Odissea-previdenza: termini e condizioni per una nuova vertenza

I dipendenti pubblici hanno visto peggiorare ulteriormente il loro trattamento pensionistico: da uno studio del Dipartimento Previdenza CGIL i tagli possono superare i 6.000 € annui per assegni medi e fino a 14.400 € annui per retribuzioni più elevate

Il termine “previdenza” ha un’etimologia latina, deriva dal verbo latino “praevidēre”: vedere in anticipo.

Da questo verbo deriva il sostantivo latino “praevidentia”, che indicava l’atto del prevedere, l’accortezza, la lungimiranza, la capacità di prevenire o tutelarsi contro eventi futuri, specialmente negativi.

In italiano, il termine “previdenza” ha mantenuto questi significati legati alla capacità di anticipare eventi futuri, soprattutto in senso precauzionale o protettivo. Oggi è comunemente usato in contesti come:

· previdenza sociale: sistemi pensionistici pubblici o privati che tutelano le persone da rischi economici futuri (malattia, vecchiaia, disoccupazione);

· previdenza complementare: forme di risparmio aggiuntive rispetto al sistema pensionistico obbligatorio.

La previdenza sociale italiana nacque alla fine del 1800. Nel 1898, dopo un dibattito pluridecennale, si introdussero le prime pensioni di invalidità e di vecchiaia. La legge costituì la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia e successivamente nel 1919 l’assicurazione di vecchiaia divenne obbligatoria.

Nel 1943 con l’articolo 3 del Regio Decreto Legge 2 agosto 1943 n. 704 la denominazione diviene quella di Istituto nazionale della previdenza sociale.

Negli anni successivi i numerosi interventi (riforme) attuati dai governi di centrodestra, centrosinistra e “tecnici” hanno progressivamente reso le pensioni più povere e più difficili da raggiungere.

Dalla Legge Amato del 1992 alla Dini del 1995, per citare gli interventi “contemporanei”, abbiamo assistito a modifiche strutturali della regolamentazione previdenziale, per arrivare alla famigerata Legge Fornero del 2011 che ha completato un processo di totale ridimensionamento dell’architrave pensionistica nel nostro paese.

Il termine previdenza, come dicevamo, per sua natura etimologica e concettuale, rimanda a un’idea di anticipazione, programmazione e tutela del futuro. In Italia, tuttavia, il sistema previdenziale, come abbiamo visto ha subito nel tempo una serie di interventi legislativi spesso discontinui, incoerenti e regressivi, che ne hanno minato le fondamenta concettuali, giuridiche e politiche del sistema. L’ultimo intervento – la riforma delle aliquote di rendimento per i dipendenti pubblici introdotta con la Legge di Bilancio 2024 – rappresenta un ulteriore scollamento tra il nome del sistema e la sua effettiva funzione e questa misura ha reso evidente un aspetto cruciale: il sistema previdenziale italiano è diventato una leva di finanza pubblica, non più uno strumento di equità sociale e tutela intergenerazionale.

I dipendenti pubblici hanno visto peggiorare ulteriormente il loro trattamento pensionistico.

In particolare, con la Legge di Bilancio 2024 (L. 213/2023) (Modifica delle aliquote di rendimento) per i dipendenti iscritti alle ex casse dell’INPDAP — CPDEL (enti locali), CPS (sanitari), CPI (insegnanti scuole elementari/asili), CPUG (ufficiali giudiziari) — con contribuzione inferiore a 15 anni maturata al 31 dicembre 1995, è stata modificata l’aliquota di rendimento per la quota retributiva (per ogni anno di anzianità contributiva) fissandola al 2,5% annuo, in luogo delle precedenti aliquote più favorevoli, che variavano dal 24,45% per il primo anno fino al 37,5% al quindicesimo anni. La riduzione delle aliquote comporta un taglio significativo della quota retributiva della pensione.

