‘Famiglia del bosco’ e tutela minorile come scontro politico

La vicenda della “famiglia del bosco” sta vivendo un’escalation politica e mediatica: alla vigilia della perizia psichiatrica sui genitori, i legali della coppia hanno presentato un esposto contro l’assistente sociale incaricata dal Tribunale, accusandola di ostilità e mancanza di imparzialità. Questo nuovo capitolo si intreccia con narrazioni politiche che rischiano di strumentalizzare un caso di tutela minorile per finalità politiche, con particolare riferimento alla campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati.

La vicenda dei coniugi Trevallion e dei loro tre figli, allontanati dopo il grave episodio di avvelenamento da funghi, è entrata in una fase ancora più tesa. Le relazioni dei servizi sociali e le indagini preliminari hanno evidenziato carenze significative nelle competenze genitoriali, tali da giustificare l’allontanamento dei minori e la nomina di una curatrice dei loro diritti.

Quindi, alla vigilia della perizia psichiatrica, considerata decisiva per il futuro della famiglia, l’esposto contro l’assistente sociale Veruska D’Angelo, accusata di atteggiamento ostile, pregiudizio e mancata imparzialità, si configura come una mossa che potrebbe avere l’obiettivo di delegittimare l’intero impianto valutativo prima ancora che la perizia produca esiti formali.

La vicenda della “famiglia del bosco” è stata rapidamente intercettata da alcune aree politiche, in particolare da esponenti della Lega, che hanno trasformato il caso in un simbolo della narrativa dei “giudici cattivi che strappano i figli alle famiglie”.

Una narrazione semplice, emotiva, polarizzante.

In questo clima, nasce il sospetto, legittimo e diffuso, che la denuncia contro l’assistente sociale possa essere strumentalizzata nella campagna per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Lo schema retorico è evidente: “I giudici tolgono i figli senza motivo”; “I servizi sociali abusano del loro potere”; “Serve più controllo sui magistrati: votate Sì”.

Ridurre un caso complesso di tutela minorile a un manifesto politico significa tradire la realtà dei fatti e mettere a rischio la credibilità delle istituzioni che proteggono i bambini.

Dal punto di vista pedagogico, la questione è ancora più delicata.

La tutela dei minori non è un’arena ideologica: è un processo tecnico, multidisciplinare, che coinvolge psicologi, assistenti sociali, giudici minorili, educatori.

In questa vicenda sono tre i principi fondamentali che vengono messi in pericolo.

In primo luogo, il superiore interesse del minore. Questo non è un concetto astratto, ma il criterio che deve guidare ogni decisione. Quando la politica entra a gamba tesa, il minore diventa un oggetto di propaganda, non più un soggetto da proteggere.

Si mina inoltre la fiducia nelle istituzioni educative e sociali: delegittimare gli assistenti sociali significa indebolire l’intero sistema di protezione. E questo danneggia soprattutto i bambini realmente in pericolo.

Ma c’è anche un rischio più ampio, che va oltre il singolo caso. La polemica contro servizi sociali, magistratura minorile e operatori pubblici non nasce nel vuoto: si inserisce in una più vasta strategia di delegittimazione di ogni presidio dello Stato sociale. Scuola, comuni, sanità, magistratura — istituzioni certamente perfettibili, ma fondamentali — vengono sistematicamente dipinte come apparati oppressivi, inefficienti o addirittura nemici dei cittadini. È una retorica che alimenta sfiducia e rabbia, trasformando ogni intervento pubblico in un abuso e ogni regola in una minaccia.

Eppure, indebolire questi strumenti non significa restituire libertà alle persone. Significa lasciare i più fragili senza tutele. La crociata contro la “burocrazia”, quando diventa ideologia, finisce per smantellare proprio quelle garanzie collettive che proteggono chi non ha potere, denaro o relazioni. Il risultato non è uno Stato più leggero, ma una società più diseguale, dove i diritti dipendono dalla forza del singolo. Un ritorno, in fondo, a una dimensione più selvaggia, nella quale sopravvive chi è già forte e gli altri restano soli.

Infine, si perde di vista la complessità dei processi educativi.

Le carenze genitoriali sono condizioni da valutare, comprendere e, quando possibile, recuperare: non slogan da agitare in una campagna elettorale.

Occorre riportare tutta la vicenda sul terreno della responsabilità: si tratta di tre minori, della loro sicurezza, del loro futuro.

La domanda fondamentale non è “chi ha ragione?”, bensì “cosa serve davvero ai bambini?”

Antonia Cappelli

Adriano Sgrò

Rsu Comune di Milano

Pubblicato il 10 Febbraio 2026