Ex Ilva/Genova: l’unica soluzione? Nazionalizzare
A Cornigliano va assicurato l’utilizzo ad uso industriale delle aree coinvolte
Bisogna risalire molto indietro nel tempo per ricordare in Italia una manifestazione per uno sciopero proclamato da sindacati confederali che viene attaccata dalla polizia con lanci di gas lacrimogeni.
Certo, eravamo abituati a vederne l’uso per reprimere manifestazioni di gruppi che vengono definiti “antagonisti”. Ma con il restringimento ulteriore e progressivo di spazi democratici, con il Decreto Sicurezza e altro, lo scorso 4 dicembre a Genova siamo arrivati anche a questo.
Lo sciopero generale dei metalmeccanici genovesi era stato indetto da FIM e FIOM, con la successiva adesione anche dell’USB, contro le prospettive di chiusura dello stabilimento ex ILVA di Cornigliano e, più in generale, contro una prospettiva di gravissimo ridimensionamento del comparto siderurgico nel nostro Paese. Per i lavoratori ex Ilva si trattava del quarto giorno consecutivo di sciopero, con blocchi stradali e autostradali e un presidio permanente sul nodo viario di fronte alla stazione ferroviaria di Cornigliano.
Il corteo doveva arrivare in centro città, alla Prefettura. Qui però le forze di polizia avevano allestito un fortino, con alte grate metalliche che a Genova fanno ricordare il G8 del 2001, disposte sui lati dello slargo antistante il palazzo della Prefettura.
I lavoratori hanno dapprima sbattuto con gran rumore i caschetti protettivi sulle grate e poi, sotto il lancio dei lacrimogeni, con tiranti agganciati a uno dei grandi mezzi meccanici della fabbrica che erano stati portati in corteo, hanno divelto alcune grate aprendo un varco nel “fortino”. Il lancio di lacrimogeni si è infittito, per disperdere le migliaia di manifestanti.
Dopo più di mezz’ora di tensioni, il corteo è proseguito verso la stazione Brignole, occupandola per oltre un’ora, con la circolazione ferroviaria interrotta. Poi, intorno alle 2 del pomeriggio, il lungo rientro del corteo a Cornigliano.
Il giorno successivo sono arrivate notizie di qualche positività, pur molto parziali, dall’incontro a Roma tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e la sindaca di Genova Silvia Salis, giudicate favorevolmente dalla RSU e dalle Organizzazioni sindacali e sufficienti a disattivare le azioni di sciopero e il presidio permanente. Ma la partita non è per niente chiusa.
Già il 19 novembre i lavoratori avevano occupato la fabbrica a Cornigliano, con un presidio permanente e le tende in piazza, le ruspe a bloccare le strade, dopo che FIM, FIOM e UILM avevano deciso uno sciopero nazionale di 24 ore per tutti gli stabilimenti del gruppo, contro un piano governativo che, di fatto, portava al fermo del gruppo stesso. In particolare, si prevedeva il cosiddetto “ciclo corto” a Taranto, con la vendita diretta dei coils (i rotoli di acciaio) prodotti e lo stop al loro invio a Genova, con il conseguente blocco della produzione a Cornigliano.
Da parte di esponenti sindacali genovesi, in particolare della FIOM, prima sottotraccia e poi anche in esplicito, si disse che i rotoli potevano arrivare anche non da Taranto e venne richiesto un incontro al Governo per i soli stabilimenti del nord (Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi), aprendo di fatto a una separazione del gruppo, pur se le dichiarazioni successive delle ultime settimane ci sembra che abbiano fatto rientrare questa linea. A nostro avviso ipotesi di cosiddetto “spezzatino” del gruppo, dividendo le sorti degli stabilimenti del nord da quello di Taranto, oltre che sbagliate, risulterebbero anche perdenti perché, banalmente, ci si riesce a difendere meglio in un gruppo più grande, nell’ambito della concorrenza mondiale del mercato dell’acciaio, che non dividendosi.
Il giorno dopo venne fissato un tavolo al Ministero per il successivo 28 novembre e la protesta fu sospesa. Le Segreterie nazionali richiesero giustamente l’allargamento dell’incontro all’insieme del gruppo, come poi avvenne, e presso la Presidenza del Consiglio, ma ad oggi su questo punto non vi sono state risposte. L’incontro fu però un totale fallimento e quindi da lunedì 1° dicembre riprese la lotta a Cornigliano dal punto in cui era stata sospesa.
Il 5 dicembre, infine, dopo cinque giorni di sciopero e la grande mobilitazione, nell’incontro a Roma il commissario straordinario della ex Ilva si è impegnato a far ripartire la linea dello zincato con l’arrivo di 24mila tonnellate di acciaio da lavorare, bilanciando questo rifornimento con quello relativo alla banda stagnata, mantenendo gli attuali livelli occupazionali a Cornigliano, con 585 addetti in produzione, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione, ma con la zincatura in funzione, diversamente da quanto prima previsto. Non è stato però ritirato il “ciclo corto”, fatto che dimostra la fragilità di questa intesa.
Ma sono mesi che il Governo e il ministro Urso raccontano balle. E del resto non è certo il primo Governo che lo fa.
Al bando indetto per l’acquisizione dell’insieme del gruppo ex Ilva, hanno risposto con offerte solo due fondi finanziari americani, Bedrock Industries e Flacks Group, e si sa che i fondi finanziari non si muovono certo con una prospettiva di sviluppo industriale. Urso racconta che ci sarebbero negoziati anche con un altro operatore – sembra che sia Qatar Steel – con cui si è sottoscritto un accordo di riservatezza. In ogni caso l’insieme del piano è privo di elementi essenziali e di certezza, quali gli investimenti necessari e chi li fa e soprattutto per quali prospettive occupazionali che mantengano almeno tutti gli attuali addetti, compreso chi da anni è in cassa integrazione.
Noi sosteniamo da tempo che l’unica soluzione per salvare in Italia una produzione così strategica è la nazionalizzazione del gruppo ex Ilva, con modalità di controllo esigibili da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali. E un intervento che faccia pagarne i costi a chi, negli anni, ha fatto miliardi di profitti e procurato gravi disastri ambientali, in particolare a Taranto, come la famiglia Riva o Arcelor Mittal. Gli investimenti necessari per la bonifica delle aree, soprattutto a Taranto, la decarbonizzazione e la costruzione di impianti ecologicamente sostenibili sono ingenti.
A Cornigliano va assicurato l’utilizzo a uso industriale delle aree coinvolte, contro i voraci appetiti di operatori portuali e della logistica, e lo sviluppo e il potenziamento delle attuali linee di produzione che consentano l’attività piena di tutti gli addetti.
Aurelio Macciò
Pubblicato il 22 Dicembre 2025
