La pace in Palestina non c’è ancora
Dopo i recenti accordi che qualcuno ha frettolosamente definito “di pace”, la verità è che in Palestina la pace non c’è ancora, e non c’è mai stata. Restano irrisolte le questioni essenziali: la fine dell’occupazione dei territori palestinesi e la creazione reale di uno Stato di Palestina, libero e sovrano. Israele, potenza occupante e responsabile di un sistema di oppressione e apartheid che ha negato diritti e dignità a un intero popolo, porta sulle proprie spalle la responsabilità principale di questo fallimento politico e umano.
Tutti, però, possono e devono salutare con gioia la fine dell’aggressione militare, della carestia e delle azioni violente a Gaza. Dopo mesi di distruzione e sofferenze indicibili, la cessazione dei bombardamenti rappresenta un momento di sollievo e di speranza per la popolazione civile palestinese, vittima di un assedio disumano che il mondo non avrebbe mai dovuto tollerare. Ma questa tregua, pur necessaria, non è la pace: senza giustizia, libertà e autodeterminazione, non ci sarà mai una vera fine del conflitto.
Non bastano trattative formali o tregue temporanee a cancellare le rovine di Gaza e il sangue di migliaia di civili innocenti. Serve un processo penale internazionale che accerti le responsabilità dirette e indirette del genocidio e ponga fine all’impunità di chi, come il governo Netanyahu, ha perseguito una politica fondata sulla violenza, sulla colonizzazione e sulla disumanizzazione del popolo palestinese.
Grave rimane la responsabilità della comunità internazionale, rimasta troppo a lungo spettatrice passiva, incapace di imporre il rispetto del diritto internazionale e dei principi fondamentali dell’umanità. Ancor più grave è il silenzio di molti governi europei, tra cui quello italiano, che continuano a sostenere Israele politicamente e militarmente, anche attraverso la fornitura di armi. È una complicità che pesa come una colpa.
Non meno doloroso è il rammarico per la comunità ebraica internazionale, che salvo alcune coraggiose e rare eccezioni, non ha saputo levare una voce chiara e pubblica di denuncia contro il genocidio in corso. In troppi casi, anche di fronte all’evidenza della catastrofe umanitaria di Gaza, si è preferito il silenzio o la difesa d’ufficio del potere politico israeliano, perdendo così l’occasione di riaffermare i valori universali di umanità e giustizia che la stessa memoria dell’Olocausto dovrebbe custodire.
In questo contesto, la CGIL ha rappresentato e continua a rappresentare una voce limpida e coerente. Da sempre schierata a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina, contro l’occupazione dei territori e contro ogni forma di guerra, la CGIL ha ribadito con forza la propria opposizione all’invio di armi e il proprio impegno per una pace fondata sulla giustizia, sul rispetto del diritto internazionale e sul riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una posizione netta, che affonda le radici nella storia del movimento dei lavoratori e nella convinzione che non possa esserci pace senza libertà e uguaglianza tra i popoli.
Un pensiero di riconoscenza va a chi, con coraggio e umanità, ha continuato a operare in Palestina: ai medici, ai volontari, ai giornalisti che hanno perso la vita nel tentativo di portare soccorso e verità in un luogo trasformato in inferno. E alle azioni di pace come quella della Freedom Flotilla, simbolo di solidarietà internazionale e di resistenza civile contro l’assedio di Gaza. A queste esperienze, insieme alle organizzazioni sociali, sindacali e del volontariato che hanno tenuto viva la parola “pace” quando tutto intorno era solo distruzione, spetta il merito di aver illuminato un dramma che molti hanno preferito ignorare. A loro dovrebbe andare il riconoscimento morale di costruttori autentici di solidarietà e speranza.
Oggi non servono nuove dichiarazioni di principio, ma atti concreti: il riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, la fine immediata dell’occupazione e la garanzia di libertà, diritti e sicurezza per tutti. Solo così potrà cominciare un vero cammino di giustizia e riconciliazione.
La pace in Palestina non c’è ancora, e non c’è da più di settant’anni. Non dimentichiamolo.
Adriano Sgrò
Pubblicato il 14 Ottobre 2025
