La nostra montagna incantata: la Lip della Cgil sulla Sanità

Adriano Sgrò: “Finalmente si torna a parlare del SSN come infrastruttura democratica e non come capitolo residuale di bilancio”

«Il tempo, lassù, non si misura come in pianura: si dilata, si fa sospensione». Nell’atmosfera rarefatta della Montagna incantata di Thomas Mann il sanatorio diventa metafora di una società che osserva la malattia e insieme la rimanda, la studia e insieme la lascia sedimentare. È un’immagine che, con le dovute proporzioni, richiama il nostro presente: un Paese che analizza la crisi del Servizio sanitario nazionale, ne discute i sintomi, ma spesso rinvia le terapie strutturali.

La raccolta di firme che la CGIL sta predisponendo per una legge di iniziativa popolare sulla sanità pubblica irrompe in questo tempo sospeso e lo interrompe. Finalmente si torna a parlare del SSN come infrastruttura democratica e non come capitolo residuale di bilancio. Finalmente si afferma con chiarezza che le risorse devono essere indirizzate al sistema pubblico, non genericamente al “servizio”, formula ambigua che negli anni ha finito per alimentare anche il privato accreditato.

Questa finalizzazione esplicita è un punto qualificante. Senza vincoli, l’aumento della spesa può scivolare verso esternalizzazioni, convenzioni, segmentazioni dell’offerta. Destinare risorse al perimetro pubblico significa rafforzare strutture, personale dipendente, rete territoriale, capacità programmatoria. In questo solco si colloca la proposta di reinternalizzare servizi e lavoratori oggi affidati ad appalti e cooperative: non una bandiera ideologica, ma una scelta di governo clinico e organizzativo, che ricostruisce responsabilità e continuità assistenziale. Analogamente, la stabilizzazione dei precari non è solo un atto di giustizia contrattuale, ma un investimento sulla qualità del servizio.

L’iniziativa ha anche il merito di riaprire un confronto dentro la CGIL e nel Paese, in una fase in cui il dibattito pubblico sulla sanità si è ridotto a cronaca emergenziale. E viene da dire: finalmente. Finalmente si tenta di rimettere in agenda un discorso complessivo sul modello, sull’universalismo, sulla natura pubblica del diritto alla salute.

Le criticità, però, vanno affrontate senza reticenze. Il tema dei fondi sanitari integrativi richiede un’elaborazione più approfondita. La loro espansione, favorita da incentivi fiscali, ha contribuito a costruire un secondo pilastro che rischia di segmentare l’accesso alle cure. Tuttavia, immaginare una soluzione puramente abrogativa per via legislativa può rivelarsi controproducente. Molti fondi sono frutto della contrattazione collettiva; intervenire con una norma che cancelli indistintamente strumenti negoziali rischia di eliminare anche tutele conquistate. La questione va posta in termini di riequilibrio: impedire che l’integrativo sostituisca il pubblico, correggere le distorsioni fiscali, rafforzare l’offerta universale affinché il ricorso al secondo pilastro non sia imposto dalle liste d’attesa.

Dentro questo capitolo si colloca anche il tema delle coperture finanziarie. Individuare come fonte delle risorse una tassazione sui grandi patrimoni, una lotta strutturale all’evasione fiscale o un rafforzamento della progressività del prelievo non ha soltanto un “sapore classista”, come superficialmente viene liquidato, e sorprende che ciò non venga colto proprio da chi da anni rivendica una militanza censuale. È, prima ancora, una scelta pienamente inscritta nell’alveo costituzionale. L’universalismo sanitario trova fondamento nell’articolo 32 della Costituzione; la progressività della contribuzione nell’articolo 53. Legare il finanziamento del servizio pubblico a una fiscalità più equa significa dare coerenza a quei principi. In una fase in cui la tessitura costituzionale appare sempre più slabbrata, in cui si normalizza l’idea che i diritti dipendano dalla compatibilità finanziaria anziché dalla priorità politica, spiace che non si colga la portata di un’impostazione che ricuce, anziché strappare, il dettato costituzionale.

