Militarizzazione, riarmo e università

“Intendo proporre al Parlamento la costruzione di un Paese nel quale industria, università, difesa siano un tutt’uno”. Con queste parole Guido Crosetto, ministro della Difesa e cofondatore di Fratelli di Italia, ha sottolineato al Defence Summit 2025 la necessità di una risposta alle minacce fluide e pervasive del presente.

Fare un tutt’uno di industria, università e difesa. Sembrerebbe un’inedita risposta a questi nuovi tempi di paura, segnati da una contrapposizione tra potenze (a partire da USA e Cina) sostenuta dalle più classiche dinamiche imperialiste (concentrazione, finanziarizzazione, esportazioni di capitali, associazioni internazionali e spartizione del globo, con un nuovo ruolo dello Stato nell’organizzazione dell’economia e della società). La soluzione proposta da Crosetto, però, non è esattamente inedita.

Nel 1950 il National Security Council approvò il cosiddetto NSC-68 (United States Objectives and Programs for National Security), sotto la presidenza Truman e con un ruolo di Paul Nitze (entrambi democratici). Questo fu uno dei testi fondativi della Guerra fredda, definendo l’URSS come minaccia globale, sistemica e permanente, delineando un riarmo massiccio che superava la smobilitazione postbellica (la spesa militare tornò oltre il 10% sul PIL con la Corea e rimase a lungo sopra l’8%). Il documento promosse rapporti tra stato, industria e università, attraverso un massiccio finanziamento della ricerca in fisica e matematica (l’era della Bomba), ma anche nella nascente informatica e nelle scienze strategiche (teoria dei giochi, studi sovietici, geopolitica). Dieci anni dopo il presidente Eisenhower, nel suo commiato, sottolineò i rischi democratici di quello che anche lui aveva costruito, da generale e Presidente (dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o non voluta, da parte del complesso militare-industriale: il potenziale per la disastrosa ascesa di un potere fuori controllo esiste e persisterà), rimarcando il ruolo della scienza in questa apparato (la rivoluzione tecnologica ha reso necessaria una stretta relazione tra apparato militare, industria e ricerca scientifica). Nei suoi primi passi lo sviluppo di questo apparato si accompagnò alla possibilità di una stretta autoritaria negli atenei, che in qualche modo esplose e si arrestò con la vicenda Kantorowicz. Storico medievista, tedesco di origine ebraica, fu un nazionalista e un conservatore, volontario nei Freikorps (le milizie responsabili dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht). Nel 1950, insieme ad altri 30 colleghi, fu licenziato da Berkley per essersi rifiutato di giurare la propria lealtà anticomunista, come richiesto dal Board of Regents dell’Università della California su impulso del Levering act, rivolto agli impiegati pubblici di quello stato. Ernst Kantorowicz rifiutò in nome della libertà di pensiero, ricerca e insegnamento negli atenei, creando un’ampia reazione proprio nel mondo accademico: lui fu chiamato da Oppenheimer ad insegnare all’Institute for Advanced Study a Princeton, Berkley fu isolata nella comunità scientifica e nel 1951 una sentenza portò alla riassunzione degli altri licenziati. Così, l’università USA si è plasmata su aspetti tra loro contradditori:

  • un sistema diffuso e stratificato (con 350 milioni di abitanti esistono oggi oltre 3.000 atenei: i prestigiosi dell’Ivy League e statali, ma anche centinaia di campus e college focalizzati sulla didattica, community college di prossimità, corsi per corrispondenza e on line);
  • significativi fondi pubblici di ricerca, con evidenti risvolti militari e dual use, rinnovati negli anni Ottanta (guerre stellari di Reagan) e negli ultimi decenni (ICT e biotecnologie), proprio nel quadro di quell’apparato miltar-industriale definito più di settanta anni fa;
  • un’ampia libertà di espressione nel corpo studentesco e in quello docente, con movimenti universitari e poli di pensiero critico, anche radicale e marxista. Almeno sino alla seconda presidenza Trump, con l’attacco al movimento propal e all’autonomia degli atenei a partire da quelli più prestigiosi (Columbia e Harvard), proprio usando la leva dei finanziamenti pubblici.

