Lottomarzo, i nuovi movimenti femministi e la Cgil
L’indizione dello sciopero il 9 marzo 2026 da parte di FLC e FILCAMS è una buona notizia, ma adesso è importante iniziare a costruire davvero gli scioperi insieme a ‘Non Una Di Meno’
L’ultimo decennio ha visto svilupparsi un nuovo ciclo transnazionale di mobilitazioni femministe, che hanno reinterpretato la giornata internazionale dei diritti delle donne (8 marzo) e conseguentemente rilanciato proprio il suo profilo di movimento. Le radici di questo ciclo si trovano nell’esperienza di Ni Una Menos, nata con la grande manifestazione del 3 giugno 2015 a Buenos Aires, dopo una serie di femminicidi che avevano suscitato vasta indignazione. Non una di meno, perché nessuna più avrebbe dovuto essere vittima di una violenza patriarcale. Un passaggio ulteriore ci fu il 19 ottobre 2016, quando in Argentina si svolse uno sciopero delle donne contro i femminicidi, con una grande risonanza continentale e un rilancio mondiale di questo strumento, intrecciandosi con le proteste in Polonia contro le restrizioni all’aborto (2016) e le grandi manifestazioni contro la prima amministrazione Trump (Women’s March, gennaio 2017). L’8 marzo 2017il movimento si estese quindi attraverso la campagna per un International Women’s Strike nell’International Women’s Day.
Il suo percorso in Italia prese però avvio dalla manifestazione del 26 novembre 2016 contro le violenze sulle donne, seguita da un processo assembleare diffuso che ha portato ad un Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Non Una di Meno ha quindi assunto in questi anni forme fluide e moltitudinarie, in occasione degli appuntamenti intorno al 25 novembre e all’8 marzo. Uno spazio ampio e plurale, capace di connettere la denuncia della violenza di genere ad una critica più generale alle strutture sociali, economiche e culturali che la rendono possibile. Non Una Di Meno ha quindi sviluppato un’azione contro la violenza sulle donne che comprende anche le sue forme economiche, istituzionali e simboliche, mettendo in discussione norme culturali, gerarchie sociali, ruoli di genere (cultura gender), ma anche la stessa struttura binaria del genere, superando la definizione biologica o essenzialista di donna.
In questo contesto si colloca la rivendicazione dello sciopero generale e generalizzato, del lavoro salariato e del lavoro riproduttivo, domestico, di cura e affettivo. Lottomarzo ha infatti assunto una prospettiva intersezionale, strumento di convergenza tra rivendicazioni per la libertà di autodeterminazione sui propri corpi, l’accesso ai servizi, la salute sessuale e riproduttiva, i diritti delle persone migranti, ma anche contro la precarietà lavorativa, lo sfruttamento, l’insicurezza sociale. Si rivolge così alla pluralità delle soggettività oppresse dal patriarcato. Come il 22 settembre e il 3 ottobre contro il genocidio a Gaza, la forma dello sciopero è quindi stata interpretata, vissuta e proposta come strumento di confluenza e generalizzazione di diverse componenti e prospettive: il conflitto nei rapporti di produzione è stato cioè visto come il terreno di possibile ricomposizione tra lavoro dipendente, precario, migranti, studenti, disoccupate/e, organizzazioni sindacali, politiche e sociali, movimenti LGBTQIA+.
La CGIL è stata messa in difficoltà da questo movimento e dalla sua richiesta di sciopero. Da molteplici punti di vista. Per la reinterpretazione della data istituzionale dell’Otto marzo, che aveva consolidato forme, modalità e ritualità (dalle mimose ai cortei pomeridiani), che in qualche modo ne sembravano anche consolidare (o cristallizzare) la pratica. Per la messa in discussione di alcune storiche culture femministe, che hanno vissuto e hanno innervato la stessa esperienza sindacale e, in particolare, quella della CGIL. Per il protagonismo fluido, autorganizzato, ribelle che questo movimento ha assunto, in cui proprio la sua dimensione orizzontale mette in discussione le organizzazioni strutturate. Per l’intersezione che Lottomarzo ha avuto in questi anni con il sindacalismo di base, rischiando di segnare anche su questo fronte una progressiva divaricazione con CISL e UIL non solo sui modelli sindacali, ma potremmo dire proprio sul ruolo sociale e trasformativo del sindacato.
La CGIL, allora, si è sostanzialmente estraniata da questo movimento di massa, come ha fatto in occasione del 22 settembre scorso. Proprio questo persistente estraniamento nel corso di un decennio ha prodotto scetticismi, diffidenze e irrigidimenti in alcuni settori del movimento. A fronte dell’ampia partecipazione alle mobilitazioni e dell’oggettiva spinta a intrecciarsi in alcune realtà, si è limitata a dare libertà di azione alle proprie Rappresentanze nei luoghi di lavoro o alle proprie strutture territoriali. Il gruppo dirigente e il corpo dell’apparato ha invece marcato una distanza, talvolta quasi un’irritazione per le richieste di questo nuovo movimento transfemminista.