Da uno studio del dipartimento di previdenza della CGIL i tagli possono superare i 6.000 € annui per assegni medi (circa 30.000 € lordi) e fino a 14.400 € annui per retribuzioni più elevate (70.000 € lordi). L’intervento è stato giudicato dalla CGIL come iniquo e incostituzionale perché retroattivo e incidente sui diritti già acquisiti evidenziando che a regime colpirebbero oltre 730.000 dipendenti pubblici, con un impatto stimato di circa 33 miliardi di euro di minore spesa previdenziale.

L’introduzione di queste nuove aliquote di rendimento peggiorative, applicate retroattivamente e con effetti tanto pesanti, accentua ancora di più il paradosso già messo in luce in un quadro normativo in continua evoluzione e spesso contraddittorio; il termine “previdenza” perde così significato, diventando sempre meno sinonimo di lungimiranza, stabilità e tutela del futuro.

L’incongruenza strutturale (la “previdenza” senza previsione), la continua modifica dei criteri pensionistici, il passaggio da sistemi retributivi a contributivi, l’innalzamento dei requisiti anagrafici e contributivi, le penalizzazioni per uscite anticipate, e la retroattività di fatto di alcune misure hanno creato un clima di incertezza cronica, incompatibile con i presupposti su cui si fonda ogni autentico sistema previdenziale. Cresce così la percezione di arbitrarietà da parte dello Stato, con conseguente crisi di fiducia nelle istituzioni pubbliche e si alimenta un senso di insicurezza tra i lavoratori, soprattutto i più giovani, che non vedono nel sistema previdenziale una promessa credibile di protezione futura.

Per la tenuta economica, sociale e strutturale del sistema si dovrebbe tentare la strada della separazione tra previdenza e assistenza: attualmente, il bilancio dell’INPS include anche le spese assistenziali (pensioni sociali, invalidità civile, accompagnamento, ecc.) che non sono coperte da contributi ma da fiscalità generale insufficiente.

Una riforma cruciale, già proposta da tempo da economisti e parti sociali, punta alla separazione contabile e gestionale tra previdenza e assistenza, prevedendo per quest’ultima una copertura adeguata attraverso il recupero dell’evasione fiscale e dalla fiscalità generale al fine di rendere trasparente la vera sostenibilità del sistema pensionistico.

Ancora, sarebbe necessaria la chiarezza nella gestione dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale in modo tale da ridurre il “deficit previdenziale” consentendo una discussione più onesta e meno allarmista sulle pensioni.

La stabilizzazione normativa a lungo termine consentirebbe di approvare una legge quadro pluriennale sulla previdenza, con clausole di salvaguardia che impediscano modifiche retroattive e assicurino coerenza nel tempo; nel contempo, si dovrebbero poter ipotizzare meccanismi automatici di revisione basati su indicatori demografici ed economici, ma con soglie di tolleranza e gradualità.

Deve essere aggiornato il sistema di previdenza complementare, su base volontaria, contestualizzando l’impianto alle nuove dinamiche occupazionali e con la garanzia sui contributi dedicati dal lavoratore anche al fine di mantenere condizioni etiche sugli indirizzi degli investimenti dei fondi previdenziali stessi.

Questo nuovo approccio dovrebbe quindi avere come obiettivo la tutela del principio di equità intergenerazionale al fine di sfatare la mistificata penalizzazione sulle nuove generazioni causata dai diritti assicurati alle precedenti e con un segnale forte verso la creazione di un fondo pubblico di garanzia per coprire eventuali squilibri generazionali nel lungo periodo.

Infine, proprio per agganciare alle nuove condizioni del mercato del lavoro occorre strutturare una pensione contributiva minima di garanzia a chi ha lavorato per molti anni con redditi bassi o a chi ha una irregolarità contributiva involontaria (disoccupazione, infortuni, malattie) per evitare il rischio povertà.

A noi spetta quindi la decisione di rimettere in agenda questo tema. Per farlo, la stagione di mobilitazione che stiamo per varare nelle prossime settimane deve avere al centro questa proposta di riforma del sistema previdenziale.

Sarà dura, ma con le nostre energie e con il coinvolgimento del paese potremo sicuramente tentare di avanzare verso i nostri obiettivi.

Carmelo Naselli

Spi CGIL Milano

Pubblicato il 9 Settembre 2025