Libertà di espressione: parole che curano e parole che uccidono
“Definire Charlie Kirk un “martire della libertà di espressione” è fuori luogo, soprattutto se non si considera il contenuto delle sue idee: il diritto di parlare è anche il dovere di non fomentare l’odio, di non manipolare”
La libertà di parola è uno dei pilastri di una società libera, ma non può essere usata per minare quella stessa libertà o nuocere agli altri: le parole non sono inerti, lasciano tracce profonde, possono ferire a morte o guarire. Si pensi per esempio alle parole del bullo che spingono al suicidio ragazzi vulnerabili, si pensi alle parole che curano, consolano, leniscono, come ha sapientemente illustrato lo psichiatra Borgna.
Non solo le parole non sono inerti, ma non sono nemmeno neutrali: influenzano le mappe mentali e la visione del mondo: parole violente, dispregiative, orienteranno la nostra assiologia. Incisivo al tal proposito, il pensiero di Ben Jelloun Tahar in “Le racisme expliqué à ma fille” (in italiano “Il razzismo spiegato a mia figlia”): dobbiamo essere consapevoli che linguaggio che scegliamo rivela come vediamo l’altro, il diverso, lo straniero.
Il razzismo è una costruzione sociale che passa anche attraverso il linguaggio.
La libertà di espressione in Italia ha un fondamento giuridico molto preciso è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione, ma non è assoluta: incontra dei limiti quando si scontra con altri valori costituzionali, come la difesa della democrazia. Possiamo dire che finisce nel momento in cui si configura l’apologia di fascismo. La Legge Scelba (n. 645/1952) punisce l’apologia del fascismo, cioè la propaganda che esalti pubblicamente esponenti, principi, fatti o metodi del regime fascista.
Ora il pensiero va al dibattito generatosi sulla libertà di espressione a seguito della morte violenta dell’attivista americano Charlie Kirk. Kirk diceva cose tremende, faceva discorsi permeati da razzismo becero, misoginia, cinismo, al confronto il generale Vannacci è edulcorato.
Kirk, con le sue dichiarazioni violente mette in evidenza quanto sia delicato il confine tra libertà di parola e incitamento all’odio e quanto questo confine sia tracciato in modo diverso tra Stati Uniti e Italia.
Negli Stati Uniti, queste affermazioni rientrano nella libertà di espressione, tutelata dal Primo Emendamento, anche quando sono profondamente offensive.
In Italia, invece, simili dichiarazioni sarebbero perseguibili penalmente. La Costituzione vieta non solo l’apologia di fascismo, ma anche ogni forma di propaganda razzista.
– L’articolo 3 sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini.
– L’articolo 21 tutela la libertà di espressione, ma con limiti: non può essere usata per incitare all’odio.
– L’articolo 604-bis del Codice Penale punisce l’istigazione all’odio razziale, etnico e religioso.
Se Kirk avesse pronunciato quelle frasi (Michelle Obama, in quanto nera, ha un cervello inferiore a quello di una donna bianca, per esempio) in Italia, non solo avrebbe violato i principi costituzionali, ma avrebbe potuto incorrere in sanzioni penali. La sua retorica, che glorifica la discriminazione e la supremazia bianca, non sarebbe considerata “libera opinione”, ma propaganda d’odio.
Molto meglio in Italia quindi, dove la libertà individuale ha come contraltare il rispetto degli altri.
La libertà di parola deve sempre essere sottesa dal rispetto reciproco, per questo è importante che l’educazione linguistica sia anche educazione etica: scegliere le parole giuste è un atto di responsabilità.
Educare alla parola è educare alla responsabilità e all’empatia.
“Le parole sono creature viventi” scrive Borgna, citando Hofmannsthal: possono aprire orizzonti di speranza o abissi di disperazione, per il grande psichiatra la parola è atto di cura, ma anche di dignità: non si può curare senza riconoscere l’umanità dell’altro.
Se abbiamo compreso il contesto di reciprocità di ogni atto linguistico, allora sì che possiamo concludere citando Evelyn Beatrice Hall: “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it”… Rispetto ed empatia anche quando si hanno idee contrapposte.
Quando Giorgia Meloni presenta Kirk come martire della libertà di espressione, dimostra di non conoscere la volontà dei padri e delle madri costituenti italiani: definirlo come un “simbolo di confronto e la libertà”, significa collocare il diritto di espressione in una narrazione che ignora il concetto di responsabilità che invece è presente nella nostra Costituzione.
I padri e le madri costituenti italiani, nel redigere l’Articolo 21 della Costituzione, intendevano una libertà di parola radicata nel concetto di responsabilità, ovvero questa libertà non può mai essere disgiunta dal rispetto per la dignità altrui e il “buon costume” (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. […] Sono vietate le pubblicazioni […] contrarie al buon costume”).
Questa formulazione non è soltanto tecnica: è etica. I costituenti, reduci dal fascismo e dalla censura, volevano garantire la libertà di pensiero, ma anche proteggerla dagli “abusi”.
Definire Kirk un “martire della libertà di espressione” è fuori luogo, soprattutto se non si considera il contenuto delle sue idee: il diritto di parlare è anche il dovere di non fomentare l’odio e di non manipolare.
Antonia Cappelli
Rsu Comune di Milano
Pubblicato il 1 Ottobre 2025