Le parole di Crosetto sembrano delineare l’obbiettivo di costruire un simile apparato, in un contesto assai diverso. In Italia l’università ha storicamente un’impostazione humboldtiana: un sistema nazionale unico, uno stretto legame tra didattica e ricerca, una supervisione statale nel quadro di una generica autonomia. L’università si è quindi a lungo focalizzata sulla formazione delle classi dirigenti e l’elaborazione di una cultura nazionale, con margini di autonomia ridotti ma non cancellati dal fascismo. Negli anni Settanta, sotto la spinta del movimento studentesco e di quello operaio, diventò una struttura di massa, democratizzando parzialmente la sua struttura e assumendo un ruolo di sviluppo sociale. Dagli anni Novanta ha quindi conosciuto un processo di modernizzazione aziendalista, che ha enfatizzato l’autonomia e la competizione tra atenei. L’obbiettivo di Crosetto deve allora tenere in considerazione tre aspetti.

Università e impresa. Il sistema italiano si sviluppa disgiuntamente dall’apparato industriale (la torre di avorio). Due, in particolare, i momenti in cui è stato dato un diverso impulso: negli anni Novanta, con la prima autonomia, l’entrata dei privati nei CdA degli atenei, i parchi scientifici e tecnologici; nel 2022, con il PNRR (Dalla ricerca all’impresa), 14 miliardi di risorse, cinque centri nazionali, 11 ecosistemi, 49 strutture, centinaia di progetti e migliaia di dottorandi e ricercatori, in larga parte focalizzati sulla ricerca applicata. In realtà, entrambi questi tentativi si sono mossi in controtendenza. La crisi del 1992-93 avviò la svalutazione ed esportazioni trainate da bassi salari, contribuendo allo smantellamento di centri di ricerca e grandi imprese (Montedison, Olivetti, Iri, ma anche l’incapacità di valorizzare risultati tecnologici, come la vendita a Bosch del common rail Fiat nel 1994): i parchi scientifici si rilevarono vuote cattedrali, nei Cda non entrarono mai soggetti significativi, larga parte dei fondi rimasero pubblici alzando le tasse degli studenti (ancora oggi le risorse esterne nei bilanci sono solo il 15% del totale, in larga parte di Fondazioni bancarie ed enti locali). L’ipotesi di rilanciare la capacità competitiva attraverso il PNRR ha invece impattato con la guerra in Ucraina, l’acuirsi della competizione, l’accorciarsi delle filiere e la prospettiva di diventare una piattaforma di reinternalizzazione nel continente europeo, a bassi salari e basso contenuto tecnologico (Confindustria, 2024). Insomma, l’università italiana rimane sconnessa da un sistema imprenditoriale frammentato, segnato da imprese piccole e strategie di accumulazione centrate sui costi. Il governo reazionario è quindi tornato ad una politica di tagli e precarizzazione, coltivando una piccola università, con gli organici ridotti del 20% tra 2010 e 2015 e pochi studenti (30% invece che 50% di laureati tra 24/35 anni), risorse pubbliche esigue (lo 0,46% del PIL nel 2025, contro una media dei paesi avanzati dello 0,93%: mancherebbero cioè 10 miliardi di euro l’anno), lo sviluppo di telematiche profit e senza controllo. Certo, in questo quadro ci sono eccezioni: i politecnici di Milano e Torino, Eni e Leonardo. Ma sono, appunto, eccezioni.