Solo la FLC, tra le strutture nazionali, è sembrata cercare in questi anni una superficie di contatto e ha quindi partecipato ad alcuni scioperi de Lottomarzo. Lo ha fatto in primo luogo nel 2017, nel primo International Women’s Strike, poi per diversi anni ha lasciato libere le sue strutture territoriali, come il resto della CGIL, per riprendere poi la sua partecipazione in modo continuativo dal 2024. Certo, in questi anni la proclamazione è stata sostanzialmente politica, dando copertura e partecipando come organizzazione, ma non impegnandosi pienamente nella sua costruzione. In ogni caso, proprio di fronte all’imbarazzo della CGIL, è stata una scelta significativa. In fondo, non casuale. Proprio la FLC è infatti la categoria che più negli ultimi vent’anni si è trovata ad intrecciare i propri percorsi con quelli dei movimenti sociali, a partire da quelli studenteschi, in difesa dell’istruzione pubblica o contro la guerra: le mobilitazioni contro Moratti e Gelmini, i referendum contro la Buona scuola e l’alternanza scuola lavoro, Friday for future e le iniziative ambientaliste, il primo corteo nazionale lanciato a Firenze dal Collettivo di Fabbrica GKN o la manifestazione contro il G20 a Roma del 2021. La scelta della FLC di scioperare il 9 marzo 2026, in continuità con gli anni precedenti, non rappresenta quindi una sorpresa.
A sorprendere è stata invece la FILCAMS. Questa categoria, nell’ultimo ventennio, è stata infatti una delle più refrattarie ad assumere iniziative politiche generali ed è stata una di quelle che ha più preso una distanza dai movimenti sociali e dal sindacalismo di base, come dopo la conferenza stampa GSF, CGIL, USB, COBAS e CUB del 1° ottobre, lo sciopero generale unitario del 3 ottobre e l’immenso corteo di movimento del 4 ottobre 2025. La relazione (pubblica) alla sua Assemblea generale dello scorso 7 ottobre infatti ha tenuto a rimarcare, sul nostro rapporto con il sindacalismo autonomo, di base, movimentista: … vorrei essere ancora più esplicito, sono soggetti con i quali non abbiamo mai avuto e con i quali continuiamo a non avere niente a che spartire; che non hanno nulla a vedere con noi, con la nostra storia, con il nostro presente e, mi verrebbe da dire, con il nostro futuro…Le nostre distanze rispetto al “Blocchiamo tutto” nelle sue diverse declinazioni, e a tutto ciò che gravita intorno a questa visione, sono siderali…Non è immaginabile né sarebbe accettabile compensare le distanze, già definite o eventuali future, con Cisl e Uil stabilendo un’alleanza, o in qualsiasi altro modo la si voglia definire, con il sindacalismo autonomo e di base. Nonostante questo, la FILCAMS ha sentito però l’esigenza di proclamare uno sciopero dei suoi settori lo scorso 9 marzo. Sono lavoratori e soprattutto lavoratrici “povere”, precarie, part time, dove spesso è marcato ed esplicito uno sfruttamento che si organizza proprio su subordinazioni di genere e ruoli patriarcali (nei servizi, nel commercio e nel turismo). È stato un passaggio utile, a suo modo importante.
Il tema, però, a dieci anni dal primo International Women’s Strike, è oggi quello della sua effettiva costruzione. Non è più sufficiente la proclamazione della giornata di sciopero, oggi serve soprattutto farlo vivere nei diversi luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle aziende e negli uffici, rivolgendosi all’insieme della moltitudine del lavoro e portando attivamente la sua profonda messa in discussione di ruoli, norme e culture patriarcali all’insieme dei diversi strati e delle diverse soggettività che vivono nel lavoro. Anche per aggirare il rischio di nuove ritualità. È quello che in questi anni hanno provato a fare le compagne della nostra area congressuale, cercando di costruire percorsi di partecipazione agli scioperi con iniziative e assemblee nei territori e nei luoghi di lavoro, intersezionando i nuovi movimenti transfemministi con le pratiche sindacali, coinvolgendo realtà di fabbrica come Electrolux (Treviso) o Pasotti (Brescia). Sono percorsi che anche singole strutture territoriali hanno provato ad avviare in FLC, in FILCAMS, in FIOM (ad esempio a Reggio Emilia) e in altre categorie. Questa costruzione dello sciopero transfemminista dovrebbe allora generalizzarsi alla CGIL, che finalmente potrebbe attivare pratiche di servizio ai movimenti generali, quell’esser parte di parte, che ha saputo mostrare lo scorso 3 ottobre.
Una prassi che riteniamo oggi sempre più indispensabile per sostenere una trasformazione sociale di questo paese.
Luca Scacchi
Pubblicato il 16 Marzo 2026
