pietro Soldini

Pubblicato il 2 Dicembre 2025