Riarmo e Militarizzazione. In questo quadro, negli ultimi anni abbiamo visto politiche di riarmo. Leonardo, come indicato, è una delle principali imprese italiane. Dietro ad ENI ed ENEL (100 mld di fatturato); Generali (70/80 mld), banche e poste (30 mld), ma una punta industriale intorno ai 20 mld di euro di fatturato insieme a Prysmian, Saipem e Telecom. Negli ultimi dieci anni si è focalizzata su aerospazio, difesa e sicurezza, diventando con Thales e MBDA uno dei protagonisti europei. Queste tre aziende sono quelle più attive nella ricerca, avendo rapporti almeno con una trentina di atenei italiani, concentrati in particolari in contratti di consulenza con singoli gruppi e Dipartimenti (i cosiddetti conto terzi), ma prevedendo anche la partecipazione congiunta a bandi per l’European Defence Fund (EDF). In questo quadro sviluppa anche un’azione culturale, attraverso Med-or (la sua fondazione sulla geopolitica mediterranea), in cui ha coinvolto rettori e rettrici. Il programma Horizon Europe, inoltre, per la prima volta ha previsto l’ammissibilità di progetti dual-use. Michele Lancione, professore al Politecnico di Torino, ha approfondito questi aspetti in un suo libro del 2023, scaricabile gratuitamente in rete (Università e militarizzazione). C’è infine da considerare il rapporto tra esercito ed atenei. Il Dipartimento di Filosofia di Bologna, per motivi didattici ma anche di risorse (vedi sopra), ha recentemente rifiutato di attivare un corso di laurea con l’Accademica di Modena, riservato a militari. Gli atenei di Bergamo e Napoli (Federico II) hanno simili corsi da anni, in collaborazione con le vicine accademie di Guardia di finanza e Aeronautica. Masiello, capo di stato maggiore dell’esercito, sottolinea da tempo la necessità di formare i militari (devono pensare fuori dagli schemi), ma anche che l’esercito sia sostenuto dalla collaborazione attiva delle strutture sociali (l’università, come la scuola, ricopre un ruolo centrale di apparato ideologico di stato).

Infine, il controllo politico. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo visto qualcosa di realmente nuovo, la rivendicazione della necessità di un controllo sull’università. La ministra Roccella ha infatti segnalato pubblicamente l’università come uno dei peggiori luoghi di non riflessione. Sulla vicenda bolognese, abbiamo poi visto inediti interventi di Meloni e Bernini (la ministra dell’università) sulle autonome scelte didattiche di un dipartimento. A settembre, l’elezione di una nuova presidente della Conferenza dei rettori vicina a Fratelli di Italia ha segnato un cambio di passo. Il governo ha rivisto d’imperio, con un decreto, l’organizzazione e i compiti dell’ANVUR, l’agenzia di valutazione nazionale, trasformandola di fatto in un braccio ministeriale. Abbiamo poi visto ipotizzare la presidenza del Consiglio Universitario Nazionale alla Ministra e l’inserimento di componenti ministeriali nei cda degli atenei. Una dinamica del resto parallela alle proposte di premierato e messa sotto controllo politico della magistratura. Lo scorso ottobre è stata quindi approvata le legge delega 167/2025, che permette al governo di legiferare direttamente su autonomia didattica, governance degli atenei, stato giuridico e stipendi del personale, reclutamento della docenza. I cardini del sistema universitario.

Allora, la prospettiva indicata da Crosetto sembra più ideologica che reale, un apparato militar industriale di complemento, sostanzialmente centrato su Leonardo e poco altro, nel quadro di una progressiva destrutturazione dell’università italiana per definanziamento, precarizzazione ed implosione (telematiche). Però, questo processo viene accompagnato da una cultura di militarizzazione sociale che rischia di inquadrare, controllare e spegnare l’autonomia universitaria. Allora, la costruzione di una resistenza e di un contrasto su questi processi si gioca contrastando lo sviluppo delle collaborazioni e la militarizzazione della ricerca, ma avviene anche, se non soprattutto, con la difesa di un’università pubblica e democratica, sul piano delle risorse, della stabilità del personale e della libertà di insegnamento.

Luca Scacchi

Pubblicato il 22 Dicembre 2025