Palestina, l’accordo di pace che non c’è
Su Gaza non si è fermato il genocidio: si è semplicemente fermato il racconto e si continua a morire
La gente a Gaza continua a morire, per mano dell’esercito israeliano, per fame, per malattie non curate, per freddo, per epidemie varie. A Gaza non si è fermato il genocidio: si è semplicemente fermato il racconto. Perché non ci sono le condizioni per sopravvivere, non sono mai stati riaperti i valichi per fare entrare gli aiuti umanitari sufficienti, né cibo e medicine, né tensostrutture per difendersi dal freddo e dal fango. Né sono state sgombrate macerie e bonificato il suolo da mine ordigni e cadaveri.
I punti del famoso accordo di pace promosso con grande enfasi da Trump, non sono stati rispettati, e nessuno ha operato per una verifica attenta dei comportamenti coerenti con quegli impegni. Tanto meno Trump, che è già andato oltre, manifestando la sua vera vocazione, che non è certo quella del “pacificatore”, ma piuttosto quella del guerrafondaio incendiario di conflitti interni ed internazionali.
Ad oggi, sono più di dieci i fronti aperti in tutti i continenti, di guerre calde, fredde e ibride (Cina, Russia, Europa, Groenlandia, Canada, Iran, Nigeria, Venezuela, Messico, Colombia, Cuba).
Nella scala dei valori d’interesse pubblico mediatico, sembra che ogni cosa che accade sia più grave del genocidio dei Palestinesi di Gaza.
Anche quando si parla di violazioni del diritto internazionale, si fa molta fatica a capire perché il diritto internazionale muore in Venezuela ed è vero, muore in Ucraina ed è vero, muore in Groenlandia ed è vero. Ma non muore a Gaza.
Anzi, a Gaza sembra che il pericolo maggiore sia rappresentato dal terrorismo di Hamas che da quando è nato e foraggiato da Netanyahu, ha fatto qualche centinaio di morti, e non dall’invasore Israele che ha decimato la popolazione palestinese producendo, negli anni, milioni di profughi e decine di migliaia di morti e di invalidi e la distruzione delle città.
Siamo ormai oltre il livello di guardia, rispetto alla criminalizzazione di tutti coloro che solidarizzano con il popolo palestinese. I quali, con molta disinvoltura, vengono, non solo etichettati, ma incriminati, arrestati e incarcerati.
Per mesi si è voluto sottilizzare su come classificare il massacro dei Palestinesi ad opera di Israele e la proverbiale prudenza ed accortezza nell’analizzare tutti i presupposti del caso per negare che si potesse usare la parola “genocidio”. E poi, con il massimo di disinvoltura e leggerezza, si arresta come terrorista un Imam che non ha commesso nessun reato (almeno fino a che non sia stato processato e condannato da un tribunale). Mentre si sequestrano soldi che sarebbero dovuti andare a Gaza per aiutare la popolazione indigente (o morente, per meglio dire).
Peggio ancora succede in America, dove si spara ad una cittadina americana e si uccide, sostenendo senza uno straccio di prova (anzi, con un quadro probatorio che lascia intendere l’esatto contrario), che fosse una terrorista.
Non solo Israele continua a sparare sui civili di Gaza. Ma ha anche interdetto la presenza di 39 Organizzazioni non governative che, in questi lunghi anni e mesi di bombardamenti e cecchinaggi, avevano garantito un minimo di assistenza alla popolazione civile. Questo provvedimento arriva dopo aver interdetto la presenza e quindi l’azione di monitoraggio ed assistenza da parte delle Organizzazioni afferenti alle Nazioni Unite.
Per quanto riguarda l’Italia, noi siamo interessati a questa epurazione attraverso il divieto di operare alla nostra Associazione Medici senza Frontiere ed attraverso le sanzioni mirate nei confronti di una cittadina italiana, Francesca Albanese, che ha un incarico dall’ONU di monitorare e relazionare sulla violazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati da Israele.
In sostanza Israele, anziché giustificarsi rispetto alle violazioni dei diritti della popolazione palestinese nei territori da lui occupati, così come sono circostanziate nella relazione di Francesca Albanese, la accusa di essere filo Hamas e la sanziona pesantemente.
L’ONU difende la sua Relatrice, infatti le ha rinnovato l’incarico. Incarico il cui esercizio, però, viene reso molto difficile, proprio dalle sanzioni applicate dagli USA nei suoi confronti, in quanto ne limitano agibilità e mobilità.
Per quanto riguarda il Governo italiano, non soltanto non ha garantito alla nostra cittadina la dovuta protezione, ma si permette di accusare a sua volta Francesca Albanese di non essere imparziale fra Israele e Palestina. Ma di quale imparzialità si parla? Come se Israele e Palestina fossero due contendenti alla pari, dai quali dover essere equidistanti. Al contrario, non sono sullo stesso piano. Israele e l’invasore e la Palestina è l’invasa. Israele è una superpotenza militare e nucleare e la Palestina non ha un esercito, ma una popolazione civile inerme.
Mentre il cosiddetto ‘accordo di pace’, non funziona: perché non viene rispettato, perché la cosiddetta ‘fase 2’ non è alle viste ed anche perché non funzionava nel suo impianto iniziale. Mancavano infatti due aspetti fondamentali: il riconoscimento dello Stato di Palestina, ineludibile per promuovere le condizioni minime di una pari dignità almeno sul piano giuridico, e il ritiro dai Territori occupati per ripristinare i confini legittimi dei due Stati.
La motivazione di Israele, avallata dai suoi alleati Europa e Stati Uniti per mantenere il controllo dei territori occupati (difesa e sicurezza), è totalmente falsa e pretestuosa. Non servono, infatti, territori occupati per garantire la sicurezza d’Israele, perché la sua superiorità militare è schiacciante.
I Territori occupati da Israele servono per le sue mire espansionistiche, coloniali di sfruttamento di risorse naturali, fonti energetiche (gas) e non solo, ed anche di sfruttamento delle persone in un regime di apartheid.
Se non si scioglieranno questi due nodi, peraltro collegati fra di loro – in quanto lo Stato di Palestina, oltre al riconoscimento giuridico, dovrebbe ottenere un territorio sufficientemente ampio ed omogeneo per poter garantire la sua economia, la sua crescita sociale ed anche uno spazio per poter fare rientrare, se non tutti, ma almeno una parte dei profughi sparsi nel mondo – non potranno esserci né pace né giustizia né reciproco riconoscimento.
Purtroppo, c’è da essere molto pessimisti nel contesto in cui ci troviamo. Da qui la necessità di continuare la lotta pro-Palestina, di tenere alto il movimento di protesta e, forse, prevedere un intervento verso nei confronti dell’ONU. Il movimento mondiale per la pace ha infatti bisogno di una sponda istituzionale e politica. Ed anche l’ONU ha bisogno di una sponda popolare per reagire.
Oggi le Nazioni Unite vengono sbeffeggiate dagli Stati Uniti di Trump e la gran parte degli Stati membri le considerano ferri vecchi, così come tutti si apprestano a dichiarare morto il diritto internazionale, senza provare neanche ad approcciare un tentativo di difesa. Ma, francamente, non è pensabile un’uscita pacifica dalla crisi geopolitica mondiale senza ripartire dal diritto internazionale e dal ruolo delle istituzioni internazionali.
L’alternativa è il caos, è la legge del più forte; è la guerra in tutte le sue forme vecchie e nuove.
Pietro Soldini
Pubblicato il 13 Gennaio 2026
