La grande difficoltà dell’essere genitori oggi

“Il caso di Chieti mette in luce la fragilità del confine tra libertà e incuria. L’idea di un ritorno alla vita selvatica come strada verso un’innocenza originaria affonda in un immaginario antico”

La vicenda della famiglia anglo-australiana che vive nei boschi vicino a Chieti non è soltanto lo spunto per riflettere su un modello di vita alternativo: è, soprattutto, un prisma attraverso cui osservare quanto sia difficile oggi essere genitori. L’intenzione di proteggere i figli dagli eccessi della società contemporanea nasce quasi sempre da un sentimento autentico, ma la buona fede non basta a garantire un percorso educativo solido. In questa storia non interrogano solo le condizioni materiali in cui quei minori vivono, ma anche il loro isolamento sociale e la difficoltà di confrontarsi con il mondo esterno.

Crescere immersi nella natura non è automaticamente sinonimo di benessere. Le comunità alternative presenti in Italia lo dimostrano: realtà come Damanhur o Urupia, nel corso degli anni, hanno saputo trovare un equilibrio tra autonomia e responsabilità, mantenendo relazioni con le istituzioni, percorsi sanitari e forme di istruzione riconosciute. Hanno scelto la vita comunitaria senza rinunciare ai diritti fondamentali dei più giovani. Questo mostra chiaramente che vivere fuori dalle città può essere virtuoso solo se resta fermo un principio imprescindibile: i diritti dei bambini non sono negoziabili.

Il caso di Chieti mette in luce la fragilità del confine tra libertà e incuria. L’idea di un ritorno alla vita selvatica come strada verso un’innocenza originaria affonda in un immaginario antico: Rousseau vedeva nel “buon selvaggio” una purezza che la civiltà corrompe, ma già Voltaire, ne ‘L’Ingénu’, ricordava quanto l’assenza di strumenti culturali e relazionali possa trasformarsi in una forma di esclusione anziché in un atto liberatorio. Anche oggi il rischio è il medesimo: pensare che sottrarsi alla società significhi automaticamente salvaguardare i figli dalle sue contraddizioni. Ma crescere senza codici condivisi, senza scuola, senza relazioni, non rende più liberi: rende più soli, più esposti, meno attrezzati a comprendere il mondo.

Gli studiosi di pedagogia e psicologia dell’educazione sottolineano da anni che l’incuria non coincide con il solo abbandono materiale: comprende anche l’assenza di guida, la mancanza di una presenza adulta stabile, la rinuncia alla fatica quotidiana del porre limiti, dell’accompagnare, del fornire modelli di comportamento prima ancora che protezione. Le ricerche nel campo della scienza della formazione mostrano come molti genitori, nella convinzione di salvaguardare i figli scegliendo percorsi alternativi, finiscano in realtà per esporli a rischi non immediatamente visibili. E allo stesso tempo, altri genitori, pur vivendo nel cuore della società, lasciano i figli in un isolamento digitale fatto di smartphone, solitudini virtuali e videogiochi, che non è meno problematico dell’isolamento tra gli alberi. In entrambi i casi si tratta di forme diverse di assenza educativa, ma ugualmente significative.

Secondo una larga parte del mondo accademico, i figli non hanno bisogno di adulti impeccabili, ma di adulti presenti: presenti nella relazione quotidiana, nel conflitto che educa, nel sostegno che accompagna, nella coerenza che dà significato alle regole. È per questo che l’intervento del Giudice per i Minori nel caso di Chieti non può essere liquidato come un’ingerenza ideologica: si è basato sulla valutazione concreta dei rischi legati a un isolamento totale e ha agito nell’interesse dei minori, non contro un particolare modello di vita.

La domanda vera, dunque, non è se sia meglio vivere nel bosco o nella società. La domanda è come costruire una genitorialità responsabile in un mondo complesso, una genitorialità che non fugga né dalle difficoltà dell’ambiente urbano né da quelle dell’educazione, e che sappia accompagnare i figli verso un inserimento sociale positivo, qualunque sia lo sfondo geografico o culturale.

A complicare il quadro si aggiunge l’inevitabile strumentalizzazione politica. Una vicenda così evocativa diventa, immediatamente, terreno fertile per narrazioni che nulla hanno a che vedere con il benessere dei minori. Non è raro che, dietro all’esaltazione del rifiuto dei protocolli sanitari o scolastici pubblici, si celi una retorica che, più che difendere la libertà individuale, finisce per legittimare lo smantellamento del welfare. È un cortocircuito pericoloso: far sembrare la protezione dei servizi pubblici come un’ingerenza significa, di fatto, trasformare la libertà dei genitori in solitudine dei figli.

A ciò si aggiunge un’ipocrisia evidente nel discorso pubblico. Molti di coloro che attaccano i genitori “incapaci” perché lasciano i figli davanti agli smartphone sono gli stessi che, con disinvoltura, vanno a braccetto con i giganti della web economy, sostengono politiche che favoriscono le piattaforme digitali o accettano sostegni indiretti dalla stessa industria tecnologica che contribuisce a creare quella dipendenza. È difficile accusare le famiglie di non sapersi opporre al potere seduttivo degli schermi quando la politica che muove tali critiche si nutre delle dinamiche economiche e comunicative di quelle stesse piattaforme. Anche questa è una forma di deresponsabilizzazione adulta, solo più sofisticata.

La vicenda di Chieti non oppone natura e civiltà: ci ricorda invece che nessuno spazio, da solo, può sostituire la responsabilità degli adulti. Né il bosco, né la città, né la tecnologia.

Essere genitori oggi significa scegliere la presenza al posto della fuga, la relazione al posto dell’isolamento, l’esempio al posto dell’ideologia. I figli non appartengono a noi, come ricorda Gibran: passano attraverso di noi, e proprio per questo hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli nel cammino verso il futuro, senza abbandonarli – né tra gli alberi, né dietro uno schermo, né nelle contraddizioni di una politica che troppo spesso parla di educazione senza prendersene davvero cura.

Antonia Cappelli

Adriano Sgrò

Rsu Comune di Milano

Pubblicato il 2 Dicembre 2025