Proprio le liste d’attesa sono il segno più evidente di un sistema che ha perso capacità di governo. Ma esse non dipendono soltanto dal finanziamento: pesano la carenza di personale, la programmazione sbagliata degli accessi a Medicina e chirurgia, l’insufficienza delle borse di specializzazione, l’emorragia verso il privato e l’estero. Il cosiddetto collo di bottiglia formativo e occupazionale è oggi uno dei principali fattori di crisi. Senza una riforma coerente del percorso universitario e specialistico, e senza un rilancio salariale e contrattuale nel pubblico, ogni investimento rischia di essere inefficace.

Accanto a ciò, il sistema ha progressivamente privilegiato la cura in senso riparativo rispetto alla prevenzione. La sanità pubblica territoriale, la promozione della salute, l’epidemiologia sono state marginalizzate. Si interviene quando la patologia è conclamata, con costi maggiori e minore efficacia. La riduzione della prossimità – chiusura di presidi, accorpamenti, desertificazione dei servizi nelle aree interne – ha ampliato le disuguaglianze territoriali. E il peso crescente delle grandi aziende farmaceutiche nella definizione delle priorità terapeutiche e nella dinamica della spesa impone una riflessione sulla governance pubblica dell’innovazione e sulla capacità negoziale dello Stato.

Il contesto politico attuale non appare favorevole a un rilancio strutturale del pubblico. Ma far discendere da questo dato la necessità di attendere condizioni migliori significa scivolare in una sospensione che ricorda quella di Aspettando Godot di Samuel Beckett: un’attesa che si autoalimenta e che finisce per sostituire l’azione. Cosa dovremmo aspettare? Un allineamento perfetto dei rapporti di forza? La politica non si trasforma per inerzia; si modifica quando è incalzata da una pressione sociale organizzata.

“Anche il viaggio di mille miglia comincia con un passo”, ricorda Lao Tzu. La raccolta di firme è quel primo passo, ma deve tradursi in mobilitazione reale: sulle liste d’attesa, sull’applicazione diseguale della 194, sulla carenza di medici e infermieri, sul blocco contrattuale e sui salari bassi, sulla chiusura di ospedali e pronto soccorso e sulla riduzione dei posti letto. E deve farlo rafforzando il coordinamento con quelle associazioni, reti e personalità che in questi anni hanno sostenuto autentiche sfide per la difesa e il rilancio della sanità pubblica: da Medicina Democratica alla Fondazione Gimbe, dall’esperienza internazionale di Medici Senza Frontiere all’eredità di Gino Strada e di Emergency; dal lavoro teorico e militante di Ivan Cavicchi alle battaglie civili di Vittorio Agnoletto anche attraverso i microfoni di Radio Popolare. Così come è indispensabile intrecciare il percorso con le esperienze degli ambulatori popolari nati nelle periferie urbane, come l’Ambulatorio Popolare di via dei Transiti a Milano o l’Ambulatorio Popolare Roma Est, che hanno garantito accesso alle cure dove il pubblico arretrava. Senza conflitto sociale, senza alleanze larghe e senza partecipazione diffusa, la proposta rischia di restare testimonianza.

Quanto al ruolo della sinistra sindacale, il rischio non è tanto l’errore quanto la riduzione a pura coscienza critica. Il Grillo Parlante nelle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi rappresenta una voce morale che ammonisce, richiama, avverte. È una funzione necessaria, ma se resta isolata non modifica il corso degli eventi. La sinistra sindacale non può limitarsi a questo ruolo pedagogico; deve assumere l’iniziativa, costruire vertenze, organizzare consenso.

In questo senso, il richiamo ad Antonio Gramsci può essere sobrio ma pertinente: l’intreccio tra elaborazione e azione, tra riflessione e intervento concreto, è la condizione perché un’idea diventi forza materiale. Non si tratta di citare formule, ma di praticare un metodo: pensare strategicamente e agire collettivamente.

L’alternativa all’iniziativa non è una condizione migliore, ma la cristallizzazione di quella attuale: sottofinanziamento, privatizzazione selettiva, arretramento della prevenzione, disuguaglianze territoriali, finanziamento iniquo. Attendere non costruisce; consolida l’esistente.

Ogni traguardo richiede un passo iniziale e la determinazione a compierlo. In questo senso, la legge di iniziativa popolare sulla sanità non è un punto d’arrivo, ma l’avvio di una fase nuova. Non è nell’attesa che si costruiscono le condizioni. È nell’iniziativa.

Adriano Sgrò

Assemblea Nazionale Cgil

Pubblicato il 26 Febbraio 